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L’intervista. Mantovano: “La chiusura del Cocoricò, il governo Renzi e la sfida culturale”

Pubblicato il 7 agosto 2015 da Mario Bozzi Sentieri
Categorie : Cronache
Il Cocoricò

Il Cocoricò

C’è voluta la morte per overdose da ecstasy di un sedicenne, per chiudere la discoteca dove la tragedia è avvenuta e “scoprire” l’emergenza-droga. Bastasse la serrata dei locali frequentati dai giovani per risolvere il problema,  non avremmo dubbi sull’efficacia dell’intervento. In realtà la questione è ben più complessa.  Scaricare sul Cocoricò di Riccione o su qualche altra discoteca  le contraddizioni gestionali e legislative intorno all’uso delle droghe,  appare più un’operazione “ad effetto”  – com’è nello stile del Governo Renzi – che l’espressione di un’autentica volontà d’intervento. A pagarne le conseguenze saranno  esclusivamente i gestori  del locale ed i duecento operatori che lavorano nella struttura, laddove chi spaccia non farà altro che spostarsi altrove.

Il problema è evidentemente “a monte”. Al di là degli interventi “spot” e delle polemiche estemporanee, è dal  contesto giuridico e dalla reale volontà di affrontare l’emergenza-droga in termini compiuti che bisogna partire.

Proprio in questa prospettiva, abbiamo posto alcune domande ad Alfredo Mantovano, magistrato impegnato anche sul terreno delle battaglie “di civiltà”.

Da dove partire per comprendere le autentiche responsabilità dell’emergenza-droga?

“Da una data, marzo 2014: 8 anni dopo l’approvazione di una riforma legislativa sulla droga che aveva dato esiti positivi in termini di riduzione complessiva dei consumi, di minor numero di tossicodipendenti in carcere e di più numerosi ingressi in comunità, oltre che di capacità di puntuale monitoraggio del fenomeno, anche quanto alle c.d. nuove droghe, il governo Renzi vara un decreto che, col concorso del Parlamento in sede di conversione in legge, demolisce i punti cardine delle disposizioni in vigore dal 2006. Grazie alle nuove disposizioni: è ripristinata l’antiscientifica distinzione fra droghe c.d. pesanti e droghe c.d. leggere, con sanzioni molto più lievi per il traffico e lo spaccio di queste ultime; è reintrodotta la possibilità di detenere stupefacenti senza limiti individuabili in modo preciso, se la sostanza è “per uso personale” (e la prova dell’uso “non personale” compete a chi fa le indagini); è reso di fatto impossibile arrestare nella flagranza dello spaccio, se quest’ultimo appare “di lieve entità”, essendo stata abolita l’obbligatorietà dell’arresto medesimo; è di fatto eliminata la possibilità di seguire l’andamento della diffusione degli stupefacenti, essendo state ridotte al minimo le competenze del Dipartimento nazionale antidroga”.

Questo “passo indietro” che cosa ha provocato ?

“In poco più d’un anno di applicazione ciò ha significato: far passare il messaggio che ci sono droghe che non producono danni, altrimenti perché le si chiama “leggere”? il loro spaccio è peraltro sanzionato in modo simbolico…; convincere che alla peggio possono pure non andare bene il traffico e la vendita di droga, ma non la detenzione, pur se in quantità rilevanti: se uno ce l’ha per sé, allo Stato e alle istituzioni non gliene può… di meno; rendere lo spaccio, se effettuato con furbizia, attività simile a quella del venditore di sigarette di contrabbando di 30 anni fa; una volta permesso solo l’arresto facoltativo in flagranza, quale agente di polizia rischia il rimbrotto del p.m. di turno per aver condotto lo spacciatore in camera di sicurezza.  Si moltiplicano anzi le direttive dei vertici provinciali delle forze di polizia di dedicarsi ad altro; precludersi la conoscenza delle dinamiche del fenomeno, che mutano in continuazione”.

C’è poi una sorta di “deriva culturale” ….

“Esatto. Al disastro provocato dalla legge si aggiunge l’effetto in senso lato culturale della proposta di legalizzare lo spaccio delle droghe“leggere” sottoscritta da ben 218 parlamentari: il messaggio che non fanno male trova conferma, altrimenti perché legalizzarle? Poi scoppia l’incendio. Purtroppo sono i fatti a parlare chiaro. Nella sola giornata di lunedì 20 luglio sui quotidiani italiani compaiono tre notizie, provenienti da tre diverse città italiane: 1) Ludovico Caiazza, 32 anni, rapinatore e assassino del gioielliere di Prati, a Roma, è condotto dal gip per la convalida del fermo; tossicodipendente, ha ucciso probabilmente sotto effetto di stupefacente, al momento dell’arresto viene trovato in possesso di metadone, si suicida in carcere dopo qualche ora. 2) Lamberto Lucciconi, 16 anni da Città di Castello, ha assunto – per la prima volta in vita sua – una pastiglia di ecstasy spacciata da un conoscente diciannovenne prima di entrare in discoteca a Riccione; il cuore non regge, muore dopo qualche ora. 3) Gianluca Mereu detto Giangi, 22 anni, alle 4 del mattino entra in casa della madre a Milano e la aggredisce con una tale violenza che deve intervenire la Polizia; portato in Questura per accertamenti, si getta dalla finestra e muore, mentre nella sua stanza sono trovati 70 grammi di marijuana”.

La chiusura del Cocoricò appare perciò un palliativo ? 

“A fronte di tutto questo, la reazione riguarda solo uno dei tre episodi: per disposizione del Questore, il Cocoricò di Riccione è chiuso per 4 mesi. Lungi da me contestare il provvedimento del Questore di Rimini, che anzi mi auguro non sia impugnato o che – se lo fosse – spero non sia annullato dal Tar. Mi permetto di osservare che però da parte di qualche esponente del Governo Parlamento agganciarsi a questo ed enfatizzarlo equivale a esaltare l’idrante a fronte di un incendio che si è concorso a provocare; senza dire che l’intervento su quella discoteca è arrivato dopo tre morti in pochi mesi e un trapianto di fegato che ha strappato dalla morte un quarto giovane”.

 Domanda (retorica): Cocoricò rinviato a dicembre = problema risolto e archiviato? 

“Chi pratica i locali da (s)ballo e chi li rifornisce di droga si sposteranno in altri ritrovi, a Riccione come in tutta Italia: una dopo l’altra si ha intenzione di chiudere tutte le discoteche? E’ evidente che non è questione solo di norme di legge cambiate, ma è altrettanto evidente che oggi lo sballo incontra meno ostacoli: siamo soddisfatti, e anzi andiamo oltre con una bella legalizzazione? Poi, certo, vi sono le responsabilità dei gestori di questi locali. Anni fa la loro associazione di categoria sottoscrisse, sia in sede nazionale che sul territorio, protocolli contenenti impegni precisi, in analogia con quel che negli stessi anni accadeva nel mondo del calcio: come le società calcistiche decisero di fare la propria parte accollandosi i costi della formazione e del servizio interno allo stadio degli steward, così i titolari delle discoteche accettarono di munirsi di filtri di sicurezza – all’accesso al locale e dentro – per evitare l’ingresso e la diffusione delle droghe di vario tipo. Qualcosa del genere va ripreso e rilanciato, nell’ottica della non criminalizzazione di tutti gli operatori del settore, e anzi di riprendere una fattiva collaborazione: se vi è quest’ultima gli interventi sanzionatori sugli inadempienti sono ancora più giustificati; purché ovviamente siano diretti a colpire non solo il simbolo, ma chiunque violi la legge”.

Evidentemente ci sono anche altre “responsabilità” … 

“Non ci sono soltanto gli altri, che hanno tutte le colpe, e noi che siamo candidi e innocenti. Se un ragazzo di 16 anni compra il biglietto del treno, sale sul convoglio e, percorso qualche centinaio di chilometri, trascorre la notte in una discoteca, c’è qualche problema, quand’anche se in quella discoteca circolassero esclusivamente aranciate e arachidi. Fare i genitori è sempre più complicato, ma che sia difficile non significa abdicare. Dopo che Lamberto, 16 anni, è tornato a casa in una bara la chiusura della discoteca interessa veramente poco”.

@barbadilloit

Di Mario Bozzi Sentieri

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