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Cultura. Perché l’uomo non può essere raccontato solo con la scienza

Pubblicato il 16 aprile 2015 da Sandro Marano
Categorie : Cultura

paesaggio“Ma che colore ha una giornata uggiosa /ma che sapore ha una vita mal spesa”, cantava Lucio Battisti. Il colore, il sapore, l’amarezza. Ecco, la ragione non può definire queste emozioni, può solo raccontarle. “L’umano sfugge alla ragione fisico-matematica come l’acqua dal canestrino”, scriveva Ortega y Gasset in un articolo del 1935 intitolato La situazione della scienza e la ragione storica. La scienza ci fornisce formule e procedimenti tecnologici che modificano la realtà e spesso ci facilitano l’esistenza. Nessuno intende disconoscerne i meriti. Ma la scienza non può dirci nulla di chiaro e di definitivo sull’uomo e sul mondo. Inoltre può anche distruggere l’uomo e il mondo, mi riferisco, esemplificando, a Fukushima o alla terra dei fuochi (una volta una delle più fertili terra d’Italia).

Per l’appunto, ripensavo alla canzone di Battisti dopo aver scambiato qualche battuta tra il serio e faceto con mia figlia Ginesia che frequenta la 2^ liceo scientifico e con mia nipote Francesca che frequenta l’ultimo anno del liceo classico. Entrambe adorano le materie scientifiche e forse mi considerano come un patetico don Chisciotte, quando mi ostino ad asserire il primato alla filosofia. A mia figlia ho detto: la scienza, certo, ci dice che l’acqua è H2O, ma quando hai sete bevi acqua limpida e non H2O. Mia nipote invece mi dà una risposta articolata che merita una risposta accurata: “per me la scienza è l’unico mezzo che può dare risposte quasi certe, nonostante sia in continua trasformazione. Però i metodi di indagine scientifica sono, almeno per me, certamente più validi rispetto a una conoscenza di stampo filosofico, vista come una riflessione sull’uomo e sul mondo, senza però l’ausilio di un mezzo scientifico. Nonostante ciò, non voglio dire che la filosofia, ad esempio, non abbia alcuna validità (considerando che molti matematici o fisici sono anche filosofi), ma penso ci possa essere una collaborazione tra le due, anche se considero prioritaria la scienza.”

Osservo intanto malinconicamente le distanze tra le generazioni. La mia generazione, un po’ ingenua, aveva come parola d’ordine la contestazione. Poi è succeduta una generazione rifluita nel privato, nell’edonismo, nell’individualismo più becero. Oggi la nuova generazione sembra aprirsi di nuovo al mondo, ma questa apertura è mediata da sofisticati strumenti tecnologici (computer e telefonini). La scuola, che tanto ha contribuito all’abbattimento di verità rilevate ne propina altre acriticamente accettate come il progresso, la scienza, il benessere, il politicamente corretto. E’ preda di ideologie alla moda. Ma veniamo brevemente al rapporto scienza-filosofia. Gli stessi scienziati ammettono il carattere simbolico della conoscenza scientifica: “la cosiddetta natura, almeno ciò che con questo nome scruta il fisico, risulta essere una macchina di sua fabbricazione che egli interpone tra l’autentica realtà e la sua persona”, notava il già citato Ortega. Può dirci la ragione scientifica come regolarci nel dramma che è la nostra vita? Non siamo forse un po’ stanchi di atomi, di reazioni chimiche, di onde elettromagnetiche?

L’ecologista italiano Rutilio Sermonti in quello splendido testo che è L’uomo, l’ambiente e se stesso mostra i limiti del pregiudizio scientista secondo cui la ragione scientifica e la tecnica possono spiegare tutto e manipolare a loro piacimento il mondo. La tecnica, infatti, “può darci il modo di raggiungere più rapidamente, comodamente, efficacemente, economicamente alcuni risultati, ma non può dirci nulla su quali risultati sia il  caso di raggiungere. Il risultato può essere indifferentemente quello di mietere e di trebbiare il frumento o quello di  sterminare un’intera popolazione. Che facciamo? Trebbiamo o sterminiamo? Questo la tecnologia non ce lo dice.”. Prima della scienza c’è dunque la filosofia, prima dello scienziato c’è il filosofo, il santo, il poeta. In Prologo per gli Spagnoli del 1932 (che è la prefazione alla seconda edizione de Il tema del nostro tempo) Ortega scriveva: “di pensiero in senso stretto non ce n’è che uno solo: quello filosofico. Tutte le altre forme di intellezione sono secondarie… non sono che limitazioni più o meno arbitrarie dell’avventura filosofica”, giacché il pensiero “è lo sforzo esasperato di un essere che si sente perduto nel mondo ed aspira ad orientarsi… le scienze, le tecniche  di ogni tipo … nella misura in cui sono restrizioni della curiosità iniziale  ricca di pathos sono già in un certo senso cecità… Lo scienziato di solito non ha chiarezza sul resto della vita, un resto che è sempre il tutto.” Già. Perfino, “vedere chiaramente che l’enigma della vita è insolubile, che la sensazione di smarrimento non può essere guarita è già dominare il nostro destino, è sentirsi nella verità”. E  la verità trovata da Leopardi che al suo desiderio di felicità opponeva l’infinita vanità del tutto vale filosoficamente la verità propugnata da Agostino per il quale la conoscenza si circoscriveva a Dio e all’anima, all’illuminazione divina nell’uomo. Entrambe le risposte, al di là delle loro profonde e irreconciliabili differenze, servono ad orientarci, a salvarci dal naufragio dell’esistenza. “Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento dall’amore”, ci ricorda Benedetto XVI nella sua Spe salvi.

@barbadilloit

Di Sandro Marano

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