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Cultura. Storia in Rete di febbraio-marzo: nuova luce sulla strage di Via Rasella

Pubblicato il 6 marzo 2015 da
Categorie : Cultura

via-rasellaIl nuovo numero di Storia in Rete in edicola in questi giorni apre con un lungo capitolo dedicato agli Antipapi, scritto dalla medievista e divulgatrice Elena Percivaldi che è autrice di un saggio sull’argomento, mostrando grandezze e miserie della Chiesa cattolica dal Medioevo ai giorni nostri, con gli scontri fra figure gigantesche nell’epoca dei grandi scismi e l’attuale fiorire di sedicenti pontefici dopo il Vaticano II

Il fascicolo poi si concentra soprattutto sul Novecento. Dopo una lunga intervista con Roberto Olla, già responsabile del TGStoria su RaiUno (inopinatamente chiuso dalla rete nonostante gli ottimi ascolti, sul tema della triste condizione del documentario storico in Italia) il mensile diretto da Fabio Andriola dedica un ampia pagina alla Guerra Civile e ai suoi lati oscuri: il delitto Gentile, con un’intervista a Luciano Mecacci, autore di un pluripremiato saggio sull’assassinio del filosofo, un ritratto del cantore della Resistenza, Calamandrei, e la sua partecipazione alla costruzione giuridica dello Stato fascista durante il Ventennio e infine il capitolo conclusivo di una lunga inchiesta di Gian Paolo Pelizzaro su via Rasella e i veri moventi che spinsero i GAP romani a far esplodere una bomba contro una colonna del reggimento “Bozen” il 23 marzo 1944.

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Pelizzaro, che è già autore di altri ficcanti e incontestabili dossier su questa pagina della storia della Resistenza romana, sgombra il campo da illazioni e dietrologie per individuare al di là di ogni dubbio i veri motivi che spinsero Giorgio Amendola, capo del PCI a Roma, a ordinare l’attacco di via Rasella. E gli elementi che conducono alle conclusioni di Pelizzaro si trovano tutti in bella evidenza nelle pubblicazioni che i protagonisti dell’epoca, in un regolamento di conti dopo trent’anni, pubblicarono all’inizio degli anni Settanta. Un botta-e-risposta fra Secchia e Amendola che rivela la tensione al calor bianco fra la cellula romana e quella milanese del PCI fra 1943 e 1944, il tentativo di Amendola di scalare il partito e perfino scavalcare Togliatti (all’epoca ancora a Mosca) e quindi la necessità per quest’ultimo di mettere nel carniere un “colpaccio” per evitare d’essere epurato quando il Migliore si stava apprestando a tornare in Italia per mettere bene in chiaro chi era il re della giungla nel PCI. Un bagno di sangue nazifascista (e conseguente sanguinosa rappresaglia dei tedeschi) che doveva servire ad Amendola a lavare le accuse di “attesismo”, di accordo coi badogliani (che era legittimo ai piani alti dei palazzi ma doveva essere ignorato sul campo di battaglia, dove i comunisti aspiravano e avevano i mezzi per realizzare l’egemonia) e di aver cercato di esautorare Togliatti. Un quadro chiarissimo e inquietante, che emerge però solo confrontando gli scritti di Secchia e Amendola, che per quarant’anni sono rimasti nell’ombra in un silenzio imbarazzato e rivelatorio.

Storia in Rete continua poi la serie degli Eroi italiani della Grande Guerra, con un ritratto di Gonzaga del Vodice, il generale di ferro di una divisione di ferro, e racconta l’attacco di Mussolini alla Massoneria nel 1925, e quindi l’epilogo del Fascismo con l’ennesimo capitolo della caccia alle carte di Mussolini, scomparse nel 1945, con un articolo di Luca Rocchi che presenta nuovi documenti sulla biblioteca del Duce sequestrata dalle autorità dopo la fine della guerra.

@barbadilloit

Una risposta a Cultura. Storia in Rete di febbraio-marzo: nuova luce sulla strage di Via Rasella

  1. Giorgio Amendola godette anche della protezione dei funzionari dell’OVRA (polizia politica fascista). Quando fu arrestato e portato in questura i zelanti funzionari di polizia, che ben lo conoscevano,schieratisi dalla parte degli angloamericani consapevoli che la guerra per i nazifascisti era perduta, finsero di non conoscerlo e di consegnarlo ai tedeschi, con le ovvie infauste conseguenze per lui, in caso contrario. Stesso trattamento di favore fu usato anche nei confronti del capo comunista Antonello Trombadori, ricoverato in infermeria a Regina Coeli, in modo tale da non finire alle Fosse Ardeatine. I vertici del PCI poi nel dopoguerra non epurarono nessun ex funzionario romano dell’OVRA. Anzi Guido Leto capo dell’OVRA continuò nella sua brillante carriera, anche nel dopoguerra. Uno dei zelanti funzionari di polizia romani fu il celebre Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari Riservati del Viminale nei governi democristiani.Questo zelante poliziotto fu colui che trasse in arresto Julius Evola nel 1946,essendo capo dell’ufficio politico romano,per la nota vicenda dei FAR.La collusione dei vertici del PCI con i vertici dell’OVRA meriterebbe un ampio e ben documentato saggio storiografico.

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