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Il racconto. La rivolta degli kshatriya e il ritorno all’Ordine

Pubblicato il 25 febbraio 2015 da Giovanni Balducci
Categorie : Cultura Estat&racconti

Era Treta, l’Età dell’Argento della civiltà classica occidentale. La nobile casta brahmana custode dei Veda e della Legge, a causa delle leggi cicliche che regolano la manifestazione universale, era entrata in conflitto con la casta immediatamente succedanea degli kshatriya, guerrieri d’antichissimo lignaggio e guardiani dell’ordine pubblico.

Il loro capo Swamihata, indegno figlio del marajà Anandayana, Krishna Arjun chariotsaggio signore della città di Agra, aveva rapito la bellissima primogenita del brahmana Kapila, che dopo aver pacificamente richiestone il rilascio, al quarto rifiuto, s’era visto costretto a scendere in conflitto con la lega dei marajà. Gli scontri a colpi d’armi bianche e di magia duravano da ben tre anni esatti, morte chiamava morte.

L’intero sub-continente indiano era divenuto un campo da guerra e il sangue dei caduti in battaglia aveva ormai conferito alle sacre acque del Gange una colorazione rosso vermiglio. Non si rammentava uno scontro di tale portata dai tempi della mistica Battaglia di Kurukshetra, resa immortale dai versi del Mahbahrata, che vide contrapporsi l’invincibile guerriero Arjuna ai suoi stessi fratelli e cugini, i Pandava. Le due colonne portanti della millenaria civiltà indiana sembravano sul punto di collassare l’una sull’altra, così da prestare il fianco all’ascesa prometeica delle caste subordinate dei vaishya, i mercanti, degli sudra, manovali e servitori, e degli chandala, i fuoricasta, gl’immondi mangiatori di cani.

Lo spettro si faceva sempre più imminente da quando gli stessi brahmani impegnati nella lotta avevano quasi dimenticato la loro suprema funzione di officianti dei riti sacri tesi a conciliare il mondo dei numi con quello degli uomini. L’India sarebbe perita, le potenze del cielo sconvolte non si fossero più officiati i sacri riti. Si vide in questo frangente il brahmano Kapila bruciare incenso dinanzi alla statua bronzea di Brahma, Signore e Reggitore dell’Universo, come a voler ricondurre all’unità il corpo mistico dell’India, quell’unità che rispecchiava nell’ordine umano l’Uno che i saggi vedici avevano visto apparire al culmine delle loro meditazioni, sorto nel cielo più alto della coscienza, come la luna piena color d’avorio sorge nei tipici cieli di madreperla delle notti estive indiane.

«Venite, venite Sri Kapila», una voce di fanciullo si sentì risuonare tra le mura del tempio. Era Chandra, il settimo ed ultimo figlio di Kapila, accorso per comunicare al padre la vittoria riportata presso Vishakhapatnam nel sud est del Paese.

«Sri Kapila, i nostri uomini hanno sbaragliato il nemico. Gli dèi ci sono stati propizi. Le nostre schiere marciando come un sol uomo hanno annientato i figli della rivolta impotente. Puniti sono i riottosi, ridotti in polvere i blasfemi, la dea Kali passeggia già fra i loro resti e beve il sangue dai loro crani».

Barddhaman Mahabharata Bangla

E Kapila accorso sull’uscio: «Quale gioia arrechi al mio vecchio cuore, ormai stanco di questo conflitto. Spero questa vittoria porti presto ad una risoluzione della contesa con gli kshatriya, sono sfinito, esausto nel vedere l’India dilaniata e gli Arya uccidersi tra fratelli».

Un cielo livido in quel momento faceva da sfondo al passaggio di un grande uccello dalle piume d’oro. «Ecco un garuda, figlio mio» disse Kapila: «Verrà un giorno in cui i garuda e i serpenti faranno la pace». Sopraggiunsero poi degli uomini del vicino villaggio, alcuni umili sudra, che chinatisi dinanzi a Kapila in segno di devozione gli baciarono le mani, poi gli offrirono in dono alcuni simulacri di divinità locali, aventi a che fare con la vittoria in guerra, il brahmana gli accettò di buon grado, poi invitò quei miseri ad entrare nel tempio per rivolgere lodi al supremo Brahma. Nei pressi dell’altare bruciava il sacro fuoco di Agni ad indicare la vittoria che il principio di Luce sempre riporta sulle tenebre e le caligini che oscurano il mondo dei mortali, l’Ordine che trionfa sul Caos, la Legge universa che plasma la materia e conferisce forma alla rozza sostanza primordiale.

@barbadilloit

Di Giovanni Balducci

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