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Esteri. Da Boston a Sidney il terrorismo islamista dei “lupi solitari”

Pubblicato il 16 dicembre 2014 da Marco Petrelli
Categorie : Esteri

Isis fighters parade through Raqqa

“Fate di casa vostra il campo di battaglia“, twittava Aqsa Mahmood, giovanissima studentessa inglese che la scorsa estate ha abbracciato la causa dell’Isis.

Un appello che non è rimasto inascoltato: Canada, Inghilterra e ora anche Australia hanno dovuto fare i conti con improvvisati terroristi, non collegati a cellule internazionali, “cani sciolti” o “lupi solitari” che colpiscono con mezzi di fortuna, con il solo fine di provocare il maggior numero di vittime possibile.

Attacchi “low cost”.  Oggetti che appartengono alla quotidianità riconvertiti in armi, così si “equipaggiano” gli spontaneisti. Internet può essere fonte di spunto per “equipaggiarsi” con pochi spiccioli, grazie a siti e guide pdf che spiegano come ricavare una bomba da un flacone di solvente.  Una cosa già vista anche da noi, nel corso degli Anni di Piombo: qualcuno ricorderà, ad esempio, “In caso di golpe. Manuale teorico-pratico per il cittadino di resistenza totale e di guerra di popolo, di guerriglia e di controguerriglia“, pubblicato nel 1975. Coltelli e armi da fuoco gli strumenti offensivi più diffusi. Come nella cioccolateria di Sidney.

Lo “sceicco Haron”. Il 15 dicembre 2014, l’iraniano-austaliano Man Haron Monis fa irruzione in un punto vendita della Lindt a Martin Place, Sidney. E’ armato di pistola e   prende degli ostaggi. Spara e ne uccide due: il titolare del locale e una commessa, 38 e 34 anni. Prima di cadere a sua volta, abbattuto dai colpi della polizia, l’attentatore sventola una bandiera nera con una scritta in arabo. Secondo le prime ricostruzioni non si tratterebbe della stessa usata dal Califfato islamico, anche se sul suo sito si leggono parole  inequivocabili: Usa e Australia terroristi, per il loro impegno in Afghanistan. L’uomo, che sul portale si faceva chiamare “sceicco Haron”, è emigrato dall’Iran nel 1996. Era già noto alle forze dell’ordine per atti violenti e lettere minatorie inviate alle famiglie dei soldati australiani caduti in Afghanistan;  sciita, ha rinnegato la dottrina abbracciando quella sunnita. Uno spontaneista dello jihad: una cosa nuova in Australia, non in America ed Europa, con tragici precedenti.

Londra. Colpo di machete, filmino con lo smartphone, “Allah è grande”. Il 22 maggio 2013, due uomini decapitano  un soldato della Royal Artillery in una strada a  sud di Londra. Quando la polizia accorre, i killer stanno cercando di registrare un video e ripetono il nome di Allah. Azione non ricollegata ad una struttura organizzata.

Terrore a Boston. Il 15 aprile 2013, una bomba artigianale ricavata da pentole a pressione esplode nel bel mezzo della Maratona di Boston. Tre morti e oltre duecentocinquanta feriti. Responsabili dell’azione, due fratelli ceceni, uno dei quali naturalizzato americano dal settembre precedente. Un altro caso di spontaneismo: nessun legame con cellule internazionali, ma la condivisione dei fini della “guerra santa”.

In Canada. Lo scorso autunno, a Ottawa, un immigrato libico assalta il parlamento; a Montreal un soldato perde la vita investito da Martin Ahmad Rouleau, al quale era stato da poco revocato il passaporto, perché tenuto d’occhio dalle autorità come simpatizzante della causa del Califfato Islamico.

Prevenzione. L’attentato di Sidney arriva ad appena 72 ore dal Reintegrating Returning Foreign Terrorist Fighters, Challenges and Lessons Learned (11-12 dicembre 2014), workshop organizzato dalla Farnesina in collaborazione con United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute (UNICRI) e Global Counter Terrorism Forum (GCTF), nel corso del quale sono stati affrontati i sistemi di contenimento del terrorismo internazionale e di recupero degli ex terroristi. In particolare, dal convegno è emersa la necessità dello studio del contesto socio-economico e politico nel quale il terrorismo islamico prende piede, al fine di garantire un’opera di prevenzione del fenomeno, oltre che di contrasto. Sociologi ed esperti chiamati ad affrontare un nemico che opera nell’ombra, in seno a quell’Occidente che accoglie, rende cittadini e poi assiste alla “conversione” di giovani cresciuti con iPad e smartphone in novelli qaidisti. L’Onu vorrebbe comprendere come il Califfato sia riuscito a sviluppare una rete di volontari nel mondo arabo, in Europa e negli Usa ma, dopo l’assalto alla cioccolateria Martin Place, forse gli occhi degli analisti dovrebbero spostarsi sul territorio metropolitano occidentale, che sta progressivamente trasformandosi nel nuovo campo di battaglia del Califfato e dei suoi fiancheggiatori.

@barbadilloit

@marco_petrelli

Di Marco Petrelli

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