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Il caso (di G. de Turris). Se OdG e Fnsi impongono il Pensiero Unico del linguaggio

Pubblicato il 21 ottobre 2014 da Gianfranco de Turris
Categorie : Cultura

73a0dc96-2b68-4aad-981b-b37fceb45770_minculpop“E’ stato raccomandato ai giornali di fare maggiore attenzione alla aggettivazione eliminando spaventoso mirabile delirante ecc.” (20 aprile 1932).

“E’ stato raccomandato ai giornali che non si deve dire più alto-atesini ma bolzanini” (24 aprile 1933).

“Dire: Colonne con bandiere, e non Cortei con bandiere (27 ottobre 1936).

“Si ricorda ancora che i vigili del fuoco non vanno definiti pompieri” (25 gennaio 1939).

“I filobus non vanno chiamati vetture filoviarie” (22 febbraio 1939).

“Norma di carattere permanente: nel parlare di uomini e istituzioni sovietiche, non usare l’aggettivo russi” (23 marzo 1943).

“Gli anglo-americani vanno definiti nemici non alleati” (27 aprile 1943).

Ecco un minimo florilegio di un certo tipo di “veline” destinate ai giornali emesse dal Ministero della Cultura Popolare e tratto da La stampa del regime 1932-1943 (Bompiani,2005). Se così si indirizzavano i giornalisti durante la dittatura fascista, vediamo che succede in piena democrazia antifascista. Ricordiamo però che l’Albo dei giornalisti e poi l’Ordine vennero istituiti nel 1925, e che nel 1963 la Legge Gonnella istituì l’attuale Ordine che nell’articolo 2 solennemente afferma: “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d‘informazione e di critica”. Come si conviene ad una nazione democratica che non deve condizionare la stampa.

Molto bene. Ora però accade un fatto singolare e inquietante. L’Ordine dei Giornalisti e la Federazione della Stampa (il sindacato) hanno emanato un “Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”, elaborato in collaborazione con l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati. Al “Protocollo” è annesso un glossario con un elenco di parole da usare e quelle da non usare perché reputate dai compilatori “razziste” o “discriminanti”. Ad esempio, non si devono assolutamente usare sulla carta stampata o in televisione clandestino ed extracomunitario, da sostituire sempre e comunque con migrante irregolare, richiedente asilo, beneficiario di protezione umanitaria, vittima della tratta (anche quel Kabono che ammazzò a picconate tre milanesi, dunque). Deve essere bandito anche il termine popolare “vu cunprà”, e infatti il ministro dell’Interno Alfano venne aspramente cicchettato.

L’OdG si occupa anche di altro nel suo glossario impositivo. Non si deve usare la parola zingaro e addirittura nemmeno nomade e neppure rom, che sembrava l’ultima spiaggia del politicamente corretto, dato che non si può sapere a che etnia questa gente appartenga. Allora? Facciano camminanti, come il sindaco di Roma Marino impone agli uffici comunali di utilizzare? Nemmeno. Il glossario ci dice di usare Romanì. Romanì? Proprio: con l’accento sulla i. Ma a quale linguista si è ispirato l’Ordine dei Giornalisti?

Non si tratta di uno scherzo, l’OdG l’ha presa maledettamente sul serio. Non amichevoli consigli, ma paternalistiche direttive. Ora se non si seguono tutte queste nuove regole linguistiche, poiché l’OdG a quanto pare ha attivato un apposito ufficio di periodico monitoraggio della stampa e della radio-tv su questi temi, si corre il serio ancorché ridicolo rischio di un procedimento disciplinare che si può concludere con una censura, un avvertimento, una sanzione, una sospensione e addirittura una radiazione. Ohibo! E se uno facesse ricorso al TAR o in tribunale per attentato alla libertà di espressione, ancorché politicamente scorretta?

Nel mostro caso si verifica quanto già segnalato su queste pagine con linee-guida per i signori giornalisti emanate dall‘Unar-Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che fa parte del Dipartimento Pari Opportunità a sua volta sotto il Ministero del Lavoro dell’ex governo Letta: vale a dire la creazione ex novo di parole che dall’oggi al domani divengono ufficialmente “inopportune”, “discriminanti”, “dispregiative”, con “valenza negativa”, “improprie”, ”stigmatizzanti”,“ghettizzanti” e chi più ne ha più ne metta. Prima erano parole comuni da adesso in poi, nell’ambito giornalistico, parole proibite, parolacce, in quanto così ha deciso una Casta per i propri iscritti. I non iscritti possono fare invece come meglio credono senza alcuna sanzione (e ci mancherete pure…). Ma poiché, come ci ha insegnato McLuhan, “Il medium è il massaggio”, a forza di usare o non usare certe parole alla fine il cervello ben massaggiato si abituerà a usarle o non usarle più. Attraverso il linguaggio si condiziona la cultura e si modifica un pensiero, e a quanto pare lo sanno bene al Dipartimento… e all’OdG. Oplà, allora, il gioco è fatto ed eccoci in piena dittatura del Pensiero Unico e del Politicamente Corretto con buona pace della “libertà di informazione di critica” di cui al sopracitato articolo 2. Alla fine non risulterà alcuna differenza tra il glossario dell’OdG e le veline del Minculpop: non vale infatti la differenza di intenzioni: è il metodo in sé che conta e il tipo di risultati che si ottengono:indicare come si deve parlare, scrivere, pensare e condizionare chi legge, ascolta, vede.

L’Ordine dei Giornalisti (che esiste a quanto pare soltanto in Italia) è un ente pubblico che può dare indicazioni, direttive, regole ai suoi iscritti. Ma cosa succede se queste indicazioni, dello stesso tipo di quelle ora segnalate, le dà qualcun altro, ad esempio un Ateneo? Teoricamente non dovrebbe accadere nulla, ma i nuovi glossari politicamente corretti stanno a indicare una precisa campagna ideologica per orientare chi di dovere e mutare dall’alto il sentire dell’opinione pubblica. Insieme alla “ideologia gender” è uno dei sintomi del malessere dell’Occidente postmoderno in balia alle lobby intellettuali giacobine.

*Questo articolo sarà pubblicato sul numero di novembre de “Il Borghese”

@barbadilloit

Di Gianfranco de Turris

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