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La lettera. Destre e lavoro: il modello? La via italiana all’economia sociale di mercato

Pubblicato il 18 ottobre 2014 da Andrea Delmastro*
Categorie : Politica

lavoroCaro Direttore,

il Jobs Act e le roboanti promesse giornalistiche di Renzi(e) stanno agitando il mondo politico e non solo. Scafati politici di destra, appiatti uomini del sedicente centrodestra, imprenditori navigati e paraculati si affrettano a incensare il disegno di legge delega proposto dal Governo di centrosinistra. Il fatto strabiliante è che, pur avendo tutti ragione, ognuno esalta un aspetto fatalmente contraddittorio con quello sottolineato dagli altri.

La verità è che la discussione per ora verte sul nulla, posto che il disegno di legge delega è talmente vago, generico ed inconsistente (fatalmente, si dirà) che ognuno commenta le singole, quotidiane, a volte contraddittorie, propalazioni sul tema del proteiforme Renzi(e).

Il cortocircuito fra pirotecniche promesse e deludenti risultati è la cifra distintiva del governo di compromesso guidato dal magistrale pifferaio, o meglio gelataio, di Hamelin. Eppure la sindrome del soccorso azzurro pare diffondersi sempre più: il centrodestra in crisi di identità si interroga inquieto su quanto tasso di centrodestritudine ci sia nel Jobs Act, ipotizzando persino di votarlo, qualcuno individuando in quell’elenco di buone (?) intenzioni il compimento di quella rivoluzione liberale tradita dal ventennio berlusconiano.

E il morbo si propaga anche in qualche esponente della destra, in passato giustamente difensore di professioni minacciate dalle finte liberalizzazioni di Bersani e oggi teorico di un nuovo conservatorismo liberale che strizza l’occhio alla sinistra liberal.

Intendiamoci, la società è molto cambiata rispetto a quando a destra ci si scannava tra sociali e liberali e quel dibattito oggi rischia di essere fuori dal tempo rispetto al pragmatismo renziano. E allora, con lo stesso pragmatismo ma anche con i piedi ben saldi nelle nostre radici, entriamo nel merito.

Nelle sette pagine sette della delega lavoro ci sono declamazioni di assoluto buon senso, alcune giuste misure che anche noi abbiamo auspicato (l’estensione delle tutele a chi ha un lavoro precario, l’introduzione di minimi contrattuali per alcune categorie di lavoro, le garanzie per le lavoratrici in maternità) così come enormi punti interrogativi che tali rimarranno fino alla scrittura dei decreti attuativi.

Infatti, una volta apposta la fiducia e votata la delega senza emendamenti, spetterà al governo tradurre in legge i vaghi principi della delega e quei decreti attuativi saranno a loro volta non emendabili. Con il risultato che chi, pur non votando la fiducia al governo (ci mancherebbe), votasse la delega si troverebbe mesi dopo automaticamente responsabile di qualunque castroneria i Ministri, o in loro vece i burocrati ministeriali, finissero per scrivere.

Ricordate la Fornero e gli esodati? Rassicurati dai tecnici del governo dei tecnici il centrodestra finì per votare una macelleria sociale senza precedenti. E chi ci dice ad esempio che il governo non faccia del delicato tema del “demansionamento” una Fornero-bis? Chi ci assicura che una facoltà oggi concessa alle imprese in situazioni particolari e giustificate non venga utilizzata per una operazione di riduzione dei salari su vasta scala, ulteriore sirena per i tanto invocati “investitori stranieri”?

A dirla tutta non crediamo che neanche il centrosinistra sia disposto ad un atto di fede e che si stia, molto più mestamente e molto meno onorevolmente, rassegnando a fare un atto di “contrizione” e di “subordinazione” al ciclone Renzi che, con una visione padronale (già sentita questa) della sua coalizione, ama ricordare che detiene saldamente nelle sue mani i destini politici dei suoi “compagni” di Governo.

L’affondo più suggestivo Renzi lo sta facendo sul mondo del lavoro con la palese intenzione, neanche sobriamente dissimulata, di circuire gli ingenui e di fornire l’alibi a coloro che, pur chiamandosi “nuovo centrodestra”, governano con la sinistra, giusto per alimentare il senso di fiducia degli italiani nella politica.

Dopo aver agitato lo specchietto per le allodole dell’articolo 18, Renzi si è concentrato sui contratti di chi già ha un lavoro, con ciò ripetendo, nella forma giovanile e dialogante del cinguettio su twitter, il vecchio tic della sinistra italiana per cui, quando si parla di lavoro, si guarda a chi lo ha già e ci si disinteressa di chi ancora lo cerca e ogni giorno vede sfumare sempre più le sue possibilità di reperirlo.

A fronte delle robuste critiche di Fratelli d’Italia proprio su questo tema e a fronte della proposta di Fratelli d’Italia di intervenire per aumentare il livello occupazionale, Renzi ha sfoderato il c.d. ‘coup de teatre’: azzeramento dei contributi per i nuovi assunti!

Al di là del fattore propagandistico, Renzi non dice dove intende trovare 30 miliardi di risorse, ma soprattutto non dice dove troverà i soldi per la decontribuzione totale né che tale misura riguarderà gli occupati aggiuntivi e non potrà essere quindi utilizzata per chi un lavoro già ce l’ha.

Il Job-Italia

Il Prof. Luca Ricolfi ha recentemente sperimentato, unitamente alla fondazione David Hume, il Job–Italia che prevede la decontribuzione del costo del lavoro, vincolandola però al requisito che l’azienda che ne beneficia abbia aumentato gli occupati. In tal modo la misura si finanzia da sé, aumentando significativamente il PIL, viene concessa alle aziende virtuose e non pesa nuovamente sul bilancio dello Stato. Il Job-Italia promette, secondo le stime dei suoi ideatori, la creazione di 300.000 nuovi posti di lavoro. Questa è la proposta forte che Fratelli d’Italia avanza e che permetterebbe di aumentare il PIL, di riaccendere la speranza e la fiducia.

E’ nel Jobs Act? No.È nella legge di stabilità? Nemmeno.

Così come non troviamo nessuna traccia, neppure vaga, di una visione diversa ed etica dell’economia con l’introduzione di principi premiali a favore di chi sceglie di aumentare la produttività adottando modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa. Ancora una volta spetterà a noi proporlo.

Se crediamo che dalla crisi si esca con un’alleanza dei produttori, con il superamento della conflittualità tra capitale e lavoro, con una via italiana all’economia sociale di mercato, allora è tempo di sfidare Renzi senza rinunciare ad essere alternativa e ad incarnare quella destra straordinariamente anomala che ha sempre saputo difendere con la Nazione il valore sacro del Lavoro.

* Componente dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia

 @barbadilloit

Di Andrea Delmastro*

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