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Il racconto. Quando Marco Travaglio abbandonò le manette. E si diede al meteo

Pubblicato il 17 ottobre 2014 da Marco Ciriello
Categorie : Cultura

travaglio(Che farà Marco Travaglio dopo la rupture con Michele Santoro? Ecco il racconto immaginario di uno scrittore molto amato sulle colonne digitali di Barbadillo.it, Marco Ciriello)

Dopo l’abbandono degli studi di Servizio Pubblico con Michele Santoro che aveva giurato di non riprenderlo più, dopo la chiusura del Fatto Quotidiano, con Berlusconi premiato agli Oscar, e la sua candidatura a governatore del New Jersey, Marco Travaglio si era chiuso in casa, disperato.

I suoi libri erano andati calando, la sua autobiografia aveva venduto meno del vincitore dello Strega, gli amici erano scomparsi. Solo Sabrina Guzzanti continuava a passare sotto casa tua e citofonando gli raccontava le ultime trattative, gli scandali orrendi che continuavano a dominare l’Italia senza trovare negli editoriali di Travaglio le giuste sentenze, le severe condanne, il soprannome adatto per i colpevoli. Ogni tanto Beppe Grillo dal suo blog culinario, tra un pesto e una lasagna, citava i tempi andati, usando come madeleine coltelli e forconi. Qualche volta imbottendo un pollo o un tacchino li battezzava con i nomi che Travaglio usava per i politici corrotti, per i cialtroni che aveva avversato, per i ladri che – invano – aveva smascherato. Ma non funzionava, Marco non rispondeva mai agli inviti, nessuna telefonata bergogliana, nessuna irruzione, solo silenzio.

Anche Padellaro che ora dirigeva una piccola impresa di vigilanza notturna a Reggio Calabria continuando a lottare contro la ‘ndrangheta, aveva smesso di chiedergli di tornare. Una volta Pannella aveva tentato di entrare dalla finestra scalando i tre piani con l’aiuto di alcuni radicali ora pompieri a riposo, ma niente, il sistema a saracinesca di casa Travaglio, più blindata della Banca d’Italia lo aveva respinto – erano i tempi della trattativa e Caselli gli aveva consigliato una ditta di artigiani del ferro di Piombino, inventori della blind-house una gabbia protettiva poi adottata anche dalle carceri israeliane e infine estesa all’intera città di Tel Aviv –. e quando, ormai, quasi nessuno più lo ricordava, confondendolo in molti casi, con altri, era riapparso. In una nuova veste, con una nuova ossessione. Lasciati i tribunali aveva rivolto il suo interesse al cielo. Un pomeriggio che a Torino pioveva più del solito, preoccupato per i suoi nipoti, aveva cercato il servizio meteo. Al cospetto di un giovane tenente dell’aeronautica, era caduto in trance. Ipnotizzato dalla sicurezza delle condanne: «domani l’anticiclone delle Azzorre investirà la Costa Azzurra impedendo lo svolgimento dell’annuale regata», dalla certezza della pena: «oggi ampi rovesci sul Sud Italia e le isole», attratto dalle immagini multicolori, dalle animazioni che illustravano precipitazioni e vento, mari agitati e coste soleggiate, era tornato quello di sempre.

Aveva colto il messaggio, solo che questa volta al posto del Tribunale di Milano c’era il satellite meteorologico. E si era rimesso a studiare, prima un corso Elettra per corrispondenza – ancora non riusciva a scendere tra la gente, e quando si trattava di raccontare che Tempo che fa sulla Liguria, gli risaliva il Burlando –, si era messo a leggere le carte meteorologiche, i libri: dalle prime scoperte all’innovativa lettura del tempo di oggi, e la sua prima uscita era stata per un raduno di vecchi ufficiali dell’aeronautica per il lancio dei palloni meteorologici dal Monte Bianco. Aveva ritrovato quel senso di pace che solo le sentenze – in passato – avevano saputo regalargli. Neve, nebbia, gelo, erano divenute la nuova carcerazione preventiva. Rugiada e vento, tempeste e uragani avevano preso il posto delle sentenze e degli appelli. I primi caldi, poi, la riscoperta delle stagioni, erano stati molto più entusiasmanti degli sconti con Formigoni e Berlusconi. Tanto che Marco aveva ripreso ad uscire, a parlare con la gente, e nonostante ormai avesse quasi tutti i suoi riccioli bianchi, era tornato a piacere, allo stesso pubblico, la sicurezza con la quale annunciava il tempo sul suo nuovo blog, e poi in una piccola emittente piemontese, gli stavano ridando se non proprio l’antica fama, quasi.

Casalinghe, carabinieri e ingegneri erano di nuovo pazzi di lui. Stava diventando una autorità in campo meteorologico, cominciava anche a tenere conferenze in giro per il paese. Aveva scritto un nuovo libro “Storia del tempo attraverso i piccoli dolori quotidiani”, e ora che tutti rivedevano la luce dell’inquisitore nei suoi occhi, con una carica maggiore di spiritualità, vista la sua nuova passione, in tanti si aspettavano il grande passo, il ritorno in edicola.

E così fu, quando Padellaro vide comparire la chiamata sul suo cellulare, stava ispezionando una vecchia cava sulla Sila. Travaglio gli chiedeva di tornare, di dirigere con lui, il primo giornale che parlasse solo di meteo, “Il tempo quotidiano”, e il vecchio amico, scaricando le sue pistole in aria, rispose: «Oggi è una bella giornata». Ma Travaglio subito lo corresse: «Ti sbagli sulla Sila, oggi è moderatamente nuvoloso, e si attendono ampi rovesci, credo tra circa due ore».

@barbadilloit

Di Marco Ciriello

Una risposta a Il racconto. Quando Marco Travaglio abbandonò le manette. E si diede al meteo

  1. Se questa roba voleva essere satira, suggerisco all’estensore una attenta lettura di Michele Serra : ha ancora tantissimo da imparare.

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