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L’intervista. De Giovannangeli: “L’Isis e una ideologia jihadista che non ha confini”

Pubblicato il 14 ottobre 2014 da Giovanni Tarantino
Categorie : Esteri Le interviste

isisTremila cittadini europei pronti ad arruolarsi sotto le insegne jihadiste dell’Isis. Un filo rosso che congiunge il fondamentalismo islamico ad altri terrorismi, quelli degli anni Settanta, ad altre ideologie in nome di una «volontà di sovversione globalizzata». Califfo Ibrahim visto come un nuovo Che Guevara, la bandiera nera che sostituisce quella rossa: l’identikit dei militanti pronti a battagliare per l’Isis è sempre più confacente al motto «la mia patria è laddove si combatte per la mia idea». Una nuova ideologia del terrore che non ha confini, che attecchisce in Europa come in America, che non ha classi sociali.

È questa la tesi di Umberto De Giovannangeli, oggi corrispondente de L’Huffington post, in passato inviato speciale de l’Unità, che segue da venticinque anni gli avvenimenti, le storie e le cronache del Medio Oriente, oltre che la politica estera italiana. Collaboratore della rivista di geopolitica Limes, è autore di saggi sul conflitto israelo-palestinese, tra i quali L’enigma Netanyahu, Hamas, pace o guerra?, Terrorismo. Al Qaeda e dintorni e Non solo pane. I perché di un ’89 arabo.

Come mai tremila europei sono pronti a combattere per l’Isis?

«I meccanismi che portano a questa scelta sono molteplici. C’è innanzitutto l’identificazione con una causa rivoluzionaria, in cui il militante radicale reputa se stesso come il potenziale sovvertitore dell’esistente. Non ci sono latitudini, né confini: l’adesione è soprattutto di matrice ideologico-religiosa. Emblematica, in tal senso, è la storia del genovese Giuliano Ibrahim Delnovo. Non proveniva da una famiglia araba, si è convertito all’Islam e successivamente ha fatto sua una battaglia sovranazionale, morendo in Siria tra le fila dei ribelli. C’è, in situazioni come questa, l’adesione alla lotta dei popoli oppressi. Com’era del resto accaduto in altri tempi, con altre ideologie».

Quali sono le ragioni profonde che stanno dietro a tali adesioni?

«Sono diverse le storie di cittadini europei o americani che finiscono per aderire alle milizie jihadiste perché alla ricerca di identità e di valori forti. Tanti, tra questi, non hanno alcun legame con l’Islam, hanno origini familiari tra le più svariate. In Francia si sono convertiti all’Islam, passando poi all’estremismo, ragazzi che non avevano alcun legame con gli arabi. C’è stato, complessivamente, un avvicinamento ex novo. C’è una platea che ha bisogno di approdo verso quelli che sono i nuovi fronti d liberazione».

È quindi in atto un nuovo internazionalismo?

«Proprio così: si tratta di una nuova forma di internazionalismo con alla base un’idea forte di comunità che travalica i confini nazionali. È l’idea di umma, la nazione, l’etnia-madre che si fonda adesso su un’adesione a valori condivisi. Nasce in Europa, in Francia come in Gran Bretagna, ma non è francese o inglese. È un po’ il riecheggiare del vecchio motto “Proletari di tutto il mondo unitevi”, piuttosto che “La mia patria è laddove si combatte per la mia idea”. L’unità d’intenti di chi aderisce ai movimenti estremisti islamici è quella di combattere contro i nuovi colonialismi.C’è una ricerca che trova risposte in una lettura radicale dei problemi».

Quanto incide realmente l’eventuale conversione all’Islam di questi soggetti?

«L’aspetto puramente religioso non è un elemento marginale. Un passaggio, nel più dei casi, effettivamente c’è e avviene attraverso la conversione. Ribadisco che piuttosto anche nella conversione all’Islam c’è la ricerca di un punto di approdo, di certezze, di valori forti di risposte che non vengono rintracciate in altre ideologie o esperienze. Poi c’è la rabbia sociale, ma questa può valere per chi diventa estremista provenendo dalle banlieues francesi. Sappiamo bene, però, che non tutti quelli che aderiscono al fondamentalismo islamico provengono da condizioni di disagio sociale. Molti provengono dalle borghesie europee: anche in quegli ambienti c’è una domanda di estremismo contro l’occidente globalizzatore che vuole imporre la shari’a».

Tracciato l’identikit del militante, come ci si affilia al fondamentalismo islamico? Quali sono i canali di adesione?

«I luoghi di conversione, ormai, si sono moltiplicati. Prima potevano essere alcune moschee in cui si professava il radicalismo più che in altre. Ora un ruolo più incisivo l’hanno le carceri. Spesso è in quegli ambienti che ci si affilia a comunità consolidate e che possono garantire protezione. Non va escluso, chiaramente, il ruolo giocato dal web, predominante anche in questo senso. Su internet si può trovare di tutto, non tanto sul piano dei contatti quanto in merito alla fase di apprendimento. Ci sono anche istruzioni perfette su come creare una bomba nel garage di casa propria. Elementi del genere devono fare riflettere».

Le adesioni al fondamentalismo islamico interessano anche l’Italia? Ci sono italiani pronti ad affiliarsi?

«Nell’ultima informativa del Ministero dell’Interno si parlava di quarantotto/cinquanta jihadisti di transito dall’Italia. In questo senso il nostro Paese viene visto come luogo di passaggio, ma non come fucina per nuovi potenziali terroristi. Allo stato dei fatti non ci sono cellule. C’è però un codice rosso, un livello di attenzione al fenomeno che deve rimanere alto. Ci sono le minacce a mezzo video: “Avete portato la guerra da noi, noi la porteremo da voi”. L’Italia al momento rischia meno rispetto a Gran Bretagna, Francia, rispetto ai paesi del Nord Europa. Tutte zone, tra l’altro, in cui l’humus non è quello del degrado sociale diffuso: questo spiega quanto l’adesione sia di matrice identitaria e di sfogo. La risposta a questi fenomeni non può essere solo di intelligence, ma deve interessarsi del disagio delle giovani generazioni. Sotto questo punto di vista il fenomeno è in crescita».

Secondo una certa linea interpretativa l’immigrazione potrebbe essere un canale di diffusione del terrorismo islamico.

«È una chiave di lettura che conosco e che mi sembra risibile. Figurarsi se l’Isis manda i suoi martiri sulle nostre coste attraverso i gommoni. È un’ipotesi priva di fondamento. I terroristi che arrivano in Europa sono ben coperti, ben finanziati. E arrivano spesso al cuore dell’Europa, non sulle coste siciliane». (dal Giornale di Sicilia)

@barbadilloit

 

 

Di Giovanni Tarantino

Una risposta a L’intervista. De Giovannangeli: “L’Isis e una ideologia jihadista che non ha confini”

  1. L’ultima parte risente del l’impostazione di sinistra: come fa a dire che non arrivano con i barconi, visti i controlli risibili e soprattutto la dichiarat strategia islamista di utilizzare gli emigranti per vari compiti,

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