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Cristiani in Irak. La provocazione del vescovo di Ferrara e la “guerra intelligente” del Corriere

Pubblicato il 18 agosto 2014 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Cronache

cristiani_in_irakChoc a Ferrara. Affisso in arcivescovado un manifesto raffigurante una lettera dell’alfabeto arabo. Si tratta dell’iniziale della parola “nassarah” (nazareno), espressione che nel lessico coranico indica i credenti di fede cristiana. L’autore non è un gruppo terrorista, ma monsignor Luigi Negri, vescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa. Insomma, non soltanto una provocazione che richiama alla memoria i fatti che hanno accompagnato le vicende dell’ultimo conflitto mondiale. Ma un gesto che vuole sensibilizzare i cattolici italiani, in vista della giornata di preghiera indetta domani dalla Cei, sul dramma dei “fratelli” perseguitati in Irak dall’auto-proclamato Califfato.

Spiega Negri: «Che la giornata del 15 sia, soprattutto, una richiesta di perdono a Lui poiché la nostra vita di cristiani occidentali è gravemente colpevole nel senso della responsabilità nei confronti di quanto sta accadendo. Questa responsabilità – continua – si esprime con un’ingenuità a dir poco patologica. Si deve parlare di dialogo, certamente sì, ma lo si deve e lo si può fare solo se esso porta con sé la consapevolezza della propria identità e della complessità dell’interlocutore in questione. In ogni caso – sottolinea il vescovo – il dialogo non può essere perseguito ad ogni costo e non può rappresentare assolutamente una forma di dimissione della presenza cristiana nel Medio Oriente».

SERGIO ROMANO SULLA POLITICA ESTERA DI OBAMA 

Non solo umanitaria, ma anche “intelligente”. La guerra, ovviamente. Il Corriere della Sera si schiera apertamente e invoca l’invio di soldati armati in Irak in difesa dei cristiani sfollati. A chiederlo è il più che autorevole Sergio Romano. Nell’editoriale di ieri, infatti, l’ex ambasciatore italiano a Mosca auspica una diversa politica sull’area da parte del presidente americano: «Vi sono almeno due considerazioni di cui Obama, in questa particolare vicenda irachena, dovrebbe tenere conto. In primo luogo l’intervento sarebbe completamente diverso da quelli di Bush e persino da quello del 2011 contro Gheddafi. Le guerre del predecessore e quella dall’aria contro il colonnello libico volevano eliminare un regime ed ebbero l’inevitabile effetto di creare instabilità. L’intervento contro lo Stato Islamico, invece, dovrebbe restaurare la stabilità là dove è minacciata da una forza fanatica».

Continua Romano: «In secondo luogo, Obama agirebbe per scopi oggi condivisi da alcune potenze regionali: l’Egitto del generale Al Sisi, anzitutto, ma anche la Turchia del neopresidente Erdogan e l’Iran di Rouhani. Il primo detesta gli islamisti radicali; il secondo è preoccupato dall’incendio che ha contribuito ad alimentare nella vicina Siria; il terzo non desidera perdere le posizioni conquistate a Bagdad. Sarebbe un’alleanza insolita, una inedita Triplice, ma proprio per questo, forse, promettente. Dimostrerebbe – continua Romano – che vi sono circostanze in cui gli interessi dell’America coincidono con quelli di una parte importante del mondo musulmano, sunnita e sciita. E potrebbe favorire indirettamente sia la soluzione della crisi siriana sia una più rapida intesa sulla politica nucleare di Teheran. Per gli effetti che potrebbe avere, questa guerra potrebbe essere, oltre che umanitaria, intelligente».

@barbadilloit

 

Di Fernando Massimo Adonia

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