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Il caso. Evviva l’Unità e i giornali di partito (quando c’erano) che alfabetizzavano il popolo

Pubblicato il 31 luglio 2014 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Cronache Cultura

unita«Addio Unità». Mentre chiude il giornale fondato da Antonio Gramsci, il mondo culturale italiano riscopre il fascino e la dignità dei giornali di partito. Sui social, almeno. In mancanza di carta e cartaceo, ci si sfoga sul web. Un coro trasversale, oltre la destra e la sinistra. Succede così che Roberto Alfatti Appetiti, giornalista e scrittore cresciuto al Secolo d’Italia, posta sulla propria pagina Facebook, senza alcun commento a margine, le parole di Andrea Di Consoli, romanziere autore dello straordinario “La collera”, apparse oggi su l’Unità. «Qualcuno dice: spero che chiuda anche la Rai. Si sta giocando col fuoco, ignorando che una società senza pluralismo potrebbe nel breve periodo significare due cose: nel migliore dei casi una società immiserita e preda di poteri occulti, nel peggiore dei casi una società manipolata dalle moderne, e dunque subdole, forme di autoritarismo».

La vicenda de l’Unità richiama una sofferta analogia a destra. Nel silenzio generale, quasi due anni fa, cessò le pubblicazioni l’edizione cartacea del Secolo d’Italia, storico quotidiano del Msi prima e di An – nonché “nel Pdl” – poi. Segna un parallelo Pierluigi Biondi, già dirigente di Azione Universitaria e ora sindaco di Villa Sant’Angelo: «È un paradosso: era successo ai tempi di Berlusconi che governava ovunque, succede oggi con l’Unità con il Pd al 40%. Neanche nei momenti peggiori (quando il Msi raggiunse percentuali infime dopo le regionali siciliane del ’90 o con il Pci frastornato dalla caduta del Muro di Berlino) si era lontanamente immaginata la scomparsa di giornali che, a loro modo, hanno scandito la vita di migliaia di militanti».

Anche il disegnatore visionario Lorenzo Calza, a suo modo, celebra il requiem non solo di una testata, ma di un modo d’intendere la politica e la tanto vituperata vita di partito.

«”Addio Unità”. Senti come suona la frase stessa. In molti ridacchiano, altri fanno i duri contro il finanziamento pubblico all’editoria, presente in tutto il mondo occidentale, come per altri comparti della cultura, ma noi siamo quelli a tasso civico zero. Siamo anche quelli che leggono meno, non a caso. Poi, esiste il discorso non aggirabile. La sinistra italiana era tra la più forti e culturalmente innovative del pianeta, si era ridotta a considerare questo importante giornale come palestra per esercizi correntizi di partito, roba terra terra, senza nessun respiro. Negli anni, un passo alla volta, è stato un continuo arretrare, mollare per strada un principio, una posizione, un diritto. L’anima stessa. Finché, alla fine, non si esiste più. Ci sarebbe un immenso territorio da esplorare – giovane, movimentato, sperimentale, pieno di direzioni diverse, soprattutto internazionali. Ci sarebbero migliaia di stimoli per rielaborare un senso organico della cultura e della funzione della sinistra storica, sprovincializzandola, rendendola eretica rispetto al tempo. Oggi, eresia è ricostruire un immenso movimento per la Pace, ad esempio. Sognare il Governo Mondiale. Sfidare la rete, studiandone la struttura perversa, che tanta parte ha nel cataclisma di sistema in atto. Su quel giornale scrissero i migliori, da sempre. Apriva Fortebraccio, la cui verve conteneva tutti i social possibili di adesso. Ma il nuovo Fortebraccio esiste, io lo vedo, diffuso, sparso. Basta raccogliere. Manca tutto il meglio del classico. La rielaborazione di quanto avveniva nelle sezioni, durante la diffusione del quotidiano. L’alfabetizzazione, l’emancipazione culturale del povero. Mi tuffavo sempre negli scantinati delle sezioni, ci ho trovato romanzi da urlo: Howard Fast, Albert Maltz, Richard Wright. C’era pure la fantascienza sovietica. Non proprio tutto, insomma, ha accento romano. Mio cugino mi dice che uno dei “Chemical Brothers” tiene conferenze sul marxismo. Sarebbero stati ottimi editoriali, a saper essere curiosi. Ecco, ci siamo capiti.
C’è una frase che arriva da lontano e oggi, purtroppo, suona come epitaffio più che epigrafe:
“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.” (Antonio Gramsci)».

@barbadilloit

Di Fernando Massimo Adonia

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