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Effemeridi. L’artista tedesco Max Klinger e il connubio tra disegno e grafica

Pubblicato il 4 luglio 2014 da
Categorie : Cultura

Max-Klinger-EvaIl 4 luglio 1920 morì l’artista tedesco Max Klinger. Studi a Lipsia, poi alla scuola d’arte di Karlsruhe e infine, dal 1875 a Berlino.

La grafica fu all’inizio dei suoi lavori e le sue prime incisioni furono quelle dei cicli dedicati ad “Eva”, ai “Salvataggi di vittime ovidiane”, ad “Amore e Psiche”.

Dal 1879 i suoi viaggi fuori dalla Germania, a Bruxelles per studiare presso il pittore simbolista Wauters, poi a Parigi dove studiò l’opera di Francisco Goya, di Gustave Doré e di Puvis De Chavannes.

Iniziata l’attività di scultore con un “Beethoven”, nel 1887, tornato a Berlino, incontrò e divenne amico di Arnold Böcklin, il pittore che tanta importanza avrebbe avuto per lui.

Con la pubblicazione del suo trattato su “Pittura e disegno” nel 1891, lanciò una sua teoria alla quale lavorava da anni, il concetto di “Griffel”, da cui il neologismo da lui inventato “Griffelkunst”, per definire il mezzo di rappresentazione artistica dell’insieme di disegno e grafica.

Il viaggiatore Klinger aveva nel frattempo iniziato il tradizionale Grand Tour tedesco in Italia: Padova, Firenze, Roma, Napoli, la Sicilia. attratto anche dal gran fascino del Mediterraneo che lo vide arrivare fino in Grecia (oltre che a Carrara, le cui cave oggi sono minacciate dopo secoli di storia, da un tratto di penna decisionale della attuale Regione Toscana) alla ricerca anche dei marmi per le sue sculture dedicate ad alcuni grandi del suo secolo: Nietzsche, Wagner, Brahms, Beethoven, Liszt.

Come fiorentino non posso non soffermarmi sul rapporto di Klinger con Firenze. Nel 1905, Klinger riuscì a raccogliere dei fondi privati dalla cerchia dei suoi amici ed acquistò la neoclassica Villa Romana, in via Senese, con l’intento di farne un atelier autogestito dagli artisti tedeschi stanziali o di passaggio in città. Una villa di 40 vani con un giardino di 15.000 metri quadri attorno.

Tra i tanti artisti che vi soggiornarono dalla sua fondazione, ricordo gli scultori Georg Kolbe ed Ernst Barlach e Käthe Kollwitz, tanto per limitarmi a tre grandi dei quali ho già scritto in queste “effemeridi”.

La storia di Villa Romana prosegue ancor oggi come centro fiorentino e internazionale della cultura tedesca ma ebbe un triste intermezzo durato dieci anni visto che gli Alleati nell’agosto 1944, arrivati a Firenze, con il pretesto che sarebbe stata un centro di propaganda nazista e avrebbe assegnato borse di studio ad artisti nazionalsocialisti – tralasciando il fatto che invece, il direttore Hans Purrmann, durante la Seconda guerra mondiale, ne aveva fatto uno spazio di libertà anche per autori non graditi all’ufficialità del Terzo Reich – li per lì la chiusero e poi…. la confiscarono. Fu necessaria una lunga battaglia legale da parte della Germania Federale che solo nel 1954, grazie alla dedizione di Purrmann e alla diplomazia del Presidente della RFT Theodor Heuss, riuscì a rifondarla e a riaprirla.

Sulla stessa via Senese, a breve distanza c’è anche quel Cimitero evangelico degli Allori dove tra gli altri riposa Arnold Böcklin, lo svizzero tedesco amico di Klinger con il quale ebbe in comune anche il tema dell'”Isola dei Morti”.

Tornando a Klinger, uno dei maggiori estimatori italiani dell’artista, Giorgio De Chirico, all’indomani della sua morte scrisse che era stato “l’artista moderno per eccellenza. Moderno non nel senso che oggi si dà a questa parola, ma nel senso di un uomo cosciente che sente l’eredità di secoli che vede chiaramente nel passato, nel presente e in se stesso”.

Un’ultima nota personalissima è legata alla forte emozione ricevuta dalla visione di una delle opere di Klinger esposta nella recente mostra del “Liberty” a Forlì, quel “Tritone e Nereide”, del 1895, proveniente proprio dalla fiorentina Villa Romana e dall’accostamento imposto dagli ottimi curatori della mostra, a due lavori di Giulio Aristide Sartorio (“La Sirena” del 1893, e “Pico Re del Lazio e Circe di Tessaglia” del 1904), al punto che paiono essere tre tempi della stessa storia.

@barbadilloit

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