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La lettera. Sulla giustizia in Italia: nessuno tocchi Abele

Pubblicato il 6 luglio 2014 da Luigi Iannone
Categorie : Cronache

abeleMa è proprio vero che il grado di civiltà si misura dalle carceri? Forse solo in parte ma è un refrain al quale ci stiamo abituando. Il livello di civiltà si misura da molte cose ma soprattutto dalla qualità della sanità, delle scuole, dei servizi pubblici, dell’ambiente, del welfare e del lavoro. Il problema è che da un assunto vero facciamo discendere dei correlati sbagliati: depenalizziamo lo spaccio perché le carceri sono piene; facciamo un indulto perché le carceri sono affollate; aboliamo il reato di immigrazione clandestina e così via.

E così la cultura moderna è passata dal biblico “nessuno tocchi nessuno” a “nessuno tocchi Caino” ribaltando una indicazione religiosa in un dogma sociale ferocemente settario. Perché forse è proprio qui che si è inceppato il meccanismo quando il fior fiore di teologi e di santoni della intellettualità laica hanno alimentato l’idea che una cultura debba sempre muoversi nell’alveo della correttezza politica, il cui fatale sbocco è nella tolleranza che sfocia nel perdonismo. Invece solo aiutando Abele a non diventare Caino, poi possiamo pensare a chi lo è già diventato. Fingendo di sposare ogni tipo di affermazioneperché di moda e piene di sguaiata esuberanza (e che dovrebbero provocare un moto di orrore quando se ne fanno riserve di caccia elettorale) si rischia di non saper uscir più uscire dalla barbarie.

La questione è semplice. Prima ancora di correlare il grado di civiltà alle carceri rispondiamo ad altre domande. Si può arrivare al punto di perdonareogni cosa? E’ possibile o auspicabile voler scoprire una giustificazione per ogni fatto truculento per poi approdare alla convinzione che, in fin dei conti, sarebbe potuto capitare a tutti? Intuizioni le quali – anche se falsamente evangeliche –sembrano di straordinaria umanità, e che quindi non mi sento di escludere aprioristicamente. Siamo esseri imperfetti che non raggiungeranno la perfezione con una vita intera ma che, a differenza delle altre specie animali, mostrano pietà, sanno piangere, sono solidali, riconoscono gli errori, aiutano i più deboli e chi è in difficoltà. E ciò vale anche per chi è condannato a stare dietro le sbarreche non deve mai essere trattato in modo riprovevole.

Ma un filo sottilissimo tiene insieme la tolleranza e la volontà prevaricatrice di azzerare gli effetti delle tragedie con un colpo di spugna senza mettere nel conto il rischio che non espiare le colpe è la più alta manifestazionedi ingiustizia. Perché non possiamo eliminare la violenza dalla storia ma possiamo contenerla.

La pretesa di non definire mai il probabile dal certo, porta a prediligere il compromesso alla ragione e infine dare spazio a comprensibili sottigliezze sociologiche. C’è una noncuranza per l’impunità connessa alla difesa incondizionata dei colpevoli. Fatte salve le considerazioni sull’ambiente sociale o familiare, i condizionamenti di vario tipo, gli avvocati che amano il cavillo, carceri effettivamente simili a lager, insomma, considerate tutte le tutele o circostanze varie, che non ci permettono di giudicare con autentico distacco neanche il più atroce degli assassini, l’oggetto primo a cui rivolgere lo sguardo dovrebbe però essere sempre Abele e non Caino. Solo all’interno di questa prospettiva dove vengono costantemente impediti eccessi in cui abbia l’assoluto predominio l’arbitrio colpevolista, perfino truculento, oppure il lassismo, si può anche considerare il perdono o la comprensione umana.

@barbadilloit

Di Luigi Iannone

3 risposte a La lettera. Sulla giustizia in Italia: nessuno tocchi Abele

  1. Un commento prosaico. I delinquenti sono un costo per la società: danneggiano i singoli, rendono necessario un apparato di polizia e un sistema carcerario. Per abbattere in parte questi costi si dovrebbero introdurre i lavori forzati in modo che almeno si mantengano quando sono in carcere. Infine la sanzione deve avere anche lo scopo di scoraggiare dal compiere delitti.

  2. Si,
    ma hai lavori forzati prima ancora della codidetta deliquenza organizzata bisognerebbe mandare tutta ” la deliquenza legalizzata ” : banche, politica democratica ed istituzionale, caste garantite, mafie di stato indirette, massonerie varie, illuminati di tutti i crismi, paraculi di ieri di oggi e di domani ….
    Insomma tutti “i sacri figli di Abele”, quelli che dall’alba del tempo, senza saper rischiare nulla perchè garantiti e protetti , La fanno sempre franca, . I figli di caino a volte se ne accorgono di questo legame particolare tra dio e i suoi furbetti eletti , che nel mondo borghese a raggiunto l’apice, e spesso li intercettano, spesso coinvolgendoli …

  3. Credo sia tutto da dimostare che la repressione abbia effetti dissuasivi; al contrario, pene “leggere” (eque, che puniscano senza penalizzare troppo il futuro dei rei, che tendano al reinserimento in società) hanno mostrato dove sperimentate un buon grado di successo, con recidiva inferiore.
    Eppoi “non espiare le colpe è la più alta manifestazione di ingiustizia”?
    Per chi? Per le vittime forse, che non trovano conforto nella “vendetta”. Il loro punto di vista è facilmente comprensibile, ma lo scopo della società non coincide con quello delle vittime. Penso dovremmo tendere all'”ottimo paretiano”; per assurdo sarebbe da incarcerare indefinitamente chi sicuramente commetterà reati nuovamente fuori, e non carcerare affatto chi sicuramente non li commetterà più…. il resto mi pare un compromesso con tutti perdenti: i carcerati che si beccano lunghe condanne quando magari meriterebbero di meno, e il resto della società quando non le infligge abbastanza lunghe a chi è “pericoloso”.

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