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Cultura. “L’Alfiere” taglia il traguardo dei cento numeri tra Sud e revisionismo

Pubblicato il 20 giugno 2014 da ​​​​​​Mario Bozzi Sentieri
Categorie : Cultura

alfiereSabato 14 giugno, a Napoli, la rivista “L’Alfiere” ha celebrato il suo centesimo numero, nel segno – si legge sull’invito – “della tradizione e nella linea di Silvio Vitale – In difesa del Sud, della verità storica e della dignità dei popoli delle Due Sicilie”.

Le ragioni per questa “celebrazione” ci sono tutte. A più di cinquant’anni dalla sua nascita (1960) e malgrado una pausa di ventiquattro anni (1975-1989) la rivista ha mantenuto incorrotte le scelte delle origini, perfino rafforzandole.

Fondata e diretta da Silvio Vitale, esemplare figura di politico missino e di intellettuale di orientamento tradizionalista, che – nel dare alle stampe il primo numero de “l’Alfiere”, proprio nell’anno del centenario garibaldino – si richiamava “alle tradizioni più degne del popolo cui apparteniamo” e ad una Napoli e ad un Meridione “vanto e decoro di un’Italia migliore”, la rivista, ora diretta dal figlio Edoardo, continua ad essere la bandiera dell’identità tradizionalista meridionale. Un’identità con cui è doveroso confrontarsi, nel “quadro più alto – come scriveva Silvio Vitale – della storia generale, tanto da includere il problema finale dell’apporto autonomo della comunità particolare nel concetto della altre comunità e del tutto”.

Non è solo un problema dei “meridionali”. Non è questione di Nord o di Sud, di Savoia o di Borboni. E’ innanzitutto problema di verità storica, con cui tutta la comunità nazionale deve misurarsi.

Ricordando il fondatore de “l’Alfiere”, in occasione della sua scomparsa, nel 2005, Fausto Gianfranceschi scriveva “… una nazione non è forte e veramente unita se non ha il coraggio di contemplare tutte le pagine della sua storia, anche le meno belle; e la conquista, la colonizzazione, lo sfruttamento successivo del Mezzogiorno non è stata una bella pagina. Più grave ancora è che da allora si perpetui la divisione tra gli italiani: ancora oggi l’aggettivo ‘borbonico’ ha un che d’infamante”.

Facendo parlare i fatti, scavando letteralmente tra episodi e vicende poco e male conosciute, riportando alla ribalta figure dimenticate di una nobile Tradizione, rivendicando insomma una Storia, “l’Alfiere” continua ad aprire varchi illuminanti nel muro dell’incomprensione Nord-Sud.

Chi, come il sottoscritto, pur essendo nato nella terra di Mazzini, di Mameli e di Garibaldi, ha avuto la ventura di incrociare un docente come Tommaso Pedio, i libri “eretici” di Carlo Alianello e le rigorose analisi della rivista “l’Alfiere”, non può non essersi sentito coinvolto dalla necessità di condividere, tra tante storie “altre”, rese marginali dalla vulgata corrente, il dramma della “conquista del Sud”, corollario indispensabile nella comprensione dei percorsi tutt’altro che lineari e delle contraddizioni che hanno portato all’unità d’Italia. E da lì partire per una diversa interpretazione dello stesso Risorgimento.

Non è solo un problema territoriale. L’ideale risorgimentale d’impronta piemontese, sostanzialmente laicista, positivista e moralistico (l’Italia buona impegnata a salvare quella “barbara” e ignorante: storia vecchia che si ripete… ) ha escluso ed esclude strati consistenti della nostra cultura nazionale.

I “particolarismi” sono fattori costitutivi della nostra identità nazionale, anche se abbiamo dimostrato sul campo, quello della politica, della cultura e perfino bellico, di sapere superare ed integrare umori guelfi e ghibellini, nostalgie comunali ed orgoglio per le antiche monarchie meridionali (di Napoli e Palermo), insorgenze antigiacobine e carboneria.

Con questa realtà dobbiamo continuare a fare i conti. Magari per scoprire un meridione più moderno e meno “cafone” di quanto non ci ha trasmesso certa storiografia patriottarda, con la prima ferrovia italiana, le moderne industrie, la più grande flotta del Mediterraneo e la sua vitalissima cultura, il Meridione insomma de “L’Alfiere”, a cui va la nostra grata attenzione. Per ciò che ha “prodotto” nei suoi cento numeri e – ne siamo certi – per ciò che continuerà a produrre.

@barbadilloit

Di ​​​​​​Mario Bozzi Sentieri

2 risposte a Cultura. “L’Alfiere” taglia il traguardo dei cento numeri tra Sud e revisionismo

  1. i “fascisti” che rimpiangono i Borboni sono incoerenti con la loro stessa ideologia, che si richiamava direttamente ed esplicitamente al Risorgimento. Ma d’altra parte la coerenza nel “sistema” delle proprie idee generalmente non è una prerogativa dei “destri” (vedi animalismo).

  2. I fascisti eretci, quelli veri, sono la perfetta sintesi del brigante Carmine Crocco e del brigantaggio con l’anima insurrezionalista e repubblicana di Carlo Pisacane e Ferrari.
    Il fascismo nasce ed è UNA SINTESI DI ERESIE ESTREME, basta una lettura naturale degli immaginari di riferimento … Per chi ha okkio .
    Basta vedere cosa succede a Valle Giulia il 1 marzo del 1968′ o leggere V. Hugo e capire che cosa succede nel romanzo I Miserabili ai funerali del generale Lamarque.
    Basta vedere cosa c’è dentro e dietro le bandiere per capire come nasce una FECONDA ERESIA

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