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La lettera. Kosovo senza pace: intimidazione al Monastero di Dečani

Pubblicato il 14 maggio 2014 da Fabio Franceschini
Categorie : Esteri

kosovoIn uno dei luoghi più protetti del Kosovo, a cento metri appena da due check point militari controllati da soldati italiani, ignoti hanno vergato con della pittura nera la scritta ”UÇK” sulle porte del Monastero diVisoki Dečani, patrimonio dell’umanità e luogo simbolo della storia e religione serba. C’è ancora sgomento al Monastero di Dečani e nell’intera comunità ortodossa per quanto accaduta nella notte di qualche giorno fa. In Kosovo, infatti, un’azione del genere equivale a formulare un pesante avvertimento.

I luoghi santi della regione sono posti sotto protezione internazionale dal 1999, sono tutti luoghi di straordinario valore artistico e storico, costruiti tra l’XI e il XV secolo e vero anello di congiunzione tra la chiesa di Bisanzio e quella di Roma. Costruiti in una terra che, dall’epica battaglia di Kosovo Polje (“Piana dei Merli”) del 1389, quando l’intera nobiltà serba guidata dal principe Lazar s’immolò contro l’Ottomano facendo risuonare le campane di Notre Dame per la gloria conquistata, costituisce per l’intero popolo serbo un vero fondamento mitopoietico della propria storia e della propria identità.

Una protezione che si conferma, ancor oggi, necessaria: l’episodio delle scritte sul portone del monastero di Dečani non può, infatti, essere sminuito a semplice provocazione di qualche imbecille, non solo perché è ancora fresco il ricordo di quando nel 2004, alla presenza di ben sessantamila soldati della NATO, in uno spazio grande quando l’Umbria, l’esplosione pilotata di feroci e violentissimi pogrom antiserbi costarono la vita a decine di innocenti, colpevoli solo di essere serbi, oltre alla distruzione di centinaia di case e più di cento tra chiese e monasteri medievali; ma soprattutto perché il tanto sbandierato “territorio pacificato” e la presunta “convivenza” tra i popoli che costituiscono il mosaico kosovaro sono solo favole, ripetute, forse proprio per convincersene, da qualche caporione, rappresentante di quelle istituzioni internazionali che, a distanza di quindici anni dai bombardamenti, si può tranquillamente e serenamente affermare abbiano miseramente fallito la propria missione. Buchi neri di soldi pubblici – ovvero i nostri – che non hanno portato a nulla e dove anche la buona volontà del singolo operatore e cooperatore si scontra con il proprio livello superiore, troppo timoroso di perdere agevolazioni, stipendio e lavoro facile, per impegnarsi veramente.

L’UÇK non si è mai completamente dissolto e i monumenti che celebrano il “martirio” degli eroi di quello che si trasformò da “organizzazione terroristica” a “esercito di liberazione” in una riunione di appena quindici minuti coordinata dalla Signora Albright, spuntano come funghi lungo le strade, nelle piazze e nei giardini delle scuole elementari di quella che, secondo la risoluzione Onu 1244, è ancora territorio serbo nonostante l’autoproclamata indipendenza del 2008, riconosciuta da circa la metà dei paesi dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

kosovo1Ancora di più si leva quindi oggi l’esigenza di una netta presa di posizione dell’Unione Europea e dell’Italia di condanna di qualsiasi forma d’intolleranza ma soprattutto il mantenimento concreto degli impegni di difesa che, per mere ragioni di bilancio, da più parti si richiede di terminare. La perdita di uno solo di questi luoghi, e del monastero di Decani in particolare, costerebbe però non solo al nostro Paese ma all’intera umanità un buco ben più grande e incolmabile di qualsiasi ripresa economica.

@barbadilloit

@BeLoveRev

 

 

Di Fabio Franceschini

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