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Teatro. “L’importanza di chiamarsi Ernesto”: pane per chi non ha i dandy

Pubblicato il 17 marzo 2014 da Redazione cultura
Categorie : Cultura

ErnestoE’ tutto un lamentarsi. I problemi economici, la quarta settimana, il lavoro (che non ce n’è), i debiti. Tutto l’edificio borghese va a pezzi. E la rispettabilità, l’onestà, e tutti quei valori della middle class finiscono in un vespasiano, imbrattati dall’onta dei pacchi di pasta e dalle latte di pomodoro che gli anziani s’infilano, di nascosto, nei paltò al supermercato. Scarseggia il pane e, assai più grave, siamo senza dandy. Che un tempo sgranocchiavano la vita, anche per noi. Non deve essere un caso che ne “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, portato in scena dal teatro Stabile della Calabria, il ruolo di Algernon sia interpretato da una donna, da Marianella Bargilli camaleonticamente trasformata al punto da sembrare la copia spiccicata di Alfred Douglas, l’amico intimissimo e scandalosissimo di Oscar Wilde, autore della commedia.

Del pane scarseggia il teatro. Le compagnie chiudono a una a una e la cultura è umiliata dai sussidi. Ma peggio, peggio di tutto, c’è che i dandy vanno scomparendo, condannati a estinguersi come i dinosauri. Addio alla grande bellezza. Geppy Gleijeses, che de “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è regista e protagonista, ricorda Gep, in questo momento assai più famoso, ovvero Gep Gambardella. Ma quanto è dura fare i dandy tutta la vita quando il mondo intorno cambia e tutto quello rispetto al quale ci si era distinti non esiste più. Occorre buttarsi, per intero, nella finzione. E la commedia di Wilde non risente del tempo che passa proprio perché il suo testo, nel suo parodiare i vizi e le ipocrisie della società edificata sul carbone e sull’elettricità della rivoluzione industriale, adesso diventa un pugno in faccia per noi borghesi piccoli piccoli, che riceviamo le bollette del gas da Putin, e che siamo terrorizzati dalla paura di diventare poveri. Che è più che una prospettiva. Algernon ed Jack che hanno un nome per la città e uno buono per la campagna, le due identità dietro cui dare fondo a tutte le inclinazioni della loro indole, salvaguardando l’occhio sociale in una Londra puritana e benpensante, solo nella verità del teatro possono fumare assenzio nell’atmosfera sonnacchiosa e chic della loro casa di città. Perché, poi, è meglio proprio non conoscerli i trucchi di cui si veste la vita, e il teatro. Perché capace che, poi, scopri che a fare paglia dentro al narghilè c’è un flacone di rinofluimucil. Il teatro continua a farci del bene e lo dovrebbe prescrivere il medico come fa con la sana attività fisica. Perché, almeno una volta a settimana, tutti dovremmo avere la possibilità di scampare al postribolo televisivo che ci castiga ogni sera e finire sprofondati nei velluti del teatro foss’anche l’ultimo posto dell’ultima fila della balconata. E poi ci sono le donne. Meno male. C’è Gwendolin Fairfax. E c’è Cecily Cardew. La donna di allora, certo. E un poco di oggi, ovvio. Forti e fragili. Tocchi di fusoliera sono. Robuste da caricarsi sulle spalle famiglie che sembrano i passeggeri di un volo intero, incapaci di porre resistenza quando la sollecitazione arriva come un penetrante pungiglione. Come il coevo Shaw, anche Wilde raccontava una società in cui il ruolo della donna era subordinato alla prassi borghese, un bustino stretto stretto. In campagna Jack custodisce Cecily. La sua protetta di cui è tutore e un po’ Pigmalione. L’avvia agli studi e alla disciplina. Al copione che dovrà recitare dal momento in cui entrerà in società. Così come Lady Bracknell, una bravissima Lucia Poli, con la figlia Gwendolin, intrepretata da Valeria Contadino che sa restituire, dietro a un sorriso ingenuo e malizioso, l’autenticità del personaggio. Anche qui la commedia resiste al tempo e parla all’oggi. Perché, appunto, in una società dove tutti i fiori sono fioriti, dove tutte le libertà si sono liberate, fa specie vedere una politica, che non è certamente puritana, che parla ancora di quote rose. Dove, appunto, troppi dispensatori di troppe protezioni sono fatti potenti da troppi che cercano protezione, mentre la società continua ad abbrutirsi. La società di un paese senza pane che non ha più i dandy.

Ci salverà solo la fantasia e un paio di mani che sappiano trasformare il pensiero ora in un baffo, ora in un pendente. Fantasia che immagina e mani abili che sanno trasformare un brutto divano nell’arredo di una aristocratica dimora vittoriana. Quelle di Adele Bargilli che ha vestito, con i suoi costumi, i protagonisti. O la fantasia e le mani di Rosy, ad esempio. Perché alla fine di tutto, la magia del teatro non è certo il prodotto di un cilindro e di un paio di guanti bianchi. Ma di tutto un universo di persone che se ne stanno tra corde, fili e cavi cui non sfavillano le luci della ribalta ma solo i led dei mixer che, nell’anonimato delle quinte, accendono di verità l’atmosfera della finzione.

*L’importanza di chiamarsi Ernesto

Teatro Stabile della Calabria

Prossime date: BELLINZONA dal 18 al 20 Marzo 2014, LUGO dal 21 al 23 Marzo 2014, MELZO 27 Marzo 2014, SARONNO dal 28 al 30 Marzo 2014, FIRENZE dal 1 al 6 Aprile 2014, CENTO 8 Aprile 2014, CUNEO 9 Aprile 2014, MONZA dal 10 al 13 Aprile 2014, PALERMO dal 9 al 18 Maggio 2014.

Di Redazione cultura

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