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Politica. Prove tecniche di centrodestra 3.0 nel ricordo di Giuseppe Tatarella

Pubblicato il 6 febbraio 2014 da Antonio Rapisarda
Categorie : Corsivi Politica

tatarellaSotto l’egida di Pinuccio Tatarella – “ministro dell’Armonia” del quale l’8 febbraio ricorrerà l’anniversario della scomparsa – è andato in scena il primo passaggio del tentativo di ricomposizione del centrodestra 3.0 (nel senso di Terza Repubblica). Al Tempio di Adriano, a Roma, si sono rincontrati in una sorta di ricorso storico più o meno gli stessi protagonisti di ciò che è sorto vent’anni fa: Alleanza Nazionale (simbolo legato alla fondazione che co-sponsorizzava l’iniziativa), Forza Italia (rinata), il neo-Ccd (perché Pierferdinando Casini, appena rimbarcato nel centrodestra, sancirà la fuoriuscita dei malpancisti dall’Udc) e la Lega Nord. “Novità” erano Angelino Alfano, nella veste di segretario del Nuovo centrodestra, e Ignazio La Russa in rappresentanza di Fratelli d’Italia.

LE RIVOLUZIONI MANCATE. Ritrovatisi tutto nello stesso tavolo a commemorare una delle figure centrali nella costituzione della prima esperienza della destra di governo, i rappresentanti dei partiti del centrodestra cercano oggi il “senso” di uno stare insieme che lacerazioni e disavventure hanno compromesso. I sondaggi, è vero, continuano a registrare un’avanzata del blocco del centrodestra (e confermano il motivo di Tatarella sulla tendenza strutturale degli italiani ad opporsi alla sinistra). Resta però, come un macigno, il peso delle responsabilità della società politica: dalla delusione per la mancata “rivoluzione liberale” targata Forza Italia alla mancata “rivoluzione nazionale” targata An fino alla mancata “rivoluzione federalista” targata Carroccio.

LO STESSO SCHEMA? L’accelerazione sulla legge elettorale voluta da Renzi e Berlusconi ha evidentemente costretto un po’ tutti a fare i conti con un neobipolarismo nato dal fallimento del governo tecnico prima e delle larghe intese poi (lo ha spiegato – con la franchezza tutta democristiana – Casini motivando il suo riposizionamento). Di fatto, a differenza del centrosinistra dove il Pd viaggia da solo sopra il 30%, a bocce ferme si ripropone a destra lo stesso schema del 2001, quello targato Casa della libertà. Tutto uguale? Per nulla. Allora c’erano quattro leader (Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini, Umberto Bossi e Gianfranco Fini) e quattro partiti che rappresentavano sensibilità, elettorati e blocchi sociali diversi ma accomunati da un’avversione politica non solo al centrosinistra ma anche ai “ribaltoni” (dopo il “fattaccio” targato Lega) che avevano ingessato l’inizio della Seconda Repubblica.

DIVISI E DISOMOGENEI. Oggi? La disomogeneità regna sovrana. Angelino Alfano sostiene un governo di centrosinistra, la Lega è all’opposizione da tre anni, Forza Italia solo da qualche mese mentre Fratelli d’Italia nasce da una scissione legata all’accusa della mancata partecipazione della base nell’ormai ex Pdl. Dal punto di vista politico, poi, la crisi economica ha enfatizzato il ruolo dell’Europa e anche qui i partiti si presentano disomogenei: si va da Alfano che sostiene l’agenda del Ppe agli euro critici di Fdi e Lega, mentre ancora tutti i partiti devono giustificare al proprio elettorato il fatto di aver firmato provvedimenti (a partire dal pareggio di bilancio in Costituzione) che adesso contestano apertamente.

NON BASTA LA LEADERSHIP. Altro problema riguarda la drammatica carenza di figure di riferimento spendibili. Imploso rovinosamente Gianfranco Fini, contestato come ambiguo Angelino Alfano, troppo regionalizzato Roberto Maroni e con lo Silvio Berlusconi che, pur essendo azionista di maggioranza, non viene più considerato leader “indiscutibile” da parte degli altri partiti, anche da questo punto di vista si registra tutta la distanza dal 2001 quando Berlusconi era sì il capo della coalizione ma era coadiuvato da altri tre leader riconosciuti. Segno, questo, che se i connotati politici restano gli stessi, faticano a emergere figure di riferimento da contrapporre – non solo anagraficamente – a Matteo Renzi.

I “PICCOLI” NON CI STANNO.  Per cercare di sancire una leadership riconosciuta e innovativa viene chiesta anche a destra l’introduzione delle primarie (Fratelli d’Italia e Ncd). Argomento che, come è noto, non interessa particolarmente a Berlusconi che si sente federatore naturale di tutti i soggetti alternativi alla sinistra. Altri invece propongono un contratto di coalizione (Lega) o un’agenda popolare (Udc) come architrave di una nuova intesa. Prima o poi (probabilmente dopo le Europee) questi nodi dovranno essere sciolti anche perché, stando così i sondaggi, «senza di noi non si va da nessuna parte» come ripetono i partiti minori (Ncd, Fdi e Lega) a Forza Italia che spinge a sua volta per una soglia alta all’interno del sistema elettorale Italicum (in modo tale da attingere i voti degli altri partiti senza concedere loro, o non a tutti, molto spazio).

QUALE CULTURA.  Uniti si vince(rebbe) insomma. Ma con chi e in nome di che cosa? Questo il punto di un dibattito tutt’altro che accademico tra i soggetti che dovrebbero comporre la coalizione di centrodestra. E se politicamente si registrano tutte queste difficoltà è proprio perché anche dal punto di vista culturale il circuito nazionale è rimasto fermo. Nel 2001 erano in piedi – più o meno professionalmente – riviste, giornali, fondazioni e laboratori che alimentavano il dibattito e garantivano innesti. Oggi il deficit si registra pesantemente proprio in questo campo: le redazioni si contano sulle dita di una mano, l’attività scientifica delle fondazione è quasi assente, l’investimento in Rai “questo sconosciuto” e  le stesse figure intellettuali rimangono isolate (anche per responsabilità degli intellettuali stessi). Questo centrodestra 3.0, insomma, sarà pure un potenziale vincitore di elezioni. La domanda però resta sempre la stessa: per fare cosa?

@barbadilloit

Di Antonio Rapisarda

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