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Cinema. “The Wolf of Wall Street” una storia dal ritmo iberbolico e visionario

Pubblicato il 28 gennaio 2014 da Claudia Raimondi
Categorie : Cinema

wolf dicaprioLo ammetto, quando si parla di Martin Scorsese so di essere assolutamente di parte. Ma non credo di esagerare quando dico che The Wolf of Wall Street è il film più bello dell’anno, con buona pace degli esaltati estimatori dei vari sentimentimentalismi radical-chic dell’ultimo Cannes. Anzi, il Lupo di Scorsese è una delle opere migliori degli ultimi anni: tre ore di puro cinema. Iperbolico, esagerato, visionario. Il veterano newyorkese orginario di Ciminna e Polizzi Generosa si riconferma maestro assoluto -e per nulla invecchiato e stanco- del mezzo filmico, di cui è magistrale e sanguigno giocoliere e chirurgo: una mastodontica epopea fluviale di citazioni, computer grafica esasperata e invisibile, giri della morte e salti vertiginosi da un medium all’altro, dallo spot televisivo anni ’90 al filtro amatoriale di una vhs da matrimonio agli Hamptons. Tratto dall’autobiografia di Jordan Belfort, impunito e multimiliardario ebreoamericano fino al midollo, figlio della Babilonia/Wall Street degli anni ’80 brulicante di yuppies e speculazioni, orge e jet privati, truffe, FBI, top models e – letteralmente – montagne di dollari e cocaina.

Un universo putrido e smagliante popolato da spacciatori, broker strafatti e Ferrari bianche come quella di Don Johnson in Miami Vice, appetitosissimo per il mondo del cinema che ha già da tempo consegnato all’immagnario collettivo l’indimenticato Gordon Gekko e lo psicotico Patrick Bateman.

the-wolf-of-wall-streetE il Jordan Belfort di Leonardo di Caprio – con la sua furiosa e impunita sfacciataggine da modesto figlio di ragionieri che, bramoso di soldi e potere, selvaggiamente e compiaciutamente dipendente da sesso e droghe, scala la vetta della borsa newyorkese con la sua banda di amorali idioti – si piazza con irresistibile prepotenza tra i personaggi più estremi, complessi e riusciti dell’attore italo-tedesco-americano. Sarà la volta buona per l’Oscar?

Controparte e spalla spumeggiante è l’inaspettato Jonah Hill, col suo viziossissimo Donnie Azoff: perennemente esaltato, sudato, pavido, folle, depravato. Perfetto.
Fiammegiante e magnetica sorpresa è Margot Robbie, erotica e patinata come le ginniche bellezze da copertina anni ’80, negli striminziti panni della biondissima seconda moglie di Belfort: già richiestissima a Hollywood, la ventitreenne australiana promette sfaceli.
Ottimo anche Jean Dujardin, che intepreta il mellifluo e gigionesco banchiere svizzero pronto, a suon di mazzette, a cercare scappatoie legali e versare i milioni di dollari sporchi di Belfort in conti aperti ai prestanome di turno.

Infine, ciliegina sulla torta è Matthew McCounaghey nelle vesti geniali del lampadato Mark Hanna, sorta di delirante Lucignolo che inizia il giovane Belfort, appena arrivato nel Tempio di Wall Street, ai segreti del mondo sovraeccitato dei broker: cocaina, prostitute e zero scrupoli. Sta sullo schermo una manciata di minuti, ma si sentirà la sua mancanza per tutto il resto del film.

Summa della cinematografia di Scorsese, tra virtuosisimi e coralità, claustrofobia e audacia, The Wolf of Wolf Street è un cocktail esplosivo e barocco – che per certi versi ricorda l’ipersaturato carnevale di Casinò – di tutti i temi ricorrenti nell’epica siculo-americana del regista: eccesso, perdita dell’innocenza, senso di colpa, tradimento, ossessione, ascesa e caduta, e catarsi che non porta proprio a nulla se non ad un nuovo punto di partenza.


Stupefacente e stordente il montaggio della storica collaboratice di Scorsese, Thelma Schoonmaker; caleidoscopica ed esaltante la colonna sonora di Howard Shore, con la scelta di ben sessanta brani che spaziano dal jazz al blues, dal rock al pop, dal sound anni ’70 alla new wave anni ’80, passando da Ellmore James a Billy Joel, da Malcolm McLaren ad Umberto Tozzi (in una sequenza grottesca che vede una spaventosa tempesta nel Mediterraneo condita da elicotteri esplosi e marinai italiani che ballano bevendo vino sulle note di Gloria).

Un’abbuffata bulimica di sregolatezza, urla, isteria, sentimenti svuotati e pompati come da steroidi in un gioco in cui nessuno è del tutto buono o cattivo, in cui gli agenti dell’FBI sono broker mancati frustrati e regna un Caos assoluto e accecante di auto di lusso e spogliarelliste. Scorsese ci regala l’ennesimo pezzo di folle storia del cinema: l’ennesimo pezzo di America.

@barbadilloit

Di Claudia Raimondi

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