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Politica. Il neoduce Pd Renzi divide i vecchi compagni Velardi e Polito

Pubblicato il 9 gennaio 2014 da
Categorie : Politica
renzie(Pubblichiamo l’articolo di Claudio Velardi sul blog “buchi neri” nel quale confuta le tesi critiche di Antonio Polito nei confronti del neo segretario del Pd, Matteo Renzi. Si tratta di un documento che evidenzia la ricchezza del dibattito interno al Pd, nonché il travaglio con il quale tanti postcomunisti vivono la novità rappresentata dal sindaco di Firenze).
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Mi chiedo perché colui che ritengo il migliore commentatore politico italiano ce l’abbia tanto con Matteo Renzi. Antonio Polito è mio amico da decenni. E’ stato da ragazzo militante e giornalista comunista, ha poi sciacquato i suoi ruvidi panni di appartenenza facendo carriera a Repubblica, completando il dirozzamento nella swinging London di Toni Blair, e costruendo poi quel gioiellino che è stato il “Riformista”. Ha compiuto così, con travaglio personale e buone letture, un percorso che condivide con la gran parte dell’attuale classe dirigente del paese. Ragazzi già sognatori di rivoluzioni, invecchiati da riformisti scettici blu, in un paese che le riforme le ha sempre viste con il cannocchiale. Incuriositi e speranzosi quando all’orizzonte è apparso il giovanotto fiorentino. Toh, stai a vedere che è la volta buona.

Eppure, non è passato un mese (un mese!) dall’avvento di Matteuccio alla segreteria del Pd, che Polito ha già perso le speranze. Al punto da dire, stamattina sul Corriere, che Renzi è affetto da “sindrome da iperattivismo”, si caratterizza per “sventatezza”, è capace solo di fare “ammuina”, non possiede la “gravitas”. “L’unica novità – continua il nostro – sarebbe la coreografia, con le riunioni di partito che si fanno a casa del leader, il nome stampato a caratteri cubitali sulla parete al posto del simbolo, per una riedizione in chiave moderna del partito personale, già ribattezzato «Forza Eataly», in cui le correnti non ci sono più perché ne è permessa solo una”. Se così fosse, ammonisce il novello Catone, “sarebbero guai seri per la nostra democrazia”. Perché “c’è un livello di responsabilità oltre il quale non conta più la rapidità di battuta ma quella di decisione. Renzi l’ha abbondantemente superato”, è la conclusione – peraltro letteralmente oscura – dell’apodittica e apocalittica “antirenziana” di Polito.

Intanto verrebbe da dire calma e gesso, e non a Renzi, ma al suo critico impaziente. Viviamo nel paese delle caste inamovibili e delle mille proroghe: al fiorentino si potrà pur concedere un po’ di tempo per dimostrare le sue capacità e dispiegare la sua strategia. Non ti pare, Antonio? Abbiamo regalato decenni di attese e di speranze a Prodi e  D’Alema, Veltroni e Letta, Rutelli e Amato. Non ce la fai proprio a pazientare qualche altro mesetto?

Ma veniamo alle questioni di fondo. Nella reazione eccessiva del mio amico vedo almeno due pesanti riflessi condizionati. Il primo riguarda la sua/nostra cultura di origine. Addirittura, direte. Sì. Polito – e non solo lui – va in cerca di un Renzi che sia come i politici che abbiamo conosciuto da quando avevamo i calzoni corti. Rotondi, portatori di disegni più o meno intellegibili ma sempre inquadrabili in una visione del mondo, o quantomeno in percorsi da decifrare e intercettare, e che quindi non prevedano improvvisi scarti, metodologie inedite, nuove rappresentazioni. Politici cui si possa, di conseguenza, prendere le misure con i nostri strumenti di analisi, le nostre categorie tradizionali, inserite nel roccioso universo culturale del nostro XX secolo: quello delle parole roboanti, dei progetti astratti, della dichiarata (e ipocrita) corrispondenza tra principi e azione, del contenuto politico scollegato dalla comunicazione, della vecchia relazione tra fini e mezzi e della tattica e della strategia per come ce l’hanno insegnate il Transatlantico, più che Machiavelli. Roba morta e sepolta, caro Antonio. Che, certo, lascia un vuoto che infastidisce e stordisce. Ma non solo – o tanto – per ragioni culturali, diciamo la verità.

E qui veniamo al secondo punto. La verità è che l’intero sistema politico-mediatico (in attesa che si metta in moto il vero dominus italiano, il potere giudiziario) si sta già rivoltando contro Renzi perché è, e si interpreta – appunto – come un sistema. Politici, giornalisti, imprenditori, manager, sindacalisti si comportano – anche inconsapevolmente, voglio sperare – come un sol uomo: Polito e Merlo, Casini e Napolitano, Mansi, Squinzi, Camusso, e via elencando (e parlo di persone magari degnissime, singolarmente prese). Come un corpo solo, tendono naturalmente a fare blocco contro il nuovo arrivato, l’altro da sé, di cui non capiscono né riconoscono il linguaggio, i comportamenti, lo stile, la postura (e qui c’entra – certo che c’entra – anche l’età!). Intuendo più o meno lucidamente che il virus potrebbe espandersi, fare cadere, uno dopo l’altro, tutti i pezzi del domino, e rottamare irreversibilmente l’intero sistema.

D’altronde, il cosiddetto sistema è fatto di persone in carne ed ossa, e la rivoluzione non è mai un pranzo di gala. I politici non vogliono essere rottamati, i giornalisti vogliono continuare a tenere per le palle la politica, le mille corporazioni non vogliono perdere privilegi. Il sistema siamo noi. (E il giorno in cui l’Italia dovesse funzionare come Renzi pare sognare, non è escluso che anche chi vi scrive gli si rivolterà contro, se sarà costretto a trasformarsi in un cittadino civile di un paese civile).

Detto questo, non intendo affatto sostenere che ci siano già in atto complotti contro il giovanotto di Firenze, né giustificarlo qualunque cazzata faccia. Se Renzi vincerà o perderà, sarà per sue esclusive responsabilità, il cui elenco potremo cominciare a fare tra un po’, ma seriamente. Parlando – ohibò – proprio delle cose di cui  grazie a Renzi si parla, da un mese a questa parte: il lavoro, lo sblocco dell’eterna querelle elettorale-istituzionale, la cittadinanza, e così via. Per questo mi dispiace che il mio amico Polito – la cui voglia di cambiare questo paese so essere genuina – sia caduto anche lui nel tranello di guardare il dito del panino acquistato da “Eataly” e non la luna di un paese da rovesciare come un calzino.

@barbadilloit

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