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La polemica. Troppi giornalisti candidati: il rapporto ‘viziato’ tra potere e controllori

Pubblicato il 16 gennaio 2013 da Maria Scopece
Categorie : Scritti

Una via di fuga, un piano B, una exit strategy. Il titolo di giornalista ha rappresentato, per le giovani punte di diamante dei partiti nazionali, un porto nel quale cercare riparo in caso di rovesci elettorali. Qualche esempio? Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, da ragazzo svolse il suo praticantato presso il giornale di partito, il Secolo d’Italia, stesso iter per Walter Veltroni nella redazione dell’Unità. Ma non è, solo, storia vecchia, anche giovani politici hanno pensato bene di coprirsi le spalle, come Giorgia Meloni, politico e giornalista. Del resto mala tempora currunt e non bisogna farsi trovare impreparati.

Quello cui stiamo assistendo in questa tornata elettorale, però, è un capovolgimento di prospettiva. Non politici che si assicurano una professione di riserva, ma professionisti del giornalismo che infilano l’elmetto e, a seconda della scelta di campo, salgono o scendono sperando di ritrovarsi tutti nello stesso posto, compagni di banco.

Certo non è la prima volta che professionisti dell’informazione si candidino a cariche politiche. Tuttavia la natura del fenomeno pare mutata, fatto testimoniato dall’accresciuta esposizione mediatica dei concorrenti.

Ospite fisso di tribune politiche che si trasformano, inevitabilmente, in chiacchierate, talvolta animate, tra colleghi, il profilo del giornalista-candidato delle politiche 2013 è quello di un brillante 50enne che ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto: direttore di quotidiani, reti all news, inviato speciale. Professionisti che, però, hanno perso un po’ di fiducia nell’incisività del proprio mestiere. Non a caso pare vada scomparendo. Mala tempora currunt, come sopra.

A fare da apripista è stato Oscar Giannino che, con il suo Fermare il declino, dalla scorsa estate si è messo in gioco facendosi “imprenditore politico” e offrendo una proposta politica innovativa, non stantia e sopratutto ad alto rischio di flop. Il nuovo anno ha portato in dono la “salita” a Palazzo Madama a Mario Sechi, ex direttore del Tempo, capolista in Sardegna per Scelta Civica. Mario Sechi è il cavallo di razza dello schieramento del professor Monti al quale, quest’ultimo, pare abbia appaltato l’onere di fare campagna elettorale. Posizione comoda anche per Corradino Mineo, già direttore di Rai news e capolista in Sicilia per il PD. “Tecnicamente” sono già eletto. Infine Sandro Ruotolo, contravvenendo in pieno al mantra montanelliano ripreso anche dal logo della sua “Servizio Pubblico”, sceglie di camminare accanto ad Antonio Ingroia e alla sua inedita Rivoluzione Civile.

Le prossime elezioni politiche paiono far fare un salto di qualità rispetto al già noto e incontrovertibile, per il panorama italiano, legame osmotico tra giornalismo e politica, rendendole, a tratti, esattamente la stessa cosa. Non è mancanza di terzietà che si lamenta, la quale non esiste in natura, ma l’organicità di un potere rispetto ad un altro. Cave canem, certo. Purché ve ne rimanga qualcuno.

Di Maria Scopece

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