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Esteri. Abe va Yasukuni e dismette Okinawa: il Giappone afferma la propria sovranità

Pubblicato il 4 gennaio 2014 da Paolo Maria Filipazzi
Categorie : Esteri

abe1Spentisi i clamori delle celebrazioni per gli ottanta anni dell’Imperatore del Giappone, il paese del Sol Levante torna a concentrarsi sulla propria politica estera, che il Governo sta rendendo sempre più “assertiva” (per usare un eufemismo da “addetti ai lavori”), ottenendo anche qualche risultato che sembra essere più che simbolico. Il 26 dicembre il Primo Ministro Shinzo Abe ha finalmente compiuto l’ “affronto” che Cina, Taiwan e Corea del Sud temevano da tempo, fin dal 15 agosto scorso, quando si era sparsa la voce che il premier avrebbe visitato il “famigerato” tempio scintoista di Yasukuni a Tokio. Alla fine c’erano andati “solo” due membri del gabinetto. Bene, in quello che per noi occidentali è il giorno di Santo Stefano, Abe ha deciso di “festeggiare” un anno dal suo ingresso in carica proprio recandosi nel luogo di preghiera dedicato alla memoria dei caduti giapponesi in guerra, un luogo che per i “vicini” cinesi e coreani rappresenta il simbolo del militarismo nipponico tanto aggressivo ai loro danni nel secolo passato. Tanto più da quando, nel 1978, nell’elenco ufficiale dei caduti ivi omaggiati è stato iscritto il nome di Hideki Tojo, primo ministro ai tempi di Pearl Harbour, assieme ai nomi di altri 13 personaggi che Cina, Taiwan e Corea del Sud considerano criminali di guerra. Benché il premier abbia dichiarato di non aver voluto ferire cinesi e coreani e che il suo gesto vada letto come una manifestazione contro le sofferenze causate dalla guerra, la visita a Yasakuni ha, come era prevedibile, causato reazioni indignate a livello diplomatico.

Se i sudcoreani hanno espresso rammarico e rabbia per una decisione giudicata anacronistica, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Qin Gang, ha dichiarato che “l’essenza delle visite dei funzionari giapponesi al tempio Yasukuni è di glorificare la storia dell’aggressione militarista e della dominazione coloniale del Giappone” e il Direttore generale degli Affari Asiatici del medesimo dicastero, Lou Zhaohui, ha annunciato che il Giappone dovrà “sopportarne le conseguenze”. Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, il sudcoreano Ban Ki-Moon si è espresso, invitando il Giappone a portare il rispetto dovuto al sentimento del popolo degli altri paesi. A Taiwan il 27 dicembre, di fronte all’Ufficio dell’Associazione degli scambi del Giappone, si sono riunite molte organizzazioni civili, come il Forum dello sviluppo pacifico delle due sponde, il Partito laburista, l’Alleanza della Riunificazione cinese, l’Associazione dei diritti umani dei lavoratori e il Sindacato per la conservazione dell’industria della zona di Xinzhu, anch’esse indignate per la visita di Abe a Yasakuni. Sollecitata anche dalle organizzazioni dei cinesi in America, si è mossa anche la diplomazia statunitense, tramite la propria ambasciata a Tokyo, secondo cui la visita di Shinzo Abe al Santuario «esaspera le tensioni» con i paesi limitrofi.

Nel frattempo, però, proprio nei rapporti nippo-statunitensi si è registrato un evento che potrebbe avere portata assai significativa: gli Usa, dopo sessantotto anni, abbandoneranno la storica base militare di Okinawa, simbolo plastico della sconfitta del Giappone e la cui presenza ha causato negli anni diverse proteste della popolazione locale, anche in seguito ad un certo numero di episodi di violenza sessuale ai danni di donne del luogo da parte di militari americani. Ora una nuova base verrà costruita a Nago, lungo la costa, lontano dai civili. Con questo Abe riporta una vittoria diplomatica, dato che lo spostamento della base era uno dei nodi irrisolti della politica estera giapponese da diversi anni.

A questo si accompagnano diverse novità sul piano interno. La notte del 6 dicembre, dopo un dibattito carico di tensione e fra le proteste di una folla di attivisti per i diritti umani rimasta in piazza per giorni,  la Camera Bassa ha approvato la controversa legge  sul segreto di Stato.  Il quotidiano vicino all’opposizione  Asahi Shimbun denuncia: “La legge è stata redatta in termini estremamente vaghi e apre la strada a possibili abusi contro il diritto all’informazione dei cittadini iscritto nella Costituzione”. Secondo gli oppositori la norma non classifica chiaramente cosa s’intenda per segreto di Stato, lasciando campo libero a una commissione composta da tre diversi organi dipendenti dallo stesso governo per decidere quale sia il materiale non divulgabile in materia di lotta al terrorismo, affari esteri, interni e difesa. Le pene per chi trasgredisce possono arrivare a 10 anni di prigione e oltre 10 milioni di yen di multa (circa 70mila euro). Simultaneamente è entrato in funzione un nuovo organo: il Consiglio di Sicurezza Nazionale, incaricato di accelerare le reazioni politiche e militari evitando quelle paralisi parlamentari cui Abe sembra essere insofferente. Sembra ormai poco più di una formalità burocratica la più volte annunciata revisione dell’art. 9 della Costituzione, che vieta il mantenimento di un esercito. Quelle che eufemisticamente sono chiamate “Forze di autodifesa giapponesi” sono ormai di fatto fra le forze armate più avanzate del mondo e stanno per dotarsi di una forza anfibia simile ai marines e di nuovi modernissimi armamenti.

Notizie anche sul fronte dell’informazione. Sono entrati del Cda della Tv pubblica due intellettuali assai vicini al premier: si tratta del romanziere ultranazionalista Naoki Hyakuta, il cui best-seller “L’uomo che chiamavano pirata” esalta l’epopea dei kamikaze, e della saggista Michiko Hasegawa, autrice del libro “Ma cos’è questa cosa che chiamano democrazia?”. Un titolo che è tutto un programma.

@barbadilloit

Di Paolo Maria Filipazzi

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