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Il caso. Chi vuole uccidere la memoria scomoda del beato Rivi?

Pubblicato il 25 novembre 2013 da Mario Bozzi Sentieri
Categorie : Cronache

7 riviLa scuola elementare di Rio Saliceto (Reggio Emilia)  ha sospeso le visite programmate alla mostra sul beato Rolando Rivi, organizzata nei locali della parrocchia. Secondo quanto riferisce il quotidianoPrima Pagina, in un articolo a firma di Andrea Zambrano, alcuni genitori non avrebbero gradito uno dei pannelli della mostra, in cui viene spiegato l’epilogo della tragica storia del seminarista, ucciso da alcuni partigiani comunisti per il solo fatto di essere cristiano. Il pannello incriminato è quello intitolato “Domani un prete in meno”. Qualche genitore si sarebbe scandalizzato, temendo che la mostra possa infangare la memoria della Resistenza. Il parroco don Carlo Castellini ha resistito alle pressioni esercitate per fargli togliere il pannello incriminato: un tentativo di censura che il religioso non ha accettato.

Da parte sua la preside della scuola elementare  dopo avere visionato la mostra ha emesso un  giudizio inquietante: “La visita alla mostra viene annullata per ragioni didattiche per l’impossibilità di contestualizzare dal punto di vista storico e didattico la mostra”. “Contestualizzare”: parola magica  dietro cui nascondere  l’ennesima discriminazione post mortem di una figura  evidentemente “imbarazzante” per la vulgata antifascista.

Chi era infatti il Beato Rivi ? Nato il 7 gennaio 1931 a San Valentino di Castellarano Rolando Rivi

a undici anni, subito dopo la Cresima, sentì  improvvisa la chiamata del Signore: “Voglio farmi prete per salvare tante anime. Poi partirò  missionario per fare conoscere Gesù  lontano”, disse ai genitori che assecondarono la sua vocazione, e all’inizio del 1942, lo mandarono nel Seminario di Marola, a Carpineti, in provincia di Reggio Emilia, per frequentare le scuole medie e per iniziare gli studi che un giorno lo avrebbero fatto diventare prete.

In seminario indossò  con orgoglio l’abito talare, considerandolo il segno dell’appartenenza alla Chiesa e non se ne separò  sino alla morte, portandolo anche quando l’Italia era divisa da un odio fratricida, diffuso dai comunisti che consideravano i sacerdoti nemici da uccidere. Il suo sogno di diventare prete si spezzò nel 1944 quando i tedeschi occuparono il seminario di Marola e tutti i ragazzi dovettero tornare nelle loro case e continuare gli studi da soli.

Rolando Rivi rientrò  a San Valentino ma continuò  a indossare la talare. “Studio da prete e la tonaca e’ il segno che io sono di Gesù ”, rispondeva con determinazione, dividendosi sempre tra la chiesa, la casa e un boschetto dove andava a studiare. Fece così  anche il 10 aprile 1945, ma quel giorno non tornò  a casa. E quando, non vedendolo arrivare, i genitori andarono a cercarlo, trovarono a terra i libri e un biglietto: “Non cercatelo, viene un momento con noi partigiani”.

Si misero a cercarlo dovunque. Quattro giorni dopo un partigiano che aveva assistito alle ultime ore di vita del ragazzo, tentando di opporsi alla sua fine, confessò  che cosa era accaduto: Rolando Rivi era stato sequestrato, torturato e ucciso a Piana di Monchio, sull’Appennino modenese. Era successo il 13 aprile 1945, fu ritrovato, su indicazione del partigiano comunista pentito, il giorno dopo da suo padre e da quel momento divenne il simbolo dell’amore per Dio.

Questi i fatti, indiscutibili, che hanno portato la Chiesa a beatificare Rivi, riconoscendo il martirio di quell’ adolescente ucciso perché la talare che indossava lo faceva considerare un “nemico”.

A  quasi   settant’anni di distanza da quelle terribili vicende,  scandalizzarsi  per una mostra a Lui dedicata , è un po’ come ucciderlo una seconda volta.

 * da destra.it

                                

Di Mario Bozzi Sentieri

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