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Il commento. L’attacco agli impianti Eni in Libia e la priorità di una politica energetica

Pubblicato il 6 novembre 2013 da Michele De Feudis
Categorie : Corsivi Economia Politica

EniLe guerre affrettate e sbagliate generano spesso guai imprevedibili. In Libia il rovesciamento del regime di Gheddafi potrebbe nelle prossime ore complicare le strategie energetiche italiane.

A RadioUno, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni – intervistato da Vittorio Cota nella trasmissione “L’Economia prima di tutto” – ha affermato che “proprio in queste ore il terminal di Mellitah (in Libia ndr) da cui parte il gasdotto Greenstream, che raggiunge la Sicilia, è sotto attacco da parte di manifestanti che ci stanno spingendo a chiudere completamente le esportazioni verso l’Italia”. Per Scaroni questo grave imprevisto non dovrebbe creare però problemi di approvvigionamento per l’Italia.

Ma chi manifesta davanti agli impianti dell’Eni? Secondo l’Afp sono rappresentanti dell’etnia amazigh che reclamano dallo Stato libico i diritti di lingua e culturali che erano riconosciuti dalla vecchia Costituzione alle minoranze etniche (oltre agli amazigh, anche toubou, e tuareg). Insomma rivendicano diritti che Gheddafi riconosceva loro e l’attuale governo riconosciuto dalle democrazie occidentali nega.

Il nodo libico viene al pettine proprio mentre il governo Letta, neanche tanto velatamente, sta valutando l’eventualità di ulteriori privatizzazioni che ridurrebbero il controllo statale dell’Eni. Scaroni nell’intervista ha ripetuto temi già affrontati in una intervista sul Corsera: la crescita industriale europea per il manager passa dalla riduzione dei costi energetici rispetto ai competitore globali. E qui c’è la riflessione sulla necessità di valutare la possibilità di approvigionarsi con lo shale gas, proposta che contiene anche il rebus dell’impatto ambientale dell’estrazione: “Se mi soffermo per un attimo sulle aziende aggiungo che faccio fatica ad immaginare un futuro industriale di crescita di investimenti e di posti di lavoro in Europa con un differenziale di costi dell’energia così elevato. La cosa più logica che viene in mente di fare è far sì che anche l’Europa viva la rivoluzione dello shale gas che è all’origine dell’abbassamento dei costi degli Stati Uniti”. L’alternativa è dipendere esclusivamente dalla Russia “l’unico fornitore in grado di darci la quantità di gas di cui necessitiamo ai prezzi che ci permetterebbero di essere competitivi”.

Nonostante la precarietà degli orizzonti del governo Letta, maggioranza e opposizione parlamentare dovrebbero indicare la definizione di una politica energetica in grado di differenziare al massimo le fonti approvigionamento e di abbassare i costi di produzione per le industrie. La via sovranista passa da qui. L’alternativa è rassegnarsi ad un ruolo marginale dell’Italia nel mondo, ridotta alla caricatura di “sole pizza e mandolino”.

@barbadilloit

Di Michele De Feudis

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