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Serbia. L’ex soldato: “I serbi in Kosovo non devono andare a votare: per noi non è uno Stato”

Pubblicato il 31 ottobre 2013 da Luca Cirimbilla ed Elena Barlozzari
Categorie : Esteri Le interviste

 

soldatoIl 3 novembre in Kosovo si terranno le elezioni locali. Un appuntamento sul quale sono puntati i riflettori internazionali dopo la discussa dichiarazione unilaterale di indipendenza di questa Regione che non è stata mai accettata né riconosciuta dalla Serbia. Particolare difficoltà è quella che deve affrontare quotidianamente la minoranza serba in Kosovo. I nostri collaboratori provengono da una missione di solidarietà (organizzata da Sol.id) proprio in quelle terre. In quest’incontro, invece, hanno avuto modo di raccogliere la testimonianza di chi ha combattuto uno dei conflitti più drammatici di fine ‘900.

Arriviamo in tarda mattinata presso alcune case a schiera donate dal Governo Italiano nella cittadina di Kraljevo, in Serbia. Ad accoglierci c’è la madre di Dusko Pejak: una signora anziana, robusta, molto emozionata per il nostro arrivo. Ancora più commossa alla nostra partenza. È lei che si occupa di suo figlio, il soldato, costretto a vivere, su un fianco, nel suo letto. Dusko è nato a Mostar, cittadina dell’Herzegovina, regione coinvolta direttamente dal conflitto. Da circa 15 anni è disabile, a seguito del ferimento alla colonna vertebrale. Ha partecipato alla guerra come volontario, arruolandosi nella 63° brigata dei paracadutisti. Gli rivolgiamo le nostre domande alle quali risponde molto volentieri, interrotto ogni tanto dai ragazzi che ci hanno accompagnato da lui e che ci traducono in inglese i suoi racconti.

Ha combattuto a Herzegovina, tra il 1998 e il 1999 e ora sta lottando contro il cancro. Anche sua madre ha conosciuto da vicino la guerra: è stata imprigionata assieme al marito in un campo di concentramento dai croati. Il reduce, mentre ci mostra con orgoglio il distintivo dell’esercito jugoslavo per il quale ha combattuto sottolinea più volte come prima della guerra annoverava, e tuttora annovera, numerosi amici musulmani, albanesi e croati, segno, a suo avviso, che lo scontro è stato voluto da qualcuno di esterno, venuto da lontano. «Addirittura, in molti casi – aggiunge Dusko – l’amicizia tra queste diverse popolazioni era così profonda che prima del conflitto alcuni fecero da testimoni di nozze agli altri».  Che questa loro amicizia e i loro rapporti, secondo l’ex soldato, siano stati messi in crisi da qualcuno che non vive nell’area dei Balcani, è pensiero comune, oltre che tra i serbi, anche tra croati e musulmani. 

Lo sguardo è fiero ma sofferente, di chi ha combattuto una guerra fratricida, ha vissuto l’asprezza di un conflitto, ma che è tormentato dalla lotta più dura, in cui il campo di battaglia è il proprio corpo, attaccato da una malattia spietata come il cancro. «Queste divisioni sono cominciate a nascere e ad acuirsi lentamente, proprio nel 1989» continua a raccontare Dusko, e forse non è un caso che ciò avvenne proprio nell’anno della caduta del muro di Berlino, quando cioè il baluardo sovietico sparì dall’est Europa, ed alcune dinamiche cominciavano a diventare gestibili molto più facilmente. «Intorno al 1989 ricordo che, senza alcun apparente motivo, alcuni croati che mi  capitava di incontrare, hanno cominciato ad intonare cori hustasha contro i serbi: ovviamente rimanemmo molto sorpresi e letteralmente scioccati nel vedere ed ascoltare cose di questo genere. Già nel 1991 ci appariva sempre più chiaro come la guerra stesse arrivando; i problemi cominciarono a farsi sempre più pesanti, prima in Slovenia e successivamente, circa un anno dopo, in Croazia».

Quando gli chiediamo quali siano le sue emozioni ripensando a quella fase della sua  vita, Dusko risponde di provare una grande vergogna: «Riflettendo al grande paese che era la ex-Jugoslavia non riesco ad accettare che collassò letteralmente a seguito di una serie di divisioni e opposizioni all’interno del mio popolo, volute da qualcun altro. All’epoca la Jugoslavia era considerata un piccolo paradiso, tutti avevano un lavoro». Vogliamo sapere poi come si sono comportati il governo e la popolazione serba nei suoi confronti e degli altri soldati. Mentre comincia a rispondere si blocca e inizia a battersi sulla gamba per provare a lenire il dolore lancinante. Dopo l’intervento della madre che lo aiuta, ci confida che si sente abbandonato dal governo: «Durante la guerra eravamo considerati come degli eroi, poi, col passare del tempo siamo diventati sempre meno importanti. La guerra è diventata qualcosa di cui la gente non vuole parlare, così chi ha combattuto la guerra e si è sacrificato per la Patria ha perso importanza». Questo stesso problema, ci confida Dusko, lo hanno vissuto anche coloro che hanno combattuto tra i musulmani. «Ora siamo abbandonati a noi stessi, non abbiamo abbastanza aiuti».

A questo punto vogliamo sapere cosa pensa circa le prossime elezioni del 3 novembre che vedranno coinvolto il Kosovo. La risposta è secca: «I serbi non devono andare a votare, perché con la loro partecipazione riconoscerebbero l’indipendenza dello stato kosovaro». Le ultime considerazioni sono proprio sulla regione strappata alla Serbia: «Per noi, quella, è una terra sacra, è la culla della nostra identità, ricca di monasteri, chiese: è il cuore della nostra cultura».

@barbadilloit

Di Luca Cirimbilla ed Elena Barlozzari

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