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L’intervista (di M.Cabona). Savini: “Oggi l’Italia è un condominio di inquilini litigiosi”

Pubblicato il 22 ottobre 2013 da Maurizio Cabona
Categorie : Corsivi Le interviste

fantozzi riunione di condominioPiù si lasciano manipolare, più certi giornalisti diventano noti. E gli altri? Solo i loro cari li conoscono. I giornalisti del primo tipo sono fieri dell’estratto conto; quelli del secondo tipo di guardarsi allo specchio, ma di solito sono longevi, perché si sono divertiti: hanno trovato chi li pagava per fare ciò che avrebbero fatto gratis. Vittorio Savini, classe 1953, è uno di loro. Oltre a molti articoli per Il Resto del Carlino, poi QN, Savini ha scritto C’era una volta l’Indiano (Macro Edizioni). Ma, a differenza dei Sioux, Savini vive a Bologna e cavalca uno scooter.

Vittorio Savini

Vittorio Savini

Andando da lui, so ciò che gli dirò per accreditarmi: “L’uomo bianco fece molte promesse, ma ne mantenne una sola: promise di prendere la nostra terra e la prese”. Parole di Nuvola Rossa. Le dico a Savini d’un fiato, per non dimenticarle. Lui, che si sta ancora sfilando il casco, come un sakem sfilava il copricapo di piume, mi guarda perplesso. Ma con lui mi sento come il soldato sudista (Rod Steiger) che – nella Tortura della freccia (1957) – si fa pellerossa perché rifiuta la resa del generale Lee (nel rifacimento, Balla coi lupi, uscito nel 1990 del politicamente corretto, il soldato sudista diventa tenente nordista (Kevin Costner)…

Signor Savini, Bologna per lei è…

“… Piccola? Beh, in centro non si perde neanche un bambino, come cantava Lucio Dalla”.

Che, classe 1943, s’iscrisse alla Giovane Italia prima di lei… Dunque, Bologna è papalina, poi  è comunista. Ma non è mai Sioux.

“E’ vero. Ma ci pensi: Bologna è stata anche ‘Quadrivio della Rivoluzione fascista’; anzi, fasista, come diceva Lui”.

Mussolini?

Condiscendente, Savini annuisce. E io così colgo come lui vede pellerossa e camicie nere: unite nella lotta.

Cercavo una rarità, signor Savini, e lei lo è.

“Come dichiarazione, mi piace. Mi ci lasci pensare”.

Capisco. Ma non è la prima volta che ci vediamo.

“Ma sa che mi pareva… Fu a Salsomaggiore Terme, fine settembre 1938?”

E io rientravo con Giovanni Ansaldo da Monaco, dopo il Patto… Savini, non scherzi! Era autunno, ma del 1981. Poco dopo lei lasciò Il Giornale.

“Non dovevo? Eppure guardi: Indro Montanelli campò bene per altri vent’anni anche senza di me. Dimettermi fu uno un momento alto nella mia carriera. Pensi come sono messo…”

Sa che al Giornale da allora hanno ritirato il numero di maglia che portava lei?

“Come no… E poi hanno scritto col lutto al braccio! Mi lasci dire il prologo, però”.

La lascio dire.

“Appena arrivato a Milano, un collega mi disse: ‘In redazione ci sono i clan, quello dei siciliani e quello dei calabresi. Vuoi far carriera? Scegli. Chiesi se ci fosse anche il clan dei valdostani, per rimanere un po’ di nicchia”.

Dall’autunno 1993 a Il Giornale apparve il clan dei forzitaliani. Ma io ero forzagenoano.

“Ma lei è qui per me o per lei?!?” Dunque, nell’autunno 1981, chiusi il numero de Il Giornale, chiusi la valigia e chiusi con Milano”.

Severo ma giusto.

“Vuol dire che ero come l’arbitro Lo Bello?”

Lei cita nomi nell’oblio. Declino della memoria è declino di un popolo?

“Un popolo in sé non declina, mi creda. Un popolo, semmai, sparisce”.

Quando?

“Quando non è più comunità, aggregazione, partito o parrocchia”.

E allora che cosa diventano i cittadini?

“Condòmini. Oggi l’Italia è un condominio di inquilini litigiosi e menefreghisti”.

Di chi è la colpa?

“Anche della cosiddetta casta, sempre esistita, che non ha aiutato la gente a sentirsi parte comune. Ma ultimamente è cambiato l’atteggiamento degli italiani verso ladri e corrotti: dallo schifo e dall’ indignazione all’abitudine, se non all’invidia. Con punte di ammirazione per i mariuoli più spudorati”.

Altri colpevoli?

“I politici: inseguono gli estri più biechi della gente. I partiti sono tram su cui rapidamente si sale o si scende, inseguendo interessi che non sono quelli nazionali. E poi i partiti si lamentano per astensionismo, schede bianche o nulle”.

Giornali e tg sono complici.

“Il dibattito politico s’incentra su quanto i tacchi alzino Berlusconi, sulla tintura dei capelli di Prodi, sulle camicie di Letta o Renzi, sullo string della Carfagna”.

E la tv?

“Avrà le sue colpe, ma si può spegnerla o cambiare canale: è come per le merendine-spazzatura: non sei tenuto a mangiarle. In più dubito che la tv sposti voti o lobotomizzi l’elettore”.

Dunque?

“Se dal maestro Alberto Manzi di Non è mai troppo tardi e da Jader Jacobelli di Tribuna politica si è scesi a programmi farciti di insulti, è perché le liti da cortile piacciono alla gente”.

Gente non è popolo.

“Una volta, in caso di incidente stradale, il popolo soccorreva; ora la gente estrae il telefonino e filma per You Tube”.

Perché accade?

“Omogeneizzazione”.

Omologazione, diceva Pier Paolo Pasolini, bolognese di origine.

“Fatti suoi. Ascolti me: si è fatto del ‘diverso’ un mito e un’icona, ma tendiamo all’uguaglianza al ribasso. E al mimetismo”.

Il mondo della differenze è diventato il mondo del conforme.

“Si vede da auto, vestiti, locali dove vanno tutti a mangiare, stesso orologio al polso, stessa donna al braccio. Oggi le sole diversità apprezzate sono etniche e sessuali”.

Diverso veramente chi è?

“Chi vive altre idee, legge altri libri, coltiva altri interessi, si commuove con altre canzoni. Chi si ferma col rosso, cede il passo alle signore e non calpesta le aiuole”.

Insomma è lei! E allora che riforme propone?

“Anziché litigare su modifiche costituzionali, scrivere sul bianco del tricolore il primo e unico articolo della nuova Costituzione: ‘Non calpestare le aiuole’”.

Nessuna postilla?

“Mai vendere l’anima all’uomo bianco, come Nuvola Rossa fece alla fine dei suoi giorni”.

@barbadilloit

Di Maurizio Cabona

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