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Chiesa. “Un modernista”: così i tradizionalisti lefebvriani definiscono Bergoglio

Pubblicato il 21 ottobre 2013 da Fernando Massimo Adonia
Categorie : Cronache Esteri

L'udienza generale del Mercoledì di Papa Francesco“Is a genuine modernist”. Ovvero: Papa Francesco “è un modernista”. A dichiaralo è Bernard Fellay, il vescovo a capo della San Pio X, la fraternità sacerdotale fondata da Marcel Lefebvre all’indomani del Cancilio Vaticano II. Una presa di posizione durissima pronunciata durante una conferenza tenuta la scorsa settimana a Kansas City sul Terzo Mistero di Fatima. Una uscita intercettata per primo dal vaticanista de La Stampa, Andrea Tornielli, e rilanciata sull’autorevole portale on line Vatican Insider.

Secondo l’analisi di Fellay: “La situazione della Chiesa è un vero e proprio disastro. E il Papa attuale la sta rendendo 10.000 volte peggio”. Parole che chiudono ulteriormente le porte a qualsiasi ipotesi di ricongiungimento e riconoscimento canonico tra Roma ed Ecòn, sede elvetica del più importante seminario della comunità lefevbriana.

Il modernismo fu condannato nel 1907 da san Pio X con l’enciclica Pascendi Dominici gregis. Un provvedimento che stoppò le fughe in “avanti” di teologi, filosofi e biblisti cattolici in odore di progressismo. Fra questi Alfred Loisy e lo scrittore Antonio Fogazzaro. Modernismo è sinonimo dunque di “eresia”. E l’accusa rivolta da Fellay ha una sola equazione ipotizzabile: Francesco sarebbe un “eretico”. Un accostamento pesantissimo che dalla san Pio X non era stato ancora rivolto, nonostante le critiche in campo aperto, ai danni dei pontefici del post Concilio. Il motivo è semplice e carico di conseguenze: secondo il codice di diritto Canonico del 1917 e la bolla Cum ex apostolatus officio di Paolo IV, qualora un Papa fosse “un eretico manifesto”, la sede petrina sarebbe vacante.

Quella del “sedevacantismo” è una opzione che ha già riguardato i segmenti più radicali del tradizionalismo cattolico. Un percorso battuto per primo dal gesuita messicano Joachin Arriaga e scomunicato nel 1972. Sta dunque a Fellay, ora, chiarire il valore del suo pronunciamento. Qualora fosse programmatico e definitivo, segnerebbe una rottura irrimediabile con la Chiesa di Roma. Determinando, inoltre, uno strappo di gran lunga più doloroso rispetto all’ordinazione dei quattro vescovi, fra questi lo stesso Fellay, effettuata da Lefevbre nel 1988. Un gesto di rottura sanato soltanto di recente, e non senza polemiche, dall’azione conciliatrice di Benedetto XVI. Ma quello sforzo di pacificazione, ad oggi, rischia di cadere nel dimenticatoio.

Di Fernando Massimo Adonia

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