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Foibe. Addio a Licia Cossetto, sorella di Norma: raccontò l’orrore dei comunisti slavi

Pubblicato il 7 ottobre 2013 da Geronimo Barbadillo
Categorie : Cronache

Norma e Licia CossettoLicia Cossetto è deceduta durante un viaggio verso Trieste per commemorare il 70° anniversario della morte della sorella Norma, la studentessa seviziata e uccisa nel 1943 dai partigiani jugoslavi in Istria e gettata nella foiba di Villa Surani di Antignana (attualmente Tinjan in territorio croato).

Licia Cossetto vedova del capitano dell’Aeronautica Tarantola, 90 anni, si è spenta attorno a mezzogiorno di sabato nei bagni dell’autogrill di Calstorta Sud, al confine tra le province di Venezia e di Treviso, sull’autostrada A4. L’anziana maestra era partita alle 7,30 dalla sua abitazione di via Pascoli a Ghemme in compagnia della docente liceale Rossana Mondoni (biografa di Norma) e del marito Daniele Comero. “Erano diretti a Trieste – dice la vicina di casa Angela Tosi – per partecipare alla commemorazione per la morte della sorella Norma che per una tragica coincidenza era morta infoibata nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943. Ogni anno in questi giorni si rattristava perché il peso dei ricordi per quei traumatici eventi si faceva sentire“.

“Non smise mai di chiedere a gran voce un giusto riconoscimento per tutti gli istriani, fiumani e dalmati e naturalmente per la sorella Norma, seviziata, uccisa e infoibata da una banda di titini”: lo ha affermato in una nota l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. “Ricevette – ha scritto il presidente Antonio Ballarin – dal Presidente Ciampi la Medaglia d’oro per Norma, con la motivazione: “Giovane studentessa istriana… imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di Amor patrio”. La figura e l’esempio della signora Licia, instancabile testimone del martirio della sorella Norma e del padre Giuseppe, restano e resteranno impressi indelebilmente nei cuori e nello spirito degli esuli”.

Unanime cordoglio anche dagli esponenti di tutte le associazioni: “In un anno sono mancati Ottavio Missoni, Maria Pasquinelli, altri e ora Licia Cossetto, testimoni di un mondo che il tempo sta dissolvendo ma che non dimentica, anche grazie al testimone consegnato alle nuove generazioni“, ha puntualizzato Renzo Codarin.

L’intervista a La Padania

Così Licia Cossetto raccontò a Barbara Mapelli la persecuzione etica subita dalla sua famiglia dai partigiani comunisti slavi: “Noi abitavamo a Santa Domenica di Visinada, un piccolo paesino dell’Istria. Mio padre, Giuseppe Cossetto, era stato commissario governativo delle casse rurali per la Provincia, ufficiale della Milizia e podestà per molti anni. Fino all’8 settembre del 1943 non avevamo mai avuto problemi, tutti ci volevano bene. Dopo l’8 settembre, i comunisti del paese cominciarono a ribellarsi, a spaccare e a rubare ogni cosa. Armi in pugno, entrarono in casa nostra e ci portarono via tutto, tra insulti e minacce. Eravamo terrorizzate. Mio padre non c’era perché era stato richiamato a Trieste, quindi ero rimasta sola con mia madre e mia sorella Norma. E proprio sua sorella divenne preda dei banditi… Sì, nei giorni successivi cominciarono a tormentarla. Avevano messo gli occhi su di lei, anche perché era una bella ragazza. Vennero a prenderla due o tre volte, per poi rilasciarla e rimandarla a casa. Le prime volte no; cercarono di lusingarla in modo subdolo. Le promisero libertà e mansioni direttive se avesse accettato di aggregarsi a loro, ma Norma ha sempre risposto che era italiana e voleva rimanere tale. Vennero a prenderla per l’ultima volta il 26 settembre del 1943. L’arrestarono e la portarono nella ex caserma dei carabinieri, successivamente la trasferirono a Parenzo, nella ex caserma della Guardia di Finanza. Assieme a Norma, catturarono anche altri miei parenti, conoscenti e amici. Incarcerarono anche me, ma grazie ad un mio compagno di scuola riuscii ad uscire. Con mio cugino, Pino Cossetto, andai a Parenzo dov’era incarcerata Norma. La trovai molto provata, in lacrime. Parlai con uno dei carcerieri dicendogli che mia mamma era disposta a pagare purché lasciassero libera mia sorella. Lui mi rispose: “Non si preoccupi, questa sera li liberiamo tutti”.  Invece? Era una bugia. Quella stessa sera portarono i prigionieri ad Antignana, all’interno di una scuola e fecero fare quella orrenda fine a mia sorella. Dapprima, la rinchiusero in una stanza da sola, la legarono ad un tavolo con delle corde o del filo di ferro e la violentarono. Pensate, abusarono di lei 17 persone! A “divertimento” finito, la gettarono nella foiba di Villa Surani. Quando recuperarono il corpo martoriato di Norma, una signora si avvicinò a me e mi disse che aveva visto ogni cosa dagli spioncini delle finestre. L’aveva sentita piangere, chiedere dell’acqua e chiamare la mamma”.

@barbadilloit

Di Geronimo Barbadillo

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