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Foibe. Addio a Licia Cossetto, sorella di Norma: raccontò l’orrore dei comunisti slavi

Pubblicato il 7 ottobre 2013 da Geronimo Barbadillo
Categorie : Cronache

Norma e Licia CossettoLicia Cossetto è deceduta durante un viaggio verso Trieste per commemorare il 70° anniversario della morte della sorella Norma, la studentessa seviziata e uccisa nel 1943 dai partigiani jugoslavi in Istria e gettata nella foiba di Villa Surani di Antignana (attualmente Tinjan in territorio croato).

Licia Cossetto vedova del capitano dell’Aeronautica Tarantola, 90 anni, si è spenta attorno a mezzogiorno di sabato nei bagni dell’autogrill di Calstorta Sud, al confine tra le province di Venezia e di Treviso, sull’autostrada A4. L’anziana maestra era partita alle 7,30 dalla sua abitazione di via Pascoli a Ghemme in compagnia della docente liceale Rossana Mondoni (biografa di Norma) e del marito Daniele Comero. “Erano diretti a Trieste – dice la vicina di casa Angela Tosi – per partecipare alla commemorazione per la morte della sorella Norma che per una tragica coincidenza era morta infoibata nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943. Ogni anno in questi giorni si rattristava perché il peso dei ricordi per quei traumatici eventi si faceva sentire“.

“Non smise mai di chiedere a gran voce un giusto riconoscimento per tutti gli istriani, fiumani e dalmati e naturalmente per la sorella Norma, seviziata, uccisa e infoibata da una banda di titini”: lo ha affermato in una nota l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. “Ricevette – ha scritto il presidente Antonio Ballarin – dal Presidente Ciampi la Medaglia d’oro per Norma, con la motivazione: “Giovane studentessa istriana… imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di Amor patrio”. La figura e l’esempio della signora Licia, instancabile testimone del martirio della sorella Norma e del padre Giuseppe, restano e resteranno impressi indelebilmente nei cuori e nello spirito degli esuli”.

Unanime cordoglio anche dagli esponenti di tutte le associazioni: “In un anno sono mancati Ottavio Missoni, Maria Pasquinelli, altri e ora Licia Cossetto, testimoni di un mondo che il tempo sta dissolvendo ma che non dimentica, anche grazie al testimone consegnato alle nuove generazioni“, ha puntualizzato Renzo Codarin.

L’intervista a La Padania

Così Licia Cossetto raccontò a Barbara Mapelli la persecuzione etica subita dalla sua famiglia dai partigiani comunisti slavi: “Noi abitavamo a Santa Domenica di Visinada, un piccolo paesino dell’Istria. Mio padre, Giuseppe Cossetto, era stato commissario governativo delle casse rurali per la Provincia, ufficiale della Milizia e podestà per molti anni. Fino all’8 settembre del 1943 non avevamo mai avuto problemi, tutti ci volevano bene. Dopo l’8 settembre, i comunisti del paese cominciarono a ribellarsi, a spaccare e a rubare ogni cosa. Armi in pugno, entrarono in casa nostra e ci portarono via tutto, tra insulti e minacce. Eravamo terrorizzate. Mio padre non c’era perché era stato richiamato a Trieste, quindi ero rimasta sola con mia madre e mia sorella Norma. E proprio sua sorella divenne preda dei banditi… Sì, nei giorni successivi cominciarono a tormentarla. Avevano messo gli occhi su di lei, anche perché era una bella ragazza. Vennero a prenderla due o tre volte, per poi rilasciarla e rimandarla a casa. Le prime volte no; cercarono di lusingarla in modo subdolo. Le promisero libertà e mansioni direttive se avesse accettato di aggregarsi a loro, ma Norma ha sempre risposto che era italiana e voleva rimanere tale. Vennero a prenderla per l’ultima volta il 26 settembre del 1943. L’arrestarono e la portarono nella ex caserma dei carabinieri, successivamente la trasferirono a Parenzo, nella ex caserma della Guardia di Finanza. Assieme a Norma, catturarono anche altri miei parenti, conoscenti e amici. Incarcerarono anche me, ma grazie ad un mio compagno di scuola riuscii ad uscire. Con mio cugino, Pino Cossetto, andai a Parenzo dov’era incarcerata Norma. La trovai molto provata, in lacrime. Parlai con uno dei carcerieri dicendogli che mia mamma era disposta a pagare purché lasciassero libera mia sorella. Lui mi rispose: “Non si preoccupi, questa sera li liberiamo tutti”.  Invece? Era una bugia. Quella stessa sera portarono i prigionieri ad Antignana, all’interno di una scuola e fecero fare quella orrenda fine a mia sorella. Dapprima, la rinchiusero in una stanza da sola, la legarono ad un tavolo con delle corde o del filo di ferro e la violentarono. Pensate, abusarono di lei 17 persone! A “divertimento” finito, la gettarono nella foiba di Villa Surani. Quando recuperarono il corpo martoriato di Norma, una signora si avvicinò a me e mi disse che aveva visto ogni cosa dagli spioncini delle finestre. L’aveva sentita piangere, chiedere dell’acqua e chiamare la mamma”.

@barbadilloit

Di Geronimo Barbadillo

3 risposte a Foibe. Addio a Licia Cossetto, sorella di Norma: raccontò l’orrore dei comunisti slavi

  1. 21 febbraio 2010

    Foibe. De Priamo (PDL): “Bene intolazione (intitolazione) scuola a Norma Cossetto”

    Comunicato stampa – editor: Claudio Gnessi

    “Come primo firmatario della mozione approvata in Consiglio comunale, sono particolarmente felice dell’annuncio fatto oggi dal preside dell’istituto “via Luisa di Savoia”, Stefano Simboli, che ha raccolto l’appello dell’Assessore Laura Marsilio per intitolare a Roma una scuola a Norma Cossetto. Questa dedica sarà un ulteriore modo per ricordare alle giovani generazioni una pagina di storia, quella relativa alle foibe e all’esodo dei nostri connazionali istriani, giuliani e dalmati, per troppo tempo negata e dimenticata”.

    E’ quanto dichiara Andrea De Priamo, consigliere del PdL del Comune di Roma.

    Chi era Norma Cossetto

    Norma Cossetto (Santa Domenica di Visinada oggi in Croazia, 17 maggio 1920 – Antignana o foiba di Villa Surani, 4 o 5 ottobre 1943) è stata una studentessa italiana, conosciuta anche erroneamente come Norma Corsetto, istriana di un paese vicino Visignano, vittima delle truppe titoiste.

    Apparteneva a una famiglia di possidenti fascisti: il padre era un dirigente locale del partito fascista (lungamente segretario politico del Fascio locale, commissario governativo delle Casse Rurali, era stato podestà a Visinada e ufficiale della milizia fascista: fu ucciso e infoibato pochi giorni dopo l’omicidio della figlia) e lei stessa era un’esponente del GUF padovano. Nell’estate del 1943 era infatti iscritta all’Università di Padova dove stava preparando una tesi di laurea intitolata Istria Rossa (riferita alla terra ricca di bauxite dell’Istria) e aveva come insegnante il professor Concetto Marchesi. Girava in bicicletta per i paesi dell’Istria visitando municipi e canoniche alla ricerca di archivi.

    Dopo l’8 settembre 1943 Norma Cossetto fu vittima dei partigiani jugoslavi e italiani dell’Istria. Il 25 settembre 1943 partigiani comunisti italiani della resistenza italiana delle Brigate Garibaldi e croati della resistenza jugoslava irruppero in casa Cossetto razziando quel che poterono trovare e sparando per spaventare le persone. L’indomani quegli stessi partigiani catturarono Norma portandola nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda, alternando minacce a promesse di libertà e mansioni direttive, le chiesero di accodarsi alla loro milizia.

    Dopo aver ricevuto un netto rifiuto della donna, i titoisti e i comunisti italiani la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri abitanti italiani del luogo che avevano rifiutato di collaborare con le milizie titoiste. Dopo un paio di giorni, durante la notte con un autocarro furono tutti trasferiti nella scuola di Antignana trasformata in prigione dove incominciarono le sevizie e torture sessuali; la studentessa fu legata nuda a un tavolo e violentata da molti partigiani: secondo alcune testimonianze erano 17.

    L’episodio della violenza carnale fu poi denunciato da una donna abitante davanti l’ex caserma, che, attirata da gemiti e lamenti, appena buio osò avvicinarsi alle imposte socchiuse vedendo Norma legata al tavolo. La donna fu gettata, forse ancora agonizzante, nella foiba di Villa Surani durante la notte tra il 4 e 5 ottobre.

    Dopo l’occupazione tedesca dell’Istria, il 10 dicembre 1943 i vigili del fuoco di Pola guidati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, ritrovarono il corpo di Norma nella foiba profonda m. 136: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri; aveva ambedue i seni pugnalati, un pezzo di legno conficcato nella vagina e altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d’arma da taglio e altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. I soldati tedeschi catturarono 6 dei suoi criminali torturatori e li costrinsero a passare la notte in piedi vegliando la salma di Norma, prima di essere fucilati all’alba del giorno successivo: 3 dei partigiani impazzirono. Il cadavere di Norma fu composto nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Santa Domenica.

    Norma riposa assieme al padre, anch’egli infoibato a pochi giorni di distanza dalla figlia, nel cimitero di S. Domenica di Visinada, un paesino vicino a Visignano.

    Città d’Italia che hanno onorato la giovane studentessa Norma Cossetto, Martire delle Foibe
    torturata, seviziata ed infoibata ancora viva dai comunisti locali
    Un sentito ringraziamento a tutte le Amministrazioni per la lodevole iniziativa alla Memoria
    ABETONE (Pistoia) Scuola Norma Cossetto
    Bolzano Parco in Memoria di Norma Cossetto Medaglia d’Oro al Valore
    CALALZO (Belluno) Sala Consiliare in onore di Norma Cossetto
    CAMPELLO SUL CLITUNNO fraz. di Pettino (Perugia) Via Norma Cossetto
    CASTELLABATE fraz.. San Marco (Salerno) Via Norma Cossetto
    DUE CARRARE (Padova) Piazza Norma Cossetto – Martire delle Foibe
    FANO (Pesaro Urbino) Via Norma Cossetto-Martire delle Foibe (1920-1943)
    FOSSANO (Cuneo) P. Norma Cossetto – Vittima delle Foibe (1920-1943)
    GHEMME (Novara) Parco Norma Cossetto
    GORIZIA Via Norma Cossetto – Martire infoibata (1920-1943)
    GRUMOLO DELLE ABBADESSE (Vicenza) Piazza Norma Cossetto
    L’AQUILA (fraz. Cansatessa) Via Norma Cossetto
    LEGNAGO (Verona) Via Norma Cossetto
    LIMENA (Padova) Biblioteca Norma Cossetto
    MUGGIO’ (Monza e Brianza) Piazza Norma Cossetto
    NARNI (Terni) Via Norma Cossetto – Martire delle Foibe (1920-1943)
    PADOVA (Università) Ricordo degli Esuli e di Norma Cossetto
    REGGIO CALABRIA Parco Norma Cossetto
    ROMA Scuola Norma Cossetto (attesa delibera dal 2010)
    ROVIGO quart. Tassina via cossetto n.
    SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) Atrio di Villa Bembo – Norma Cossetto
    SANT’ANTIOCO (Carbonia/Iglesias) Via Norma Cossetto
    TERAMO fraz. Piano d’Accio Via Norma Cossetto
    TRIESTE Via Norma Cossetto
    VERBANIA (Verbano-Cusio-Ossola) Parco Norma Cossetto (Medaglia d’Oro al Merito Civile)
    VILLA SANT’ANGELO (L’Aquila) Vicolo Norma Cossetto
    VILLASANTA (Monza e Brianza) Via Norma Cossetto

  2. GIORNATA DELLA MEMORIA E GIORNO DEL RICORDO

    Dopo l’istituzione del Giorno della Memoria per il 27 gennaio (anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa sovietica), le associazioni irredentistiche degli esuli istriani hanno tanto fatto e brigato da ottenere, nel 2004, che il 10 febbraio, cioè a pochi giorni di distanza da questa ricorrenza, venisse istituito il “Giorno del Ricordo” (si noti qui anche la similitudine linguistica tra “ricordo” e “memoria”), “dell’esodo e delle foibe”, ricorrenza istituita anche con il beneplacito di buona parte del centrosinistra, soprattutto i DS. A tre anni di distanza da questa “operazione”, possiamo vedere gli effetti che essa ha avuto sulla scena politica e culturale italiana (ma anche internazionale).

    Innanzitutto vediamo che già da metà gennaio, cioè in prossimità del Giorno della Memoria, le associazioni degli esuli riempiono il calendario di proprie iniziative che, stante la vicinanza delle date e stante il fatto che, vuoi per capacità organizzativa, per spirito combattivo, per disponibilità di fondi, o chissà per quali altri motivi, sono molto più numerose e visibili di quelle indette per il 27 gennaio, mettendo di fatto in secondo piano quelle relative a questa ricorrenza.
    C’è però una differenza di fondo nell’atteggiamento di chi si occupa delle due “giornate”. Mentre nelle intenzioni di chi ha ideato la Giornata della Memoria e di chi per celebrare questa giornata organizza convegni, dibattiti, iniziative culturali lo scopo era quello di ricordare ciò che è stato (la follia guerrafondaia e criminale del nazifascismo) affinché la storia non si ripeta e non vi siano più genocidi e violenze, la stessa cosa non la rileviamo nelle iniziative indette dalle varie associazioni di “esuli istriani” per il 10 febbraio (e parliamo qui della Lega Nazionale ed anche delle Comunità istriane).
    Chi ha avuto modo di sentire o di leggere le testimonianze dei sopravvissuti dai lager nazifascisti (e diciamo nazifascisti perché anche il fascismo ha avuto i propri lager, pensiamo solo a quello di Gonars che si trovava a pochi chilometri da Trieste, circostanza spesso ignorata dagli stessi antifascisti), sa perfettamente che nella memoria di essi non c’è posto, di norma, per l’odio, per il rancore, per il desiderio di vendetta. Nella maggior parte dei casi, chi ha vissuto sofferenze indicibili, preferisce dimenticare, cerca l’oblio e per questo lascia da parte i sentimenti di odio che invece tengono vivo il dolore del ricordo.
    Se andiamo invece a seguire le iniziative per il Giorno del Ricordo (10 febbraio), vediamo che la maggior parte di esse non sono finalizzate al superamento della fase storica che ha portato al Trattato di pace (perché il 10 febbraio è quello del 1947, quando l’Italia finalmente siglò il trattato di pace con il quale venivano sanciti i nuovi confini sorti dopo la seconda guerra mondiale), ma al reiteramento di una propaganda irredentistica, che partendo da dati storici falsi (come l’ingigantimento delle cifre degli “infoibati”, cioè di coloro che, nell’allora Venezia Giulia furono uccisi, per vari motivi, tra i quali anche fatti di guerra, dai partigiani jugoslavi o condannati a morte come criminali di guerra dai tribunali jugoslavi), e dalla ripetizione della vecchia teoria (un tempo solo fascista) che il trattato di pace fu in realtà un diktat per l’Italia, ribadisce la teoria degli “ingiusti confini”, delle “terre rubate” e conclude con lo slogan “volemo tornar”.
    Ora non ci dilungheremo sulla questione delle “foibe”, perché fin troppo spesso ne abbiamo parlato su queste pagine; diciamo solo che quelli che vengono fatti passare per “infoibati sol perché italiani” nella maggior parte dei casi si possono inserire nella categoria dei “morti per cause di guerra”, ricordando che nel corso della seconda guerra mondiale sono morte milioni di persone, a causa di una guerra che è stata voluta ed iniziata (cosa che pochi ormai ricordano) dalla volontà imperialistica dei regimi nazifascisti. È stata l’Italia fascista ad invadere, senza dichiarazione di guerra, ed a spartirsi, assieme ai propri alleati, la Jugoslavia, devastandola e provocando orrende stragi di civili; sono stati i regimi nazifascisti che hanno dichiarato guerra al mondo intero, perché volevano prendere il controllo di esso, e, dato che fortunatamente per i destini del mondo, la cosa non gli è riuscita e sono stati sconfitti (anche grazie al contributo di sacrifici delle varie resistenze europee, tra le prime quella jugoslava), alla fine del conflitto hanno dovuto pagare, in termine di perdita di territorio, questa sconfitta.
    Così entriamo nel merito della questione che più è dibattuta in questi giorni nei convegni organizzati per il 10 febbraio: la questione degli “ingiusti confini”.
    Se, come abbiamo sentito dire spesso in vari convegni cui abbiamo assistito, il diritto italiano sull’Istria e su Fiume era dato dal fatto che questi territori erano stati annessi in seguito alla prima guerra mondiale (dove Fiume, ci si lasci dire, è stata annessa all’Italia con un colpo di mano in barba al trattato di pace ed al diritto internazionale), volendo seguire questa logica (che non è quella di “sangue e di suolo” che altri proclamano), dobbiamo accettare anche il fatto che in seguito ad un altro conflitto altri confini sono stati tracciati e territori che erano stati conquistati grazie ad una guerra vinta, sono poi stati tolti per una guerra (d’aggressione, ricordiamolo) perduta.
    Così abbiamo sentito il professor Raoul Pupo, che sicuramente non è uno storico “neofascista”, sostenere che in realtà il trattato di pace del 1947 non è stato firmato con l’Italia, ma sopra l’Italia, perché alla fine della guerra l’Italia non esisteva come soggetto politico internazionale e quindi non aveva alcuna possibilità di negoziare, con i vincitori della guerra, i propri confini. Questa interpretazione, che è un po’ una variante del concetto di diktat, però non tiene conto di una cosa fondamentale: che l’Italia non era stata aggredita da nessuno degli Stati che vinsero la guerra, e che il fatto che l’Italia aveva perso la guerra era la mera conseguenza del fatto che l’aveva iniziata. L’attribuzione dell’Istria alla Jugoslavia, sostiene Pupo, rientra nella logica geopolitica di “accontentare” Tito, all’inizio concedendogli i territori che aveva militarmente conquistato, e successivamente per “tenerselo buono” in funzione antisovietica.
    Ma al di là del diritto di “conquista” (che, come abbiamo visto prima, viene di solito fatto valere per i territori annessi dopo la prima guerra mondiale dall’Italia), queste interpretazioni di Pupo non tengono conto di altre cose. Che i territori istriani, ad esempio, non sono “italiani” per diritto di “sangue e di suolo”, dato che la popolazione è mistilingue, con predominanza di sloveni e croati all’interno e di istro-veneti sul litorale. Perché quindi dovrebbe essere “naturale” che questi territori dovessero rimanere all’Italia piuttosto che alla Jugoslavia, tenendo anche conto che l’Italia doveva risarcire danni di guerra di non poca entità al Paese che aveva invaso?
    Una volta sancito, in queste conferenze “storiche”, che i confini sono, tutto sommato, ingiusti, i vari relatori vanno ad analizzare la questione dell’ “esodo” degli istriani. Diciamo subito che, a parer nostro, un “esodo” che si prolunga per vent’anni non può essere un “esodo” causato da “pulizia etnica”. Citiamo a questo proposito la testimonianza del giornalista Fausto Biloslavo, di passata militanza nel Fronte della gioventù, che si è più volte autopresentato come “nipote di infoibato e figlio di esule”, che nel corso di un intervento ha spiegato che il nonno paterno, di Momiano, dovette fuggire a Trieste “rocambolescamente” all’arrivo dei partigiani, “perdendo tutto”, e la moglie poté raggiungerlo assieme ai figli appena nel 1954. Dunque la famiglia rimase per nove anni a Momiano, sotto il “regime titino”, che evidentemente non li “infoibò”, né li espulse, nonostante con tutta probabilità il nonno fosse stato coinvolto con il regime fascista, se aveva dovuto filare via in fretta e furia abbandonando moglie e figli.
    Ma queste contraddizioni stranamente non vengono rilevate da chi ascolta. Del resto, il racconto di Biloslavo non si discosta molto, per coerenza, da altre interpretazioni “storiche”. Il professor Pupo, ad esempio, sostiene che all’inizio il “regime jugoslavo” aveva fatto una distinzione tra italiani assimilabili al “regime” (operai, contadini, proletariato in genere) ed altri non assimilabili (i ceti più elevati), che furono cacciati fin dall’inizio. Ammesso e non concesso che questa interpretazione sia attendibile, non passa per la mente dello studioso che si fosse trattato di una “epurazione” politica e di classe e non etnica? Che furono indotti ad andarsene i possidenti, che avrebbero perduto, con il socialismo, i loro possedimenti, nonché i fascisti, esattamente come accadde per sloveni e croati che non si identificavano nel nuovo sistema di governo? Pupo sostiene poi che successivamente, dopo la svolta del Kominform, anche gli italiani che erano rimasti furono cacciati via, perché tutti simpatizzanti per l’URSS, in questo modo sarebbe stata completata la “pulizia etnica”: questa ci sembra ancora più fuorviante come interpretazione. Se ciò che sostengono questi studiosi, cioè che la comunità italiana fu interamente espulsa, con le buone o con le cattive, dalla Jugoslavia, fosse vero, oggi non avremmo in Istria una comunità italiana forte, compatta, ricca di istituzioni culturali, cosa che pure viene invece rivendicata da quegli stessi rappresentanti degli esuli che prima parlano di pulizia etnica e poi del fatto che gli italiani in Istria sono tuttora numerosi e presenti, senza rendersi conto che la seconda cosa escluderebbe la prima.
    La comunità italiana in Jugoslavia ha sempre goduto di diritti specifici, a cominciare dalle scuole, per proseguire con il bilinguismo e con i seggi garantiti nei vari parlamenti. Se questo significa pulizia etnica, cosa dovrebbero dire gli sloveni d’Italia, che se oggi hanno le scuole con lingua d’insegnamento slovena è solo grazie al fatto che sono state istituite dagli angloamericani e poi conservate in base ad una precisa clausola contenuta nel Memorandum del 1954, mentre tutti gli altri diritti sono ben al di là di venire?
    Ma è proprio grazie alle mistificazioni degli argomenti storici che alla fine emergono i contenuti che sono, a parer nostro, più preoccupanti, e che possono essere sintetizzati nello slogan “volemo tornar” che tanto spesso viene citato in queste rassegne, e sui quali contenuti ritorneremo, per un approfondimento, in un prossimo articolo.

    ***
    NEGAZIONISTA!

    Negazionista, ecco la parola chiave. Il nuovo diavolo, il nuovo fantasma che corre l’Europa, il mondo; altro che nichilista, bolscevico, anarco-insurrezionalista: ora la reazione ha trovato un nuovo termine per criminalizzare chi non si omologa alla “vulgata di regime”.
    Negazionista delle foibe, mi hanno definita (non solo me, peraltro, sono in poca, ma buona compagnia). Ma io, cosa avrei negato, alla fine dei conti?
    Non ho negato che vi siano stati “infoibamenti” in Istria nel settembre 1943. No, ho semplicemente citato i documenti che dimostrano che gli “infoibati” non sono stati “migliaia” ma circa trecento e non più di cinquecento. Le fonti? Il rapporto del maresciallo Harzarich, che operò i recuperi, una lettera del federale fascista dell’Istria Bilucaglia dell’aprile 1945.
    Ho “negato”, questo sì, che vi siano le prove delle efferate torture e violenze carnali che vengono attribuite ai partigiani nei confronti degli “infoibati”. Ho negato che il capo di don Tarticchio sia stato circondato da una corona di spine e che i suoi genitali gli siano stati messi in bocca, perché il rapporto del recupero della sua salma non fa parola di tutto ciò: ma non ho mai “negato” che don Tarticchio sia stato gettato in una foiba.
    Non ho neppure negato che Norma Cossetto sia stata gettata in una foiba, ho solo detto che il rapporto del recupero della sua salma non parla di alcuna traccia di violenza, come quelle che vengono descritte dai libri (non ultimo quello di Frediano Sessi).
    Ho negato, questo sì, che i racconti di Udovisi e Radeticchio, che sostengono di essere sopravvissuti alla foiba, siano attendibili: anche perché ambedue descrivono la stessa vicenda, praticamente con le stesse parole, però Udovisi racconta di avere salvato Radeticchio, mentre Radeticchio dichiara che Udovisi è morto nella foiba. Ho negato che siano attendibili: mi si dimostri il contrario e tornerò sulle mie opinioni.
    Ho negato che a Basovizza siano state “infoibate” centinaia o migliaia di persone: l’ho negato perché dai documenti (fonte militare angloamericana e archivio del Comune di Trieste) risulta che la foiba è stata più volte svuotata, però negli archivi dei cimiteri cittadini non c’è traccia di questi recuperi e delle relative inumazioni. Ho posto dei dubbi, ho chiesto che si esplorasse il pozzo: nessuno lo vuole fare perché le cose devono restare così come sono, non c’è posto per le obiezioni.
    Allora si dice che io non rispetto i morti, solo perché sostengo (prove alla mano) che non sono morte tante persone come si dice. Perché ho trovato che negli elenchi degli “infoibati” sono stati inseriti anche caduti partigiani o persone che proprio non erano morte, indipendentemente dal ruolo che avevano ricoperto sotto il nazifascismo. Marco Pirina, che ha inserito tra gli “infoibati” tanti vivi e tanti martiri della Resistenza, o il compianto Gaetano La Perna, che ha indicato come “ucciso dagli jugoslavi” anche il questore di Fiume Palatucci, morto in un lager nazista, loro li rispettano i morti, invece?
    Ma io sono “negazionista” perché mi permetto di dire che sulla questione delle foibe sono state dette tante falsità e che queste falsità sono diventate una “leggenda metropolitana”, un “mito”, che viene usato a scopo anticomunista, antipartigiano e soprattutto in funzione razzista contro i popoli della ex Jugoslavia, soprattutto Sloveni e Croati.
    E dato che dico questo, mi si vuole impedire di parlare, attribuendomi affermazioni che non ho fatto e stravolgendo le cose che ho detto.
    “Calunniare, insudiciare, ammazzare sono i metodi del fascismo”, ha scritto il cattolico Robert Merle. Spero caldamente che non siamo ancora arrivati al fascismo completo, perché i primi due metodi li stiamo vivendo del tutto, in questi giorni del “ricordo” di febbraio 20076.
    Ma, come diceva a suo tempo un alto funzionario dello Stato, c’è un’unica cosa da fare: Resistere, Resistere, Resistere.

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