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Il reportage. Belfast dove il sogno resta l’indipendenza (in ricordo di Matteo Bonetti)

Pubblicato il 25 settembre 2013 da Matteo Bonetti
Categorie : Cronache Esteri Reportage non conformi

bobby sands

(Quattro anni fa se ne andava in quel di Zara, Matteo Bonetti, giornalista, consigliere municipale di roma, dirigente giovanile di Azione Giovani, ultras della Roma, amico e fratello per un’intera comunità militante e umana.

Noi lo vogliamo ricordare così, con un reportage che aveva scritto per il quotidiano Rinascita il 22 luglio 2008. Era in Nord Irlanda per raccontare i soprusi delle marce orangiste ogni 12 luglio e anche per manifestare la sua solidarietà al popolo irlandese ancora sotto occupazione. “Un altro 12 luglio, festeggiato dagli inglesi, che lascia davvero poco spazio al nuovo contesto di pace, che dovrebbe invece esser fatto di convivenza e rispetto. Con gli irlandesi che avranno sempre un sogno chiaro: l’indipendenza”, scriveva nel 2008. Parole ancora dannatamente attuali.

La terra ti si lieve, Matteo)

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“Come mai tutti questi fuochi?”, venerdì 11 luglio, ore 23.20, l’aereo
sta eseguendo le operazioni di avvicinamento alla pista di atterraggio
di Belfast. E’ una donna a farci questa domanda, mentre osserva dal finestrino le decine di fuochi visibili in tutta la capitale del nord Irlanda e per chilometri in tutta la campagna circostante. La risposta è immediata: “Signora il 12 luglio gli inglesi a Belfast festeggiano la vittoria orangista contro il re cattolico inglese Giacomo II nella battaglia del 1690. Con quella vittoria i coloni inglesi sancirono il loro predominio sui nativi irlandesi. Questi fuochi vengono accesi nei quartieri protestanti e attorno ad essi festeggeranno tutta la notte bruciando bandiere irlandesi e striscioni con i nomi dei martiri irlandesi”.
E’ tardi per questa città, che solo da pochi anni ha conosciuto qualche notte tranquilla e pacifica, ha scordato il coprifuoco di notte e l’esercito per le strade, tutto è chiuso, tutto è fermo ed immobile, in pochissimo tempo è possibile raggiungere il centro in macchina. Tutti i valichi del muro, che divide la parte cattolica da quella protestante, sono sbarrati. Pochissime le auto per le strade, silenziosa e deserta la Fall’s Road (l’arteria principale del quartiere cattolico) come tutti gli altri quartieri irlandesi. Sono visibili solamente le centinaia di gigli alle finestre per ricordare, agli inglesi che domani marceranno, tutti gli irlandesi caduti nelle prigioni di sua maestà britannica o per mano dei gruppi terroristici dei protestanti dell’Ulster.
Ma le pire incendiate nei quartieri inglesi sono ben visibili, le fiamme ballerine si alzano veloci verso il cielo e il fumo acre e nero, misto a cenere, spinto dal vento supera indifferente il muro e i valichi chiusi intrufolandosi nelle case irlandesi ricordando dolore e sofferenza. Giriamo senza sosta in macchina per contare le pire, osservare il loro modo di festeggiare, e capire perché dopo così tanti anni ancora siano così legati a una ricorrenza del genere. Allo stesso tempo sentiamo indistinguibile, nei quartieri nazionalisti, il desiderio di rivalsa, la voglia di fermare questa offesa verso chi ancora piange i propri martiri.
Ben presto la notte viene rischiarata da altre luci: lampeggianti e sirene a rompere il silenzio, con i quartieri cattolici che riprendono vita, i giovani dietro gli angoli delle strade, i volti coperti, il colore verde (Irlanda) che torna predominante per le vie della città sull’arancione (protestanti), i sassi che volano all’indirizzo dei blindati della polizia. Ecco i primi scontri per le vie di Belfast al confine tra quartieri cattolici e protestanti, a poche decine di metri da dove i lealisti, in segno di sfida, hanno acceso i propri fuochi affinché, oltre al fumo, anche il calore del loro odio potesse essere sentito dai cattolici all’interno delle loro case. Gli scontri si prolungano per qualche minuto lasciando a terra sassi, mattoni, vetri di bottiglie, lacrimogeni e qualche ferito tra le file della polizia (i giornali il giorno seguente parleranno di 16 agenti) assieme a una bicicletta azzurra: in certi casi tutto fa comodo. Veloci giungono nuovi blindanti della polizia a portare la calma, assieme ad auto e agenti in borghese e spuntano fotografi e reporter: non eravamo i soli a presupporre che, dopo due anni di pace durante la ricorrenza del 12 luglio, quest’anno qualcosa sarebbe scoppiato, qualcosa sarebbe tornato alla terribile normalità degli scorsi anni.
Il giorno dopo sarà la vera conferma. Sabato mattina inizia presto la marcia orangista per le vie di Belfast. Il primo appuntamento è su Springfield road dove gli abitanti dei quartieri cattolici anche quest’anno aspetteranno le marce orangiste con cartelli e striscioni, tenuti in mano da donne, uomini e anziani: “Basta con le marce settarie”, “Perchè non posso manifestare fuori la mia casa?”, “Rendi il settarismo, storia”. I ragazzini nelle terze e quarte file sono visibilmente più agitati e qualche attimo di tensione si registra al momento dell’apertura del muro. Mentre le bande musicali e gli stendardi entrano in ‘territorio amico’ protestante, volano le prime offese all’indirizzo degli irlandesi scaldando gli animi e arrivando quasi allo scontro tra le frange più giovani. Ma veloce si richiude il valico e l’appuntamento è rimandato al pomeriggio, al momento del passaggio nell’Ardoyne.
Sono ormai due anni che si tenta di ridurre al minimo il rischio di incidenti, nel momento più critico delle marce protestanti del 12 luglio, al momento del passaggio a ridosso del cattolicissimo quartiere dell’Ardoyne. Quest’anno per la prima volta alcuni irlandesi hanno partecipato alle riunioni per organizzare le parate e si conoscono gli orari del passaggio del corteo. I ‘supporters’ inglesi passeranno a bordo di alcuni pullman, la banda suonerà solamente ‘il passo’, è stata ridotta al minimo la presenza di agenti e sopratutto è stata accertata la totale assenza di militari inglesi. Inoltre, per tenere occupati i più giovani, è stato organizzato un torneo in memoria di George Best.
Intorno alle ore 20 sulla strada, dove passeranno gli orangisti, è raccolta una folla di qualche centinaio di irlandesi, numeroso il servizio d’ordine, come la presenza di blindati della polizia parcheggiati in una via limitrofa. Dall’altro lato della strada, a poche decine di metri, anche gli inglesi sono schierati. Il copione sempre lo stesso, la tensione uguale fino a quando in lontananza si odono i flauti suonare. Immediatamente il servizio d’ordine sgombera la strada, gli striscioni vengono stesi per renderli ben leggibili e cala il silenzio. Per primi passano, veloci, i pullman pieni di inglesi: urlano, insultano, rompono i vetri per lanciare biglie e palline da golf, ma la tensione dura qualche secondo, gli irlandesi intervengono subito per sedare qualsiasi desiderio di ritorsione. Ecco la banda, solo il tamburo a scandire il passo e un urlo si alza tra le file cattoliche: “Stop, stop the march…stop”. E mentre anche la coda della marcia si allontana ed entra nel quartiere protestante qualcosa di imprevisto succede, un blindato della polizia, parcheggiatosi provocatoriamente in una via all’interno ell’Ardoyne, viene assaltato da alcuni bambini con qualche sasso costringendolo ad allontanarsi. Nello stesso istante i protestanti dall’altra parte della strada iniziano un fitto lancio di sassi sulla folla cattolica.
Immediatamente sciarpe e maglie verdi coprono i volti, i cappucci calano sulle teste dei più giovani che, nonostante l’intervento del servizio d’ordine, rispondono con delle precise parabole, al lancio di sassi e mattoni. Anche la polizia interviene, ma oltre che evitare lo scontro fisico, risulta essere solamente un ulteriore obbiettivo per bottiglie, massi e insulti. La tensione è percepibile, in egual modo la gioia dei più piccoli che possono, sfuggendo ai più grandi che tentano di fermarli, sfogare finalmente il proprio desiderio di contribuire a una guerra centenaria. I sassi dei ragazzi irlandesi sono come un messaggio di ribellione e indipendenza verso quei vicini di casa, che abitano dall’altra parte della strada, ma sono inglesi e sventolano la Union Jack e indossano tutti qualcosa di arancione e continuano a urlare offese e a lanciare pietre. Ma oggi non è più tempo. Sono i genitori di quei ragazzi, che si coprono il volto e continuano a lanciare i sassi con perfette parabole, a dirlo. Gli stessi padri che qualche anno fa combattevano e che hanno versato lacrime e sangue, perdendo in questa guerra di libertà amici e parenti. Qualcosa deve cambiare proprio per il futuro di quei ragazzi, proprio per il loro domani. E allora ecco l’intervento della polizia a fermare e allontanare immediatamente gli orangisti dall’altra parte della strada, mentre il servizio d’ordine cattolico allontana velocemente i ragazzi più agitati: pacca sulla spalla per l’ottimo lancio, breve spiegazione sul perché tutto deve cessare e poi tutti al pub.
Si torna a Roma, pensando al prossimo 12 luglio, con un’altra marcia orangista. Nuovamente gli inglesi a ridosso dei quartieri cattolici, ancora l’intenzione di umiliarli riportando alla luce i ricordi dello scontro, di una guerra che ha martoriato e ferito profondamente l’Irlanda. Un altro 12 luglio, festeggiato dagli inglesi, che lascia davvero poco spazio al nuovo contesto di pace, che dovrebbe invece esser fatto di convivenza e rispetto. Con gli irlandesi che avranno sempre un sogno chiaro: l’indipendenza.

*da Rinascita del 22 luglio 2008

Di Matteo Bonetti

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