
Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, gli italiani stufi dell’andazzo delle cose e degli inutili governi succedutisi uno dietro l’altro (Monti, Letta, Renzi) premiarono il Movimento 5 Stelle votandolo per il 32,68 per ceto così pensando di aver individuato una alternativa valida ai partiti tradizionali, ma poco più di un anno dopo alle elezioni europee del 26 maggio 2019 già si erano resi conto di aver clamorosamente sbagliato e dimezzarono il loro consenso portandolo al 17,1 per cento. Cosa era successo? Niente di speciale, semplicemente che messi alla prova dei fatti i pentastellati avevano subito dimostrato la loro insipienza e demagogia fallendo miseramente, ma restando al potere dato che quelli che contano sono i risultati delle politiche, il numero dei parlamentari, ed il fatto di non essere più maggioranza nel Paese non li ha turbati più di tanto, anzi per loro il problema no esiste affatto e si comportano come se nulla fosse con una faccia di bronzo ed una protervia tipicamente democristiane.
Non era difficile prevederlo, ed in un articolo su queste pagine quando il M5S ebbe il boom di voti scrissi appunto che il Movimento si sarebbe dovuto confrontare con la realtà, mettendosi alla prova del potere politico che stando all’opposizione avevano sempre criticato aspramente, vedendo come la sua baldanza e la sua intransigenza avrebbero retto.
Quanto oggi si deve constatare, come sempre accade per i movimenti contestativi che raggiungono i vertici, è che alla fine il risultato è un adagiarsi sulle poltrone conquistate, un caduta di stile e di intenzioni, un assuefarsi a quanto si era prima criticato e di cui adesso si gode, comprese le disprezzate “auto blu” (che sono aumentate), alternando compromessi e (pseudo)intransigenza. Inoltre, i nomi di valore e preparati fra i 5S erano ben pochi, mentre si tratta in genere di personaggi senza arte né parte che si sono trovati a godere di un imprevisto e inaspettato successo e prestigio, incapaci e inadatti a gestirlo venendo fagocitati dalla casta e assumendone tutte le caratteristiche peggiori. Oppure, i pochi che un adeguato retroterra culturale specialistico avevano sono stati travolti dalla loro demagogia dicendo cose o prendendo decisioni talmente eccessive o assurde tanto da dover essere sostituiti (come la “ministra” della Difesa Trenta) o condizionati dal loro estremismo demagogico da sentire il bisogno di mollare tutto e dimettersi dopo due mesi e mezzo (come l’indimenticabile ministro della Pubblica Istruzione certo Fioramonti, le cui uscite contro il crocifisso, le forze dell’ordine, la necessità di eliminare le guerre nell’insegnamento della storia ecc. ecc. sono rimaste emblematiche, a dimostrazione di quanto l’ideologia prenda il sopravvento sulla normale dialettica). Oppure ancora subito premiati con posti altolocati, come il presidente dell’INPS, Tridico, docente alla Sapienza di Roma e inventore del cosiddetto “reddito di cittadinanza”, semplicistico modo per ottenere un serbatoio di voti.
Il risultato complessivo è sotto gli occhi di tutti: un Movimento spaccato tra “governisti” simil-dc guidati da uno pseudo ministro degli Esteri come Di Maio, che a tutto pensa fuorché alla nostra politica estera e che va a stringere la mano insieme al presidente Conte ad un generale libico non riconosciuto internazionalmente dopo la liberazione (non si sa ancora a che prezzo) dei pescatori siciliani sequestrati illegalmente in mare, e l’ala “movimentista” simil-centri sociali guidata dall’ex parlamentare Di Battista che vuole restare alle idee e posizioni delle origini, che si scontrato sulla ipotesi se trasformarsi in un vero e proprio partito e quindi integrarsi nel “sistema” dopo averlo combattuto, oppure no, e con la spada di Damocle di una scissione a causa, pensate un po’, della collaborazione con Renzi. E la conseguenza più clamorosa è che al momento in cui si scrive (inizio febbraio 2021) sono ben 47 (quarantasette) fra deputati (220)e senatori (112) ad essere stati espulsi o ad aver abbandonato il Movimento confluendo in altri partiti ma soprattutto nel gruppo misto, in disaccordo con quel che succede o anche solo per non aver versato l’obolo obbligatorio alle casse pentastellate.
Il problema dei Cinquestelle è l’intransigenza giacobina di fondo della loro ideologia non sempre bilanciata da un paternalismo alla DC, l’idea di avere una missione purificatoria da compiere nella politica nazionale e locale, la profonda demagogia che alligna nei personaggi che approdano a posizioni di spicco, anche se ci sono significative eccezioni et pour cause… Il caso più recente ed eclatante è quello di certo Nicola Morra, oscuro professore di filosofia (di storia della filosofia) di Cosenza, giunto non si sa come e perché (con quali qualifiche e competenze) ad essere presidente della Commissione Antimafia, che ha usato parole inqualificabili nei confronti della presidente della Regione Calabria Jole Santelli (Forza Italia), morta tre mesi fa per tumore. Parole indegne, per fortuna da tutti condannate eccetto che dai 5S, ma il cui autore non ha avuto il pudore di ritrattare scusandosi subito e magari dimettendosi, anzi facendo di peggio e assumendo le vesti di vittima dopo che la RAI non ha più ritenuto opportuno accoglierlo in un programma televisivo. Non molto dissimile, quanto a mentalità dall’indimenticabile Ripamonti di cui sopra. La sua difesa è stata definita “una toppa peggiore del buco”. Alla fine Morra ha ceduto e si è scusato penosamente in Senato. Ma è l’intransigenza pseudo moralistica che li frega e li fregherà.
Giunti al potere i Cinquestelle ne sono stati cooptati, anzi fagocitati, e di esso godono, pensando di poter fare quel che vogliono, con una arroganza tipica della “casta” che hanno subito fatto propria. Essi ritengono a torto che la gente li segua sempre e quindi li giustifichi, nonostante il dimezzamento della percentuali dei voti nel 2019, confermata anzi peggiorata dalle intenzioni di voto nei sondaggi più recenti (EMG, SWG, Termometro Politico, tutti del 23 novembre 2020) e dall’ultimo di EMG per la RAI del 25 gennaio 2021 che riprendiamo dal sito Termometro Politico Italiano.
Il sondaggio Emg prima esamina le intenzioni di voto senza considerare un eventuale partito di Conte. La Lega sarebbe in testa con il 23,7 per cento, mentre il Pd è in crescita al 20,1 per cento. In lieve aumento anche Fratelli d’Italia (16,4 per cento) e Movimento 5 Stelle (14,1 per cento), così come quelli di Forza Italia (7,5 per cento). Scende, invece, Italia Viva che si ferma al 4 per cento. Azione (Calenda)raggiunge il 3,5 per cento, mentre Leu si attesta al 2,8 per cento. Indietro Europa Verde (2,1 per cento), +Europa (Bonino) (2 per cento), Cambiamo (Toti) e Udc (1 per cento).
Ma vediamo cosa succederebbe se Conte decidesse di fondare un suo partito. Il partito dell’attuale presidente del Consiglio potrebbe valere il 9,1 per cento. A perdere voti sarebbero quasi tutte le principali formazioni. La Lega resterebbe in testa, ma perdendo l’1,1 per cento fermandosi al 22,9 per cento. Il Pd si fermerebbe al 17 per cento, con il 2,8 per cento in meno. Stabile sarebbe Fratelli d’Italia al 16,2 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle crollerebbe al 9,3 per cento. Perderebbero qualcosa anche Forza Italia al 7 per cento (-0,4 per cento). In calo ci sarebbero anche Italia Viva (3,8 per cento) e Azione (3,3 per cento).
Detto fra parentesi, una nuova legge elettorale proporzionale ma con sbarramento al 4-5 per cento manderebbe in Parlamento solo cinque o sei partiti.
In sostanza però tutto questo non significa nulla dato che i 5S si fanno sempre forti del risultato delle politiche 2018 e dei deputati e senatori di cui dispongono nonostante le defezioni. Una situazione paradossale che gli italiani per loro scelta si dovranno tenere sulle spalle sino alle politiche del 2023 a meno che non avvenga una crisi di governo irrisolvibile e Mattarella non si veda costretto obtorto collo a sciogliere le Camere non sapendo più che pesci prender. Ma la cosa è poco credibile: pur di restare al potere il PD di Zingaretti ingoierà tutto l’ingoiabile compreso il rifiuto di ricorrere al Mes su cui sta puntando i piedi pro forma. Magari appoggiandosi ad insperati aiuti esterni. Ma, si ricordi, lo “stato di emergenza” decretato da Conte per l’epidemia consente, lo si ripete, di scavalcare il Parlamento con i Dpcm, i decreti della presidente del consiglio dei ministri. Il coronavirus offre una insperata sponda al governo.
Purtroppo la colpa è da un lato degli elettori che si sono fatti imbambolare dal Movimento, e in parte di Salvini che ha provocato la crisi del primo governo Conte, in cui i 5S potevano essere in qualche modo imbrigliati, illudendosi chissà perché, come abbiano già scritto, che il capo dello Stato avrebbe sciolto le Camere e indetto elezioni anticipate. Perciò dobbiamo tenerci costoro e tutto quello che stanno facendo e disfacendo, modificando e stravolgendo, e che il centrodestra – ahimè – non riuscirà a cambiare se e quando tornasse a governare.







