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Il caso. La Corte costituzionale difende la liceità della Legge Merlin

Pubblicato il 6 Marzo 2019 da Red
Categorie : Politica
Il tariffario delle case chiuse

Il tariffario delle case chiuse

Le questioni di legittimità costituzionale riguardanti il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione, puniti dalla legge Merlin, sono state dichiarate non fondate dalla Corte Costituzionale. Rendendo noto il dispositivo della sentenza, e in attesa del deposito delle motivazioni previsto tra qualche tempo, l’ufficio stampa della Consulta spiega che i giudici hanno «ritenuto che non è in contrasto con la Costituzione la scelta di politica criminale operata con la legge Merlin, quella cioè di configurare la prostituzione come un’attività in sé lecita ma al tempo stesso di punire tutte le condotte di terzi che la agevolino o la sfruttino. Inoltre, la Corte ha ritenuto che il reato di favoreggiamento della prostituzione non contrasta con il principio di determinatezza e tassatività della fattispecie penale».

La questione di costituzionalità rispetto ad alcune norme contenute nella legge Merlin, lo ricordiamo, era stata sottoposta alla Consulta dai giudici della Corte d’Appello di Bari, che l’avevano sollevata nel corso del processo penale sulla vicenda delle cosiddette “escort” presentate nel 2008-2009 all’allora premier Silvio Berlusconi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini.

La Consulta era chiamata a valutare, anche rispetto alle fattispecie di reati come “reclutamento” e “favoreggiamento” della prostituzione, se la legge Merlin sia ormai da ritenersi incostituzionale nella parte in cui sanziona chi “recluta” persone che liberamente hanno scelto di prostituirsi. Il relatore della causa è il giudice costituzionale Franco Modugno. Contro tale ipotesi si sono costituite in giudizio la Presidenza del consiglio e alcune associazioni di difesa dei diritti delle donne. In riferimento a queste ultime, tuttavia, in apertura dell’udienza la Corte ha respinto la richiesta.

La tesi dei difensori di Tarantini: libertà dei “sex workers”, Merlin “arretrata”

Nelle loro arringhe, gli avvocati Nicola Quaranta (che difende Tarantini), Ascanio Amenduni e Gioacchino Ghiro (legali di Massimiliano Verdoscia, anch’egli imputato nel processo di Bari) hanno sostenuto una linea di ragionamento a tratti comune, in base alla quale la legge 75 del 1958 (che porta il nome della senatrice socialista Lina Merlin, che la propose sessantuno anni fa) sarebbe “ormai disancorata dalla realtà” del mondo attuale, “una legge arretrata che fa di tutta l’erba un fascio, che considera tutte
le forme di prostituzione uguali”, senza tener conto dei cosiddetti “sex workers” che decidono “per scelta libera e
consapevole di prostituirsi”. La nostra difesa, ha argomentato l’avvocato Quaranta, “non è insensibile al dramma della prostituzione coatta, degli schiavi del sesso dove l’intervento repressivo penale è doveroso”. A suo dire, però, “nel processo di Bari è emersa
la realtà completamente diversa delle escort” e assimilare tali casi alle vicende nelle quali c’è sfruttamento e coercizione “sarebbe un vulnus alla libertà sessuale”. Ancora, l’avvocato Amenduni ha citato il caso di “Eurostat, che chiede di considerare nel calcolo del Pil di un Paese anche i redditi da prostituzione” e “la commissione tributaria di Trento, che ha assoggettato la prostituzione al calcolo e al pagamento di Iva e Irap”. A suo parere, lo Stato non può essere “schizofrenico, né scotomizzare (ossia rimuovere dalla propria coscienza, ndr) ciò che non vuole vedere”. Amenduni ha concluso chiedendo di ritenere fondata la questione di legittimità costituzionale o, in subordine, di rinviare al Parlamento auspicando “una rivisitazione” della legge Merlin, se possibile partendo dalle 12 proposte di legge sulla legalizzazione della prostituzione già depositate alle Camere.

L’Avvocatura: arduo l’accostamento con caso Cappato-dj Fabo

Durante le loro disquisizioni, i tre difensori degli imputati Tarantini e Verdoscia hanno richiamato in più passaggi la recente decisione della Consulta sulla vicenda Cappato-dj Fabo, in materia di suicidio assistito, invitando la Consulta a tener conto della libertà dell’individuo di autodeterminarsi e della necessità di valutare la specificità del singolo caso. Di parere opposto l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri, che a nome della Presidenza del Consiglio ha chiesto l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale: “Il caso di dj Fabo ha ben pochi punti di sovrapponibilità con quello in discussione”, ha argomentato Palmieri, ritenendo che sia piuttosto da valutare “il profilo fondamentale della dignità della persona, e parlo volutamente di persone e non di donne” – ha precisato – perché lo sfruttamento non è questione di genere. Secondo Palmieri, “non una questione di buoncostume”,
quanto piuttosto del “rischio che un vuoto normativo produca un vuoto di tutela” a danno di soggetti più deboli. L’avvocato dello Stato ha anche messo l’accento su un altro punto: è difficile, ha spiegato, “individuare il confine labile della volontarietà” di chi è coinvolto nel mercato del sesso a pagamento. A suo parere, i giudici del processo di specie avrebbero potuto dirimere la questione, senza adire la Consulta. Tuttavia, ha concluso, potrebbe essere auspicabile “un’interpretazione evolutiva della legge Merlin che permetta al giudice di valutare il caso specifico e di ipotizzare l’insussistenza del reato”.

Le associazioni femministe: la Merlin non si tocca

“Con molta amarezza abbiamo appreso che la Corte costituzionale ritiene inammissibili le associazioni nell’udienza”, ha commentato in mattinata Elisa Ercoli, presidente di “Differenza Donna”. L’ong, rappresentata dall’avvocato Maria Teresa Manente, aveva chiesto, insieme ad altre associazioni, di poter intervenire nel dibattimento. Ma, dopo una breve camera di consiglio, i giudici hanno deliberato di respingere le richieste, ritenendo di non doverle ammettere. “Pur nel rispetto del giudizio della Corte – ha detto Ercoli -, noi non consentiremo che la nostra società torni indietro di 60 anni su questi temi. E siamo pronte a dare battaglia nelle sedi opportune, per difendere la Legge Merlin e mantenere fuori dal nostro Paese ogni forma di sfruttamento legalizzato”. Le fa eco la presidente dell’associazione ‘Rete per la Parità” Rosa Oliva de Conciliis: “La legge Merlin non si tocca, soprattutto nella parte in cui prevede i reati per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione”.

@barbadilloit

Di Red

7 Responses to Il caso. La Corte costituzionale difende la liceità della Legge Merlin

  1. La Merlin fu una legge del menga, il trionfo dell’ipocrisia, uno strumento per favorire illegalità, sfruttamento, criminalità.

  2. Concordo pienamente con quanto scritto nel commento dall’alter ego di Felice. Aggiungo che questa norma cattocomunista gettando le prostitute per strada ha solo creato problemi di pubblico decoro, non le ha aiutate a liberarsi dai papponi. Ridateci le case chiuse o bordelli, come dir si voglia.

  3. La questione è anche che il lassismo democristiano lasciava prosperare, già prima del 1958, la prostituzione da marciapiede. Io ero bambino, ma mi ricordo che attorno alla stazione di Porta Nuova a Torino era già tutto un pullulare di lavoratrici del sesso, mentre i postriboli legali, le ‘case chiuse’ erano sempre meno frequentate, sentivo commentare in casa da mio nonno, che era ovviamente stato un assiduo frequentatore dopo la morte della prima e la separazione dalla seconda moglie… Con la chiusura delle Case la prostituzione si riversò dove io abitavo, Corso Massimo d’Azeglio, via Ormea, e pure Crocetta ecc. Sempre nell’assenza di ogni politica di regolamentazione e controllo…Negli anni ’60 anora andava, con l’inizio della decade successiva abitare in certe vie diventò un inferno. Risse, grida, insulti, clacson a tutto spiano e per tutta la notte… Ed all’epoca eran tutti italiani…

  4. Con gli anni ’60 va in pensione quella generazione di servitori dello stato, impiegati, poliziotti ecc. che si erano formati in ben altri tempi. Anche per questo, non solo per l’infame ’68, da allora comincia uno scollamento, il menefreghismo travestito da tolleranza, una crisi comportamentale e sociale destinata ad aggravarsi sempre più. Poi ci si misero anche i socialisti, dal ’63 se ricordo bene. Lo spartiacque è il ’68, ma le avvisaglie c’erano già tutte.

  5. @Guidobono
    Sicuramente, e di fatti le forze dell’ordine non furono particolarmente repressive nei riguardi dei sovversivi sessantottini.

  6. Semplice lire3, doppia lire5, militari lire2, e per i pensionati nessun discount?? Vergogna, mentalità obsoleta da fascisti di sinistra..

  7. E la mezz’ora costava più della doppia. Mamma mia come si scopava senza Internet, social e prozac…

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