
Il discorso di Pietrangelo Buttafuoco all’apertura della Biennale Arte 2026 va letto oltre la polemica. Il caso immediato era la partecipazione russa, col seguito di proteste, distinguo governativi, irrigidimenti europei e richieste di esclusione. Ma il punto vero era la possibilità che una grande istituzione culturale resti fedele alla propria natura: non tribunale politico, non dogana morale, non succursale estetica della diplomazia occidentale, ma luogo d’incontro tra opere, visioni, conflitti e civiltà.
Buttafuoco ha posto la questione dello ius. Da decenni l’Occidente proclama lo “Stato di diritto” come propria bandiera, quasi fosse un brevetto di superiorità morale. Poi, quando il diritto impone coerenza anche verso chi non piace, quando chiede di distinguere tra responsabilità politiche, appartenenze nazionali e libertà dell’opera, quella bandiera sbiadisce.
Conformità geopolitica?
Il merito del discorso di Buttafuoco sta nel ricordare che lo Stato di diritto non vale solo se conferma le nostre preferenze. Se la legge è uguale per tutti, non può diventare uguale solo per coloro che rientrano nel perimetro occidentale. Se una fondazione culturale ha una sua autonomia, essa non può essere celebrata nei convegni e poi compressa quando produce una scelta scomoda. Se l’arte è davvero libera, non può essere sottoposta a test preventivi di conformità geopolitica.
La Biennale di Venezia non è nata per certificare appartenenze gradite, ma come spazio di rappresentazione del mondo. E il mondo non è puro. È attraversato da guerre, violenze, ipocrisie, doppi standard, tragedie vere e propaganda. Ma proprio per questo una istituzione culturale non può ridursi a stanza di compensazione delle convenienze diplomatiche. Deve essere, semmai, il luogo in cui l’incontro resta possibile anche quando la politica lo rende difficile.
Opere e passaporti
Il passo più significativo del discorso è allora quello che oppone il giudizio sulle opere al giudizio sui passaporti. La Biennale perderebbe la propria ragion d’essere, se cominciasse a selezionare non ciò che viene mostrato, ma l’appartenenza di chi mostra; non la forza di una visione, ma l’origine nazionale dell’artista; non la qualità o il significato di una presenza, ma l’accettabilità politica del Paese di provenienza. Sarebbe una mutazione dalla libertà dell’arte alla licenza amministrativa dell’arte.
C’è, in questa prospettiva, un rischio ancora più sottile: l’adozione di un criterio preventivo di compatibilità con l’Occidente. Un criterio mobile, discrezionale, inevitabilmente selettivo. Si vorrebbe impedire la partecipazione di alcuni in nome di crimini, guerre o responsabilità politiche predefinite, mentre si consente ad altri di partecipare, pur in presenza di situazioni paragonabili, o comunque moralmente non meno problematiche. Il risultato non sarebbe giustizia, ma arbitrio. Non rigore etico, ma geopolitica travestita da coscienza.
Qui il discorso di Buttafuoco si fa più interessante, non indulgendo né al neutralismo fatuo, né alla retorica dell’arte come zona innocente, separata dalla storia. Al contrario, riconosce che la storia bussa alle porte della Biennale. Ma, proprio perché la storia è tragica, non si può rispondere con la semplificazione. La cultura non redime il mondo, ma può impedire che il mondo si riduca a schieramento obbligato, a lista di ammessi ed esclusi, a liturgia dell’allineamento.
Indipendenza è prestigio
La Fondazione Biennale non è un ufficio di governo, né un’articolazione della Commissione dell’Ue. Dialoga con lo Stato, con le istituzioni, con il sistema internazionale; ma non può essere trattata come una dipendenza politica. La sua autonomia non è un capriccio del presidente di turno. È la condizione della sua autorevolezza. Se la Biennale divenisse esecutrice di indirizzi esterni, perderebbe non solo indipendenza, ma prestigio.
Da questo punto di vista, il discorso ha avuto anche un valore di chiarimento: il rispetto delle istituzioni non coincide con l’obbedienza culturale. Si può essere leali allo Stato, senza trasformare l’arte in comunicato ministeriale. Si può riconoscere il dramma della guerra, senza affidare a un algoritmo morale il compito di stabilire chi abbia diritto di comparire in uno spazio artistico.
Nessuno può chiedere silenzio davanti alla guerra, alla violenza, alla sopraffazione. Ma una cosa è protestare, altra cosa è chiedere l’espulsione preventiva (cfr. Giochi Olimpici!); una cosa è dissentire da un’opera o da una presenza, altra cosa è impedire che quella presenza esista. La libertà dell’arte non coincide con l’assenza di giudizio; coincide con la possibilità che il giudizio venga dopo l’incontro, non prima della visione.
Considerazioni di un inattuale
In tempi di moralismi istantanei, la posizione di Buttafuoco pare inattuale. Ed è forse per questo che risulta necessaria. Difendere lo ius contro la pulsione censoria, la Biennale contro la sua riduzione a tribunale, l’arte contro il passaporto, significa ricordare all’Occidente che la libertà vale quando costa. Quando è facile, è solo ornamento. Quando protegge ciò che non piace, diventa principio.
La Biennale non è il salotto delle nazioni approvate. E’ una soglia, dove il mondo entra con le sue ferite, le sue colpe, le sue grandezze e le sue ombre. E dove l’arte, almeno l’arte, ricorda che incontrare non è assolvere, ma che escludere, prima di vedere, significa avere torto.








Buttafuoco ha perfettamente ragione!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!