Un Ringhio per l’estate: l’Italia val bene un allenatore che, diciamocelo senza falsi pudori, non è certo tra i top di fascia. Gennaro Ivan Gattuso, grandioso centrocampista del Milan e mediano dai sette polmoni (per non dire altro) dell’Italia mondiale 2006, dovrà guidare una Nazionale che, pronti via, e già rischia di ciccare la qualificazione al mondiale per la terza, dicesi terza, volta di fila.
Storia di un disastro annunciato
Ma no, no. Il disastro non è (già) nel povero Ringhio per l’estate che mago Gravina ha deciso di far assidere sulla dorata (facciamo argentata, va’) panchina di Coverciano. Sarebbe un peccato contro la natura delle cose predire tragedia e tregende al povero Gattuso a cui, ecco, va riconosciuto di essere stato un simbolo di una certa Italia. Quella dei “poveri ma belli”, con tanta grinta a supplire, il famoso, o famigerato fate voi, calciatore condannato alla “vita da mediano” flautata, magistralmente, da Luciano Ligabue a cui si possono scusare tante cose, pure perdonare l’interismo. Il disastro è in via Allegri. Chi ha scelto Luciano Spalletti? Transeat. Chi ha puntato tutto sul taumaturgico Claudio Ranieri ricevendo un no come risposta? Misterium in fidei. Chi s’è accontentato di un volto, quello Santo (calcisticamente, ça va sans dire) di Gattuso, da dare in pasto al populismo digitale e alla noia degli sportivi? Chissà. Chi si prenderà una responsabilità, che sia una, in questa Federazione fatata? Chi può dirlo. Di sicuro non mago Gravina.
Ringhio, chi te lo ha fatto fare?
Certo, passare dal terzo posto nel campionato croato alla guida dell’Italia che, sarà pure scalcagnata ma sempre quattro stelline c’ha sulla maglietta, è un bel salto. Già pregustiamo le conferenze stampa, la ricerca dell’urlo, della reazione fuori le righe, dell’originalità in un mondo che, a definirlo democristiano, si fa un torto persino al compassatismo senza limitismo della fu Balena Bianca. Rino Gattuso sarà la foglia di fico sull’ennesimo flop azzurro. Di cui tutti hanno la colpa. E dato che ce l’hanno, anzi ce la abbiamo pure noi, non ce l’ha davvero nessuno. Anzi, no: solo lui. E continueremo, allegramente in via Allegri, a ballare sul Titanic di un pallone sgonfio come l’entusiasmo di una generazione che non ha mai visto la Nazionale ai mondiali (e in fondo, se bisogna parteciparvi come in Sudafrica o in Brasile, forse non è stato proprio un male…). Gattuso, direte, è il migliore (o quasi) tra i campioni di Germania che si son fatti allenatori. No, semmai il meno peggio. La differenza è netta, notevole e sostanziale.
L’allenatore non gioca
Quello che dovremmo capire, lo diceva un vecchio (e ormai passato a miglior vita) opinionista sportivo, ex calciatore, sulle reti tv locali salernitane e campane. L’allenatore non gioca. Eccolo, il mantra. L’allenatore non gioca. Ci piacerebbe, tantissimo, che fosse Ringhio a giocare, a rivederlo mordere zolle e caviglie. E invece no. L’allenatore, ripeto, non gioca. Resta in panchina e deve fare il minor danno possibile con quello che ha a disposizione. Che, diciamocelo in silenzio: non è granché. L’allenatore non gioca. Gattuso non gioca. E nemmeno Buffon, e neanche la pletora di assistenti al soglio già traballante ingaggiati dalla Federazione. È tutta immagine, tutto marketing. Se vincesse (solo) il carisma dell’allenatore, perché la buon’anima di Diego Maradona, da cittì dell’Argentina, non ha vinto granchè? Ecco, perché: l’allenatore non gioca.







