L’Alfetta “porta bene” i cinquant’anni passati. E’ presentata a Trieste nel maggio 1972, sei mesi dopo il previsto, dato che non si vuole togliere luce all’Alfasud, lanciata a Torino nell’ottobre 1971. E’ subito chiaro che l’Alfa rinnova il concept di berlina media, che a metà anni ’50 ha inventato con la Giulietta, sbaragliando la concorrenza europea. Non tanto nelle motorizzazioni – che replicano, coi necessari aggiustamenti, il bialbero in lega leggera progettato dal team del geniale Orazio Satta Puliga per la Giulietta e la Giulia degli anni ’60 – quanto nella soluzione transaxle del gruppo cambio/differenziale integrati, schema inconsueto nella produzione normale, non nelle corse, dove la prodezza ingegneristica è già stata gloriosamente sperimentata.
Questa novità, che distribuisce idealmente i pesi fra asse anteriore e posteriore, la si è vista nelle monoposto da competizione “158” e “159”, progettate dallo stesso team e attive in gara dal 1938 fino al 1951 (ma in casa Lancia questa soluzione è adottata fin dal 1950 con le Aureliae poi con le Flaminia, ed è la prima volta che è applicata nella produzione in grandi numeri).
L’auto di Aldo Moro in via Fani
Dalle vittoriose “158” e “159” viene anche il nome, Alfetta, reminiscenza corsaiola e affettuoso diminutivo, come per la fortunatissima Giulietta. Malgrado si sia già alle soglie della crisi petrolifera e in un momento non felice per l’industria automobilistica, a causa dell’indocilità sociale e sindacale, le nuove auto riconquistano l’apprezzamento che la clientela ha riservato alle antesignane. Complice anche la robusta committenza pubblica, che ne arruola decine di migliaia nelle forze dell’ordine. Una certa eleganza, unita alle notevoli prestazioni, ne fa l’auto prediletta di una nomenklatura molto meno esibizionista di quella che le sarebbe succeduta. Sempre le resterà attaccata un’aura di vettura “blindata”, anche quando non lo è (come nel caso del rapimento di Aldo Moro a Roma, in via Mario Fani, il 16 marzo 1978).
Simbolo di un Paese diviso
Quando la mano pubblica deve aprirsi al parco auto europeo e cessa di fatto il monopolio delle industrie italiane, l’era dell’Alfetta è conclusa, così le è risparmiato l’affronto di vedersi sostituire da Bmw, Audi e Mercedes blindate, coi vetri neri. Fino a quel momento l’Alfetta è stata l’auto con più apparizioni in cronaca di chiunque altra, un totem spesso crivellato di colpi, ferito a morte nell’infausta stagione del terrorismo e della criminalità all’offensiva.
Che sia auto di poliziotti o carabinieri, di malviventi in fuga dopo una rapina, di magistrati o alti gradi oggetti di un’imboscata, di mafiosi bersaglio delle loro guerre intestine, è difficile non veder comparire un’Alfetta in primo piano o sullo sfondo nelle foto in bianco e nero dei giornali o nei primi servizi a colori della tv. È l’auto che meglio racconta le torsioni che il nostro Paese affronta negli anni ’70 (con vari aggiornamenti è prodotta dal 1972 al 1984), quella che più richiama sensazioni conturbanti e ambivalenti, nostalgia e sgradevolezza. Difficile pensarla solo come un’auto, senza evocare le stagioni terribili che ha attraversato.
Polizieschi sì, poliziotteschi no
Anche nel cinema italiano l’Alfetta mantiene il ruolo che ha nella realtà. Le stagioni dei polizieschi (non li chiamo “poliziotteschi”, come quei critici sopracciò che li considerano deteriori) è ormai alle battute finali e l’Alfetta ne sfiora appena la coda. Quella stagione, che ha avuto nelle Giulia Super, guidate da criminali psicopatici e da poliziotti disinvolti, le sue auto d’elezione, le vede affiancate e poi sostituite dalle Alfetta. Anche se, paradossalmente, le qualità di ancoraggio al terreno, maneggevolezza e tenuta di strada rendono più difficoltosi dérapage e controsterzi permessi dalle Giulia, grazie al loro ponte rigido, che gli stunt del grande cascadeur francese Rémy Julienne* hanno saputo sfruttare per le loro incredibili acrobazie.
Fra i film che la vedono protagonista, citiamo, senza pretesa di completezza: La città sconvolta di Fernando Di Leo (1975), Roma a mano armata di Umberto Lenzi (1976), Liberi armati e pericolosidi Romolo Guerrieri (1976), Napoli violenta di Umberto Lenzi (1976), Paura incittàdi Giuseppe Rosati (1976), Quelli della calibro 38di Massimo Dallamano (1976), Roma, l’altra faccia della violenzadi Marino Girolami (1976), La malavita attacca, la polizia rispondedi Mario Caiano (1977), Napoli si ribelladi Michele Massimo Tarantini (1977), Napolisparadi Mario Caiano (1977), Un poliziotto scomodo di Stelvio Massi (1978), Delitto sull’autostrada di Bruno Corbucci (1982), Serenata calibro 9 di Alfonso Brescia (1984), Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara (1984).
Qui mi fermo, scusandomi per le omissioni e non contando i tanti successivi film, ambientati negli anni ’70 e oltre, dove le Alfetta tornano come auto “d’epoca”, facendo talora qualche confusione con le date fra una serie e l’altra.
Resta da dire che quella sua linea moderna e squadrata – anche se qualche tratto è suggerito da Giorgio Giugiaro (incaricato ufficialmente di disegnarne la versione coupé) – è opera integrale del Centro Stile Alfa Romeo e di Giuseppe Scarnati, che lo capitana, altro gentiluomo che merita plauso per quante belle auto inforna per la casa milanese.
Da www.carandfriends.it
*Rémy Julienne (Cepoy, 1930 – Montargis, 2021), corridore motociclistico, automobilistico e nautico, partecipa a oltre 1.400 produzioni – delle quali 400 cinematografiche, tv e pubblicitarie (per la Renault e la Fiat: famoso il video per la “127”) – da controfigura e attore. Debutta con Fantomas ’70 di André Hunebelle (1964). Oltre a 14 film con Jean-Paul Belmondo, suo grande amico, altri film celebri con Julienne sono: Tre uomini in fuga di Gérard Oury (1966); L’avventura è l’avventura di Claude Lelouch (1972); C’era una volta in America di Sergio Leone (1984). Della serie di 007, Julienne è in Casino Royale di registi vari (1967); Solo per i tuoi occhi (1981); Octopussy (1983); Bersaglio mobile (1985), Zona pericolo (1987); Vendetta privata (1989), tutti di John Glen; Goldeneye di Martin Campbell (1995) [Nota di barbadillo.it]