
Lo sport professionistico americano è un grande intrattenimento e soprattutto un gigantesco affare, che genera somme di denaro astronomiche. Così, la squadra di pallacanestro dei Los Angeles Lakers è stata acquistata per 12,5 miliardi di dollari da due uomini d’affari, Josh Kushner, fedele di Donald Trump, e Bob Iger. Ma i campi sportivi d’oltreoceano sono talora anche specchio di problematiche politico-sociali nella società. Lo rivela il “caso Sophie Cunningham”, giocatrice della Wnba (campionato femminile di pallacanestro) diventata in poche settimane la nuova musa del movimento MAGA e il bersaglio degli attacchi di ambienti liberali e “progressisti”.
Bionda e bella
Alta (è inevitabile), bionda, originaria del Missouri, Sophie Cunningham è infatti passata, in poche settimane, da giocatrice relativamente nota a superstar di media e dei social network, considerata una delle personalità più “divisive” dello sport professionistico americano. All’origine di questa esplosione di notorietà, l’intervista sulla rete tv Espn, dove afferma l’opposizione alla presenza di “trans” nello sport femminile. “Voglio proteggere le ragazze negli spogliatoi, le ragazze nello sport… Non dovrebbero affrontare uomini biologici”, dichiara, suscitando una tempesta mediatica e innumerevoli reazioni sia tra sportivi, sia tra giornalisti e politici.
Dopo queste frasi, pur dicendosi “poco politica”, diviene l’eroina del campo conservatore, soprannominata “MAGA Barbie” dai detrattori, e il bersaglio numero uno dei liberali, che l’accusano di “transfobia”, col sindacato delle giocatrici (Wnbpa), giunto a pubblicare un comunicato in cui denuncia “l’odio, gli abusi e la demonizzazione della comunità transgender“. In diversi palazzetti ci sono persino risse tra tifosi della Cunningham e “fautori della causa Lgbt”, a ulteriore dimostrazione dell’estrema polarizzazione e radicalizzazione del dibattito oltreoceano.
Tensioni razziali
Questo dramma mediatico, che potrebbe sembrare episodico, si inserisce nel contesto più ampio di tensioni comunitarie che si manifestano negli impianti sportivi di un’America ancora tormentata dalle questioni razziali. Così, la compagna di Sophie Cunningham nella squadra delle Indiana Fever, Caitlin Clark, oggi ritenuta la migliore giocatrice al mondo, è vittima di un “trattamento speciale”, particolarmente fisico, se non violento, da parte di parecchie giocatrici afroamericane, che le rimproverano eccessiva notorietà, sontuosi contratti pubblicitari ed esposizione mediatica, ritenuta eccessiva per una “bianca” in un campionato a maggioranza nera (circa il 70% delle giocatrici). Alcuni parlamentari repubblicani hanno persino scritto alla Wnba, nel 2026, chiedendo che di garantirle protezione da eventuali attacchi a sfondo razziale”.
Da parte sua, la giornalista Jamele Hill non esita ad affermare che sarebbe “ingenuo negare che razza e orientamento sessuale di Clark (bianca ed eterosessuale) abbiano un ruolo nella sua popolarità in un campionato a maggioranza nera e con molte giocatrici lesbiche”.
Figlie e figliastre?
Un altro esempio del clima tossico nei campi da gioco: l’8 agosto 2026, una volta espulsa per un fallo flagrante particolarmente “violento” su Sophie Cunningham, la giocatrice di colore DiJonai Carrington si è affrettata a twittare “White privilege!, accusando implicitamente l’arbitraggio di favoritismo e razzismo.
Al di là delle prestazioni sportive, i campi della Wnba sono così divenuti nuovi teatri delle fratture americane. Tra questioni di genere, tensioni razziali e polarizzazione politica, la pallacanestro femminile illustra ancora una volta come lo sport, lungi dall’essere semplice intrattenimento, rifletta e amplifichi le divisioni di una società sempre più divisa e frammentata.
Da Eléments








Bella la società multietnica. Bella davvero.