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L’intervento. La fine di Fini “il parafulmine” lascia la destra senza alibi

Pubblicato il 8 maggio 2013 da Adriano Scianca
Categorie : Politica

finiDopo l’editoriale di ieri di Barbadillo sulla creazione di un’accademia della cultura e della politica non conformista con cui investire davvero il “tesoro” della fondazione An, ecco l’intervento del nostro collaboratore Adriano Scianca.

La carriera politica di Gianfranco Fini, a quanto si dice, sembra giunta  al capolinea. È una buona notizia per la politica italiana? Probabilmente sì, anche se la portata di tale evento viene largamente esagerata. Certo, un uomo dal cinismo cosmico e dalle qualità mediocri lascerà il Palazzo. Che però continua a essere pieno di personaggi dalle identiche caratteristiche. Insomma, che la politica sia una cosa più bella e più nobile senza Fini è tutto da stabilire. C’è però almeno un altro aspetto di questa autorottamazione che va salutato con felicità e che porterà a un progresso effettivo: con Gianfranco Fini si eclisseranno anche gli alibi che tutto un mondo ha utilizzato fino ad oggi.

Si può – e a ragione – dire tutto il male possibile dell’ex presidente della Camera. Quello che invece è disonesto è il voler far credere che quest’uomo sia spuntato quasi dal nulla, che abbia responsabilità esclusivamente individuali, che abbia fatto e disfatto senza la correità di un intero ambiente politico. Una riflessione seria sulla parabola finiana dovrebbe al contrario portare tutta la destra postfascista a ripensare se stessa, a rileggere criticamente la propria storia, a processare culturalmente tuta una classe dirigente. Insomma, l’esatto contrario di quanto è accaduto finora. Si è preferito invece catalizzare tutti i mali di un’area, metterli in un vaso di Pandora con le cravatte sgargianti e andarsene poi in giro fischiettando con l’aria di chi passa lì per caso. Ora che il vaso si è rotto, i mali tornano in superficie. Chissà che qualcuno non decida di affrontarli, anziché tentare di nasconderli sotto al tappeto.

Mettere in questione Fini, per esempio, dovrebbe significare anche toccare un tabù della destra, l’almirantismo. Contestualizzando, per carità, quel che c’è da contestualizzare, ma senza dimenticare che il frutto riflette sempre l’albero. E Fini è un genuino frutto di Almirante. Processare Fini significa rileggere la storia dell’Msi e le dinamiche del passaggio ad An che il 99,9% degli attuali  difensori della memoria e dell’identità condivise, avallò e accettò. Fini è stato il loro capo, non il mio. Un capo, peraltro, che disponeva di un consenso plebiscitario e che ebbe a che fare con un contraddittorio pressoché nullo. Insomma, nella storia della destra italiana Fini sta incastrato come un barattolo in quelle pile enormi che si trovano di tanto in tanto nei supermercati: non puoi estrarlo senza far cadere tutto il mucchio. In questi ultimi anni ci hanno fatto credere che tutti i problemi della destra fossero racchiusi dietro la perenne abbronzatura di quest’uomo. Ci hanno indicato il traditore grande per far dimenticare i piccoli tradimenti quotidiani di tutti gli altri. Hanno azzerato ogni riflessione dicendoci che bastava colpire il bersaglio più facile.

 Ora, però, il parafulmine è caduto. Tempesta, scatenati.

Di Adriano Scianca

9 risposte a L’intervento. La fine di Fini “il parafulmine” lascia la destra senza alibi

  1. Non sono molto d’accordo con l’analisi: la vecchia classe dirigente di Alleanza Nazionale è stata progressivamente emarginata, e il rinnovamento sta cominciando.
    Certamente esiste un pericoloso iato di esponenti ora cinquantenni in grado di ragionare: rimangono i vari Rampelli, rimangono quelli della vecchia rivista Area, mancano però Tremaglia, Pasetto, e chissà quanti altri.
    Questi esponenti, se AN fosse stato un partito correttamente funzionante, avrebbero sostituito in tempo la “prima generazione”: ora i vecchi La Russa, Gasparri, ma anche Alemanno e Storace sono progressivamente in fase di dismissione. Con almeno 5-6 anni di ritardo, e in un contesto caratterizzato da rovine apocalittiche, ma il superamento sta avvenendo.
    Andando più oltre, e interessandosi del tema più generale, e cioè quello di AN e dell’almirantismo, io credo che forse si rischia di buttare via il bambino (la teoria, cioè provare ad esporre le stesse idee senza per forza rinchiudersi nello sprezzo del “se non ci votano è un problema loro”) assieme all’acqua sporca (la pratica, cioè tirare i remi in barca e spegnere ogni sforzo di elaborazione concettuale, per appiattirsi a un centrodestra stolido e stolidamente liberale).

  2. Oggi in un certo senso, come disse lo stesso Fini “siamo alle comiche finali”!

  3. Ha pienamente ragione Scianca, in tanti, in troppi hanno seguito quest’uomo che non era altro che la “prosecuzione con altri mezi” dell’almirantismo che gia’ negli anni settanta e ottanta aveva provocato la “defascistizzazione “del MSI mantenendo solo gli aspetti folkloristici e nostalgici utili richiami per la base .La continuita’ è stata assicurata da Fini e da centnaia di quadri che spergiurando sulla “fedelta’ ideale” hanno fatto quello che gia’ si profilva nel MSI:un partito di destra liberale di massa.Comunque anche per me vale quanto dice Scianca, Fini non è mai stato il mio capo, ergo che se ne sia andato mi cale poco, ma i suoi seguaci post-Fiuggi che dicono?

  4. apprezzo e condivido quasi tutto dell’articolo di Adriano, compreso il fatto che Fini non l’ho mai sentito il mio capo e che la colpa di questa fine non è solo sua, ma pongo una domanda su cui forse vale la pena ragionare e discutere, analizzare e sintetizzare…è possibile e auspicabile un ricompattamento di varie anime fuoriuscite in questi anni intorno ad un progetto come quello ipotizzato nell’altro articolo e che possa portare ad una nuova classe dirigente che porti avanti punti di vista e soluzioni nuove e alternative?

  5. sto articolo è ottimo. e spiega il nulla cosmico (e comico) che stava dietro fini.
    berlusconi ha ottenuto il suo scopo. distruggere la destra e ridurre al guinzagli i cespugli.
    è stato troppo facile. è bastata qualche poltrona e qualche mazzetta e qualche posto da scribacchino sui suoi giornali e TV
    volete finire il capolavoro ? riunite i vari cespugli coi loro capetti e mettete a capo veneziani il grande pensatore !!!

  6. questi qui sopra che “ragionano” di riunire cespugli mi fanno tenerezza.
    parlavano di grande destra capace di condizionare CDX e la politica italiana sui grandi temi come legalità, riforme, lavoro, sviluppo, tasse
    e invece si accontentavano del osso che padron silvio lanciava sotto il tavolo.

  7. Il divorzio tra FINI e il suo Popolo, con annesso disorientamento generale, ha una data precisa: mercoledì 8 giugno 2005, vigilia del referendum sulla fecondazione assistita. Due tradimenti a distanza di pochi mesi. Prima fottendosene di quanto scritto nero su bianco contro la fecondazione assistita (pagina 19 delle Tesi di Fiuggi, capitolo valori e principi, quello inemendabile che costrinse alla diaspora Pino Rauti) Fini aveva chiesto la sua libertà di coscienza. Poi quel maledetto 8 giugno definisce irresponsabile la campagna per l’astensionismo promosso da tutto il partito in sintonia con il mondo cattolico e non solo. Poche settimane dopo c’è la drammatica assemblea nazionale di AN del 2 e 3 Luglio 2005 dove Fini viene messo sottoprocesso, Lui processa le correnti e le correnti non hanno il coraggio di andare fino in fondo a fare i conti con Fini mettendolo in minoranza. Alemanno e Mantovano si erano dimessi platealmente all’indomani della vittoria astensionista sul referendum, ma Gasparri e La Russa (nonostante le febbrili mediazioni di Buontempo) non riuscirono a mettersi d’accordo con Alemanno, Mantovano e Storace. Sicché Fini finse di mitigare la sua svolta laicista, si pacificò con le correnti e pochi giorni dopo, profittando della gaffe di LaRussa, Matteoli e Gasparri intercettati da un cronista del tempo mentre confabulavano su di lui, commissariò AN e mise tutte persone di sua stretta fiducia. Smarrita quella formidabile occasione politica ci fu un’accelerazione di fatti e di eventi che costrinse a fare quadrato intorno a Fini, fino alla rottura con Berlusconi proprio sui punti più indigesti al popolo di AN: fecondazione assistita, eutanasia, droga libera, matrimonio omosessuali ecc. Intanto la frittata era fatta, sulle base di modalità e di accordi stipulati da Lui noi eravamo transitati armi e bagagli nel PDL, cosa tranquillamente plausibile in linea di principio, ma privi di protezioni e di garanzia dal momento che garante tra il nostro mondo e Berlusconi era proprio Fini. La sua sparizione è solo il sigillo di questa parabola e di questo equivoco che parte sicuramente da donna Assunta e Giorgio Almirante. Per sbarrare la strada a Marco Tarchi e a Pino Rauti ci hanno messo nelle mani di un figlio di papà superviziato, di cui la fotografia più esatta la realizzò Craxi: “Fini?!?! Il vuoto ben incartato.” e la ripeteva il compianto Giano Accame. Non mi piace tirare calci a chi è caduto nella polvere, ma occorre attribuire le responsabilità in base al principio “a ciascuno secondo il suo”, sicché le responsabilità (proprio per gli strapoteri attribuitigli dallo statuto ultrablindato di AN) di FINI sono di gran lungo superiore a tutte quelle degli altri. Partiamo da qui per poi completare il quadro e, soprattutto, concentrarci su piattaforme valoriali e programmatiche per rilanciare il nostro mondo umano e politico.

  8. Anche Scianca, pur lucido, ritira fuori la storiella di Fini erede dell’almirantismo.
    Un po’ come se dicessimo che Pertini era erede di Mussolini.
    Vogliamo dirlo chiaro, senza giri ipocriti, che se uno diventa antifascista non può essere erede né di Almirante né del Msi.
    Gli antifascisti sono i nemici. Punto. Chi è antifascista, come Fini ed Alemanno, è in più, oltre che nemico, traditore.
    Ma ci vuole così grande coraggio a dir le cose come stanno!

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