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Cultura. “Sottomissione” di Houellebecq e l’Europa pavida

Pubblicato il 17 aprile 2015 da Adolfo Morganti
Categorie : Cultura

SottomissioneCopertinaNormalmente i “casi” letterari sono un pericoloso mix di fuffa montata da un marketing strabordante e banalità commerciale, altrimenti non finirebbero sulle colonne dei grandi quotidiani né verrebbero superficialmente consumati sotto gli ombrelloni per poi prender polvere da qualche parte nei salotti buoni, le cui librerie sono autentici monumenti alla stupidità e caducità contemporanea.

Questo romanzo di Houellebecq ha in più, o in meno – a seconda dei punti di vista -, il demerito di costringerci a fare i conti con la profondità della degenerazione della borghesia laica contemporanea dal cuore del suo bunker gauche-caviar, la Francia dei salotti e degli “intellettuali” parigini.

Un panorama umano e sociale che farebbe invocare il celere arrivo dell’ISIS sterminatore alla Sorbona anche a Giovanna d’Arco.

Pertanto non farò assolutamente una recensione del romanzo, né una sua sintesi. Lo prendo piuttosto come esempio di come non solo l’Europa liberale e borghese abbia dimenticato sé stessa restringendosi nel culto del proprio ventre, e quindi sia divenuta sempre più pavida e incapace di sopravvivere, ma anche del fatto che la sua paura delle identità forti sia il segno del fallimento del sogno illuminista della distruzione di tutte le identità storiche, culturali e spirituali dell’umanità sull’altare sacrificale della Dea Ragione e del Dio Profitto.

L’odierna paura borghese dell’Islam è la plateale attestazione di decadenza finale di un mondo. Il loro.

Che non è l’Europa di sempre, ma la sua caricatura liberale; non l’organismo, ma il tumore. Il quale, nel momento della sua vittoria planetaria, della sua globalizzazione, si contorce come Nosferatu alla prima luce del sole, si accartoccia e muore.

Non a caso il titolo del romanzo gioca sull’allusione: “sottomissione” (a Dio) come è noto è esattamente la traduzione in italiano del termine Islam, anche se nel testo viene da ridere leggendo che Robert Rediger, il grande architetto dell’islamizzazione di quei circoli di fighetti universitari che nel romanzo di Houllebecq s’identificano tristemente con la Francia giustifica la sua conversione all’Islam, la sua “sottomissione”, appunto, sulla base di quell’ineguagliata autorità teologica e spirituale che è l’Histore d’O di Pauline Reage: «L’idea sconvolgente, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta» (p. 220).

Ma tant’è. France d’abord. Chi apra le pagine di questo libro si espone a sorprese anche peggiori.

L’immancabile grandeur del voyerismo.

Il romanzo si svolge attorno all’anno 2017, e la prima cosa da fare, aprendolo, è sorvolare su alcune decine di pagine spese a soddisfare i pruriti erotici del lettore borghese. Questa è una malattia endemica, direi quasi genetica della cultura francese, un’ossessione che il letterato francese, di nuova destra come di sinistra, non resiste a mettere in mezzo a qualsiasi argomento; un’ossessione tanto più estremizzata quanto più la Francia vien fatta coincidere con il perimetro della fradicia intellettualità della capitale (le capriole di letto di Monsieur Hollande ne siano un buon esempio massmediale).

Ed è inutile far notare che in quest’ambito valga il motto latino res non verba, e che un bagnino romagnolo con la terza media sappia e abbia fatto sesso di gran lunga meglio di ogni fighetto parigino: in realtà al francese non importa tanto la pratica effettiva del sesso, con la conseguente per quanto momentanea soddisfazione personale, quanto la sua descrizione condita con sale, pepe e pippe; si perde nell’illusione di potere che il sesso comporta quando se ne perde il senso più profondo, e lo riduce a compensazione dei propri timori di invecchiamento e morte (nulla impressiona più l’illuminista della paura di morire, perché sputtana completamente i suoi deliri di onnipotenza mondana e rischia di sbatterlo di fronte a quel Dio che ha irriso tutta la vita; pensate ai “poveri morti” di Charlie Hebdo, i Nuovi Martiri della cultura laica e liberale, che in questo momento hanno già passato il giudizio di Minosse e i colpi di remo di Caronte…) tramite l’inseguimento dapprima della perversione, e poi dell’adolescenzialità delle fanciulle concupite: e che queste abbiano, o debbano nei loro sogni di sessantenni abusanti di Cialis e Viagra, avere all’incirca quindici anni non è affatto privo di significato nell’economia del testo, come ben vedremo più avanti.

L’Islam: come discutere per decine di pagine di qualcosa che si ignora completamente (a parte Wikipedia).

Ne La sottomissione, non vi aspettate di trovare traccia dell’Islam; più se ne parla meno c’è. Al suo posto, una caricatura di democrazia cristiana islamica, oltretutto costruita sui fumetti porno. Il che, in un testo sull’islamizzazione dell’Europa, è emblematico e significativo.

L’Islam dei fighetti parigini e di Houllebecq è una sorta di conventicola sadiana, al cui interno ciò che conta è la possibilità di realizzare i propri sogni sadici di dominio sessuale sulla carne delle adolescenti musulmane. Queste vi sono rappresentate come perfette allieve della Justine di De Sade: fin da bambine allenate ad allargare le gambe ai propri signori e padroni, massaggiandogli poi i piedi e ringraziandoli per il tempo speso assieme a loro, per poi sparire infine dietro alle tende di un harem ricostruito sulle fantasie della buona borghesia ottocentesca europea. Qua bisognerebbe ricordare quanto al contrario la povera Vittoria Alliata di Montereale abbia (con tutta evidenza inutilmente) cercato di far conoscere al lettore europeo quella particolarissima cultura femminile che negli harem (quelli veri) tramandava di generazione in generazione una immensa sapienza tradizionale femminile, dall’erotico al culinario, dal medico all’astrologico, che alle buone madames occidentali sfugge oramai completamente, e certamente non per una loro superiore moralità o libertà:

«…di sera, le ricche saudite si trasformavano in uccelli del paradiso, si agghindavano con guépières, reggiseni trasparenti, perizomi ornati di pizzi policromi e gemme; esattamente al contrario delle occidentali che, raffinate e sexy durante il giorno perché era in gioco il loro status sociale, tornando a casa alla sera si afflosciavano, abdicavano stremate a qualsiasi prospettiva di seduzione indossando tenute comode e informi» (p. 81). Vaneggiamenti (?).

Ho conosciuto nel 1981 un giovane addetto culturale dell’Ambasciata dell’Iran khomeinista di prima generazione, di nazionalità curda, il quale aveva una moglie già riserva olimpionica di tiro a segno e laureata in medicina; costei al tempo della santa guerra democratica e filooccidentale di Saddam Hussein contro l’Iran, sempre indossando il suo bel chador nero integrale, andò volontaria al fronte come dentista di guerra, ed operava i suoi soldati in condizioni mostruose senza abbandonare mai la propria carabina di precisione, a portata di mano. Veramente, dai bistrot parigini la realtà del mondo si comprende a fatica. Detto altrimenti, troppi film porno nuocciono all’antropologia culturale.

La galleria delle caricature: la politica, Le Pen, Guénon e gli “identitari”

Il romanzo è pertanto zeppo di caricature, probabilmente involontarie, in quanto in questo modo le identità altrui diventano solamente accessori con cui l’intellettuale parigino continua a raccontare unicamente sé stesso, le sue depressioni e eccitazioni, i suoi cocktails all’università e le sue fantasie sul proprio mondo interiore, come se di tutto ciò dovesse fregare qualcosa a qualcuno.

Cominciamo.

Le ragazze ebree sono tutte sioniste e troie, specialiste in giochi di lingua copiate pari pari dalla folta cinematografia cochon de Paris degli anni ’60 e ’70. Dopo aver sollazzato il proprio maturo prof. con ridondante abbondanza di particolari narrativi, si ritirano in Israele ove nel giro di pochi mesi, magia dell’Eretz Israel, metton su caste e prolifiche famiglie con giovani soldati fondamentalisti e con kippà incorporata.

La politica? Il suo valore risiede nel fatto che rimane sempre un formidabile mezzo per imbarcare: «forse avrei fatto meglio a impegnarmi sul piano politico, il periodo elettorale consentiva ai militanti di vivere momenti intensi mentre io, incontestabilmente, non battevo chiodo»(pag. 32).

In queste pagine i seguaci della Le Pen sono una entità semiastratta, una massa vasta quanto indistinta, oppressiva quanto minacciosa: ciò sottolinea l’incommensurabile distanza esistenziale distanza fra l’intellettuale fighetto parigino e queste masse provinciali eredi della radicale alterità esistenziale dei Vandeani, che da qualche tempo agitano non più schioppi e falcioni, ma striscioni e schede elettorali e in questo romanzo compongono cortei vaghi ed infiniti, di cui si fatica anche solo a fotografare l’umanità; perché all’intellettuale fighetto parigino del mondo e dell’umanità fuori dal proprio ambiente non frega proprio nulla, ritenendoli incolti e semi-umani, un problema di cui scandalizzarsi in uno dei tanti infiniti parties sulle terrazze della capitale, con in mano una tartina al salmone.

La Le Pen stessa di Houllebecq è uno stereotipo ancor più banale e ripetitiva dei suoi stessi manifesti elettorali a noi contemporanei, braccia aperte e bocca spalancata, una Giovanna d’Arco in tailleur blu, un po’ più grassa e sbraitante che oltretutto cita Condorcet, difende a spada tratta la laicità repubblicana ed è persino anticlericale (!) (p. 96).

Gli “identitari” – narrati con caratteri teratoformi stupefacenti da “Indigeni europei” i quali, se solo fossero pallidamente prossimi alla realtà consegnerebbero per mille anni questi ambienti alla più totale insignificanza culturale e politica (tratto in effetti non troppo distante dalla realtà vera della Francia odierna) – sono una sorta di UFO che dallo schieramento del Front National te li ritrovi mussulmani in un batter d’occhio e di letture: «identitari cattolici, spesso realisti, nostalgici, fondamentalmente romantici – anche alcolizzati, nella maggior parte dei casi» (p. 61). Mentre l’abuso d’alcool dell’intellettuale parigino, com’è ovvio, al contrario non è alcolismo, ma celebrazione e memoria di Baudelaire.

René Guénon, essendo diventato mussulmano, viene qui frullato con un poco di Nietzsche e ridotto ad ideologo anche un po’ palloso della democrazia cristiana islamica che prende il potere nella Francia di Houllebecq, mangiandosi in un sol boccone la sinistra socialista che come sempre ritiene che la cosa più importante sia impedire alla Le Pen di vincere le elezioni; dopodiché Mohammed ben Abbes, così si chiama il leader del governo islamico di Parigi, assume prestamente molte sembianze dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev, sdogana nel contempo la “terza Via” fra capitalismo e socialismo nella versione ultracattolica del “distributismo” dell’inglese G.K. Chesterton (vedi pag. 173) che per di più viene accusato di aver fatto scomparire l’85% dello stato sociale della France d’antan; non pago, fa scomparire con un colpo di bacchetta magica le folle del Front National e quanto residua del laicismo massonico francese e, travolto dal crollo di questa piramidale e massiccia insalata, il nostro Autore torna a rifugiarsi nella descrizione del petite monde universitario parigino, e della parabola della sua irriducibile islamizzazione a basso costo.

Convertirsi per una quindicenne: la misura di una civiltà

La quale islamizzazione vi si realizza in discesa, facendosi forte delle uniche armi che in quel contesto da sempre (o quantomeno da oggi) riescono a toccare la vita dei suoi intellettuali, gauche-caviar o droite-caviar poco cambia. Le armi sono due, e non sorprenderanno il lettore che per una volta abbia cercato di prendere una laurea: le nomine e le relative prebende da un lato; la gnocca delle studentesse dall’altro. Con tutta serietà Houllebecq ci racconta come il guru dell’islamizzazione faccia proseliti spiegando come accanto ai denari dell’Arabia Saudita nella nuova università felicemente islamizzata vecchi professori forforosi e balbuzienti possano per una volta in vita loro diventare dei dominatori di femmine grazie a giovani studentesse fornite loro dall’Organizzazione, capace di educarle in nome del Profeta alla, nuovamente, sottomissione sessuale. Studentesse che assieme al chador assumono orgogliosamente questo ruolo masochista nel compiacere il maschio potente di turno.

E Houllebecq pensa anche di prenderci per il culo, alludendo con una sornioneria da bar all’angolo che la studentessa è metafora della società europea senza valori né radici, etc. etc.

E riuscendo solamente a far sospirare al lettore l’arrivo nei cortili della Sorbona, divenuta “l’università islamica di Parigi III – Sorbona” (pag.153) dei Pick up dell’ISIS, senza poi dargli nemmeno questa soddisfazione.

Miseria dell’intellettuale

Palesemente Houllebecq col pretesto dell’islamizzazione vuole anche tratteggiare un ritratto al vetriolo dell’intellettualità francese, che non crede a nulla e si annoia di tutto (a parte le cose essenziali come potere accademico, denaro e gnocca delle studentesse, come già detto), ma è sempre molto attento a psicanalizzare ogni sospiro e rutto del proprio intestino pseudo-spirituale: «…chi raggiunge lo status di docente universitario… si sente assolutamente intoccabile» (p. 70).

Fenomenale la dimostrazione della finale decadenza della civiltà europea (per cui l’Islam diveniva l’ultimo, residuo rimedio), e così sintetizzata dall’Autore dissertando fra sé e sé:

«Avevo provato un autentico choc notando che alcune delle specialità sessuali proposte da Mademoiselle Hortensie [tenutaria di un bordello parigino della Belle Epoque] non mi dicevano assolutamente niente. Non capivo assolutamente cosa potesse essere il “viaggio in terra gialla” né la “saponetta imperiale russa”. In un secolo, dunque, il ricordo di certe pratiche sessuali era scomparso dalla memoria degli uomini… Come non condividere, quindi, l’idea della decadenza dell’Europa?» (p. 217)

Nessuno si preoccupi, dal contesto si comprende che non c’è alcuna ironia in queste parole: sulle fondamenta non si scherza.

Per carità, invero il veleno dell’Autore qui scarseggia, e il bersaglio è talmente carico di nequizie, banalità e “stupidità intelligente” (Leon Daudet, se non erro…) che qualsiasi strale, per quanto tagliente e infuocato, scompare di fronte alle necessità. Tanta merda non può essere mai colpita a sufficienza. Ma questa critica è banale e borghese essa stessa, il protagonista ad un certo punto del racconto ha fifa e fugge da Parigi fino ad un tipico paesotto della provincia francese, Martel; vi si trova in mezzo alla gente sana (o meno marcia) della provincia francese e non la capisce nemmeno, stupendosi ed estraniandosi dalla loro effettiva umanità. Frequenta persino una chiesa, citando a sé stesso memorie letterarie ottocentesche rigorosamente francesi (per il buon intellettuale parigino non esiste cultura umana al di fuori dell’exagon e dei suoi bicchieri da cocktail), e riesce nel prodigio di recitare a sé stesso una falsa estasi religiosa citando Leon Bloy, per poi rapidamente annoiarsene e tornare a meglio riflettere sulla natiche di una studentessa ebrea di coscia leggera oramai emigrata nell’Eretz Israel (per paura degli incombenti barbari musulmani, com’è ovvio) e quindi maledettamente fuori portata.

Né con l’ISIS, né con Charlie. Ma per chi?

Insomma, leggendo Sottomissione di Michel Houellebecq non si capisce nulla né dell’Islam, né dell’Europa, né della Francia, né di Parigi, né della cultura tradizionale europea, checché ne scrivano recensore fissate e strabiche a sinistra. Infatti vi si apprende anche che «…la trascendenza è, in grande misura, un carattere geneticamente trasmissibile» (p. 62), e che il mito politico fondante l’azione di statista di Mohammed Ben Abbes, il democristiano-musulmano di cui viene descritta l’irresistibile ascesa al potere è nientepopodimenoche… l’Impero Romano (p.134) e l’Imperatore Augusto (p. 136). Un Impero Romano bis che nella narrazione si realizza grazie all’ingresso di Marocco e Turchia nell’Unione Europea e al trasferimento a Roma della sede della Commissione Europea. Alè. Bum. Proprio non ce la fanno i galletti a chiudere il rubinetto della bile quando pensano all’Impero vero, quello che loro non hanno mai saputo costruire se non dietro la parodia ed il cappello di un Imperatore corso (e che è durato forse quindici anni).

Qualcosa di più, ammesso che ciò valga lo sforzo di una lettura e 17,50 euri, si capisce attorno alla insostenibile leggerezza dell’essere di una classe dirigente culturale dai tempi di Voltaire occupata ad ubriacarsi di sé stessa e dei tanti libri che ha certamente scritto e più o meno letto, certamente sfogliato fino alla noia, assai meno compreso.

Che ha dentro l’astrattezza del proprio cranio l’unica parte del mondo che gli importi qualcosa.

Una gauche-caviar che dopo il 1789 è dilagata come la lebbra e il tifo, ed oggi è anche italiana e portoghese, inglese e danese, non ha né patria né onore né legge al di là, come predica stentoreo a cotanto uditorio François Donatien De Sade, dell’elevazione ad unica divinità del proprio pene e delle sue contorsioni, aiutate dopo una certa età dalla chimica farmaceutica. Era meglio tutto sommato l’innalzarsi del Sol dell’avvenire.

Già a metà romanzo si invoca a gran voce l’arrivo dei barbari, di barbari qualsiasi, che essi siano islamici o venusiani poco importa, purché spazzino via nel sangue e nella devastazione questo marciume benvestito, supponente e querulo; con grande sadismo, e tradendo per un’ultima volta il lettore, Houellebecq gli nega anche questa grazia, disegnando alla fine un islam francese che è intellettualoide, bolso, loffio, borghese e pervertito come i laici-laicisti di vent’anni prima, accettabile proprio perché non cambia nulla di essenziale nella vita della Francia e dei suoi intellettuali.

E dimostrando, a chi nutriva ancora qualche residua speranza in merito, che nemmeno “i tagliagole dell’ISIS” possono nulla contro la stupidità umana.

E in effetti, benché probabilmente non manchi molto, bisognerà attendere l’Apocalisse per tirare una riga e ricominciare a sperare.

Houellebecq e Drieu la Rochelle: un’antitesi pedagogica

L’Apocalisse. Non si creda che quanto detto sopra si limiti ad una critica feroce all’esprit national francese; benché sia ben lieto di essere da sempre immune dall’autentico mal francese, ossia dall’intellettualismo ego-gonfiante, devo ammettere che la flaccida accidia con cui Houllebecq né auspica, ed in realtà né combatte l’islamizzazione dell’Europa (poiché per chi non possiede un’identità, qualsiasi identità è sovrastruttura ed impostura, mero segno del potere, tutte egualmente false ed utili al controllo sociale, alla propria carriera, ai propri sollazzi; e per questo ci si adegua facile, ci si fa comprare con poco) giunge a livelli di bassezza veramente notevoli. Questa è la chiusa del romanzo, dopo la ipocrita e vacua conversione formale del protagonista narratore all’islam:

«Dopo qualche mese ci sarebbe stata la ripresa delle lezioni, e ovviamente ci sarebbero state le studentesse – belle, velate, timide… Ciascuna di queste ragazze, per quanto bella potesse essere, sarebbe stata felice e fiera di esser scelta da me, e onorata di condividere il mio talamo. Sarebbero state degne di essere amate; e io, per parte mia, sarei riuscito ad amarle.

Un po’ com’era successo, anni prima, a mio padre, avrei avuto una nuova opportunità; e sarebbe stata l’opportunità di una seconda vita, senza molto nesso con la precedente.

Non avrei avuto niente da rimpiangere.» (p. 252)

Mi permetto, per rimanere in terra di Francia, a riportare come necessario contrappeso di questo lungo rosario degli orrori un brano di uno scrittore di sessant’anni fa, Pierre Drieu La Rochelle, la celeberrima “chiusa” di Gilles.

Anche qui abbiamo un romanzo della debauche, lo spaziare in modo anche ridondante e ripetitivo su forme e momenti della putrefazione morale e spirituale della borghesia parigina; ma oltre alla denuncia, talvolta altrettanto compiaciuta ed estetizzante di quella di Houllebecq, nel cuore del protagonista di Gilles albeggia un barlume di sanità spirituale, vi è il segno della conversio, viene segnalata la Via della rettificazione. Leggiamo insieme l’ultima pagina del romanzo in cui il protagonista si trova quasi per caso ad un tratto in mezzo alla storia, al caos della Spagna di fine anni Trenta, all’odore di polvere da sparo, alla Guerra civile:

«… Si ritrovava solo. Si ritrovava. Da vent’anni che cosa era stato? Poca cosa? Sì, c’erano stati momenti come questo, e ne aveva conservato il ricordo, come di momenti in cui aveva vissuto. Dunque adesso poteva esistere ancora… Si guardava attorno. Ritrovava la sua lucidità, la sua ironia. Tutta la sua coscienza risorgeva, come la luna laggiù che saliva. Mille pensieri gli venivano, mille ricordi, mille considerazioni. Era così, egli era sé stesso, ridiventava sé stesso più che mai. Era follemente sé stesso, come un uomo ebbro che si ferma fra due bicchieri e che per un secondo gode di quella sospensione…

Laggiù, lontano, la vita poteva essere ancora deliziosa? Le donne, non le desiderava più. Aveva orrore, ormai, di parlare a una donna. Tutto questo non era stato che menzogna, da una parte e dall’altra. Non aveva saputo. Rivedere Firenze? Chartres? Le aveva viste abbastanza. Ne avrebbe portata l’immagine con sé, nell’anima, impressa da una punta di diamante. Dio? Non poteva avvicinarlo se non con questo gesto violento del suo corpo, questo gesto pazzo, che lo proiettava, lo urtava contro una morte selvaggia.

Tornò a lenti passi… il fragore. Paffete! I mortai tiravano troppo corto, davanti alla facciata. Uomini si affaccendavano nell’ombra, davanti alla porta. Facevano una barricata.

Cosa succedeva? Si volse alla scala. Sui gradini, un ferito gemeva: – Santa Maria…

Sì, la Madre di Dio, la madre di Dio fatto uomo. Dio che crea, che soffre nella sua creazione, che muore e che rinasce. Dunque, sarò sempre eresiarca. Gli dèi che muoiono e che rinascono: Dioniso, Cristo. Niente si fa senza sangue. Bisogna morire incessantemente per rinascere incessantemente. Il Cristo delle cattedrali, il grande dio bianco e virile. Un re, figlio di re.

Trovò un fucile, andò ad una feritoia e si mise a sparare, mirando.»

Che aggiungere? Nulla. Anche nella finzione letteraria esiste una dirittura interiore frutto di sacrificio. Houellebecq non sarà mai fucilato da nessuno, ma semplicemente si arricchirà ancora un po’. Et de hoc satis.

@barbadilloit

Di Adolfo Morganti

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