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Libri. “Itinerari nel pensiero di Tradizione” di Giovanni Sessa

Pubblicato il 11 aprile 2015 da Riccardo Scarpa
Categorie : Cultura Libri

Evariste Vital Luminais-Gaulois en_vue de Rome

Evariste Vital Luminais-Gaulois en_vue de Rome

Itinerari nel pensiero di Tradizione – L’origine è sempre possibile, è un volume di Giovanni Sessa, uno degli spiriti principali della Scuola Romana di Filosofia Politica. In un momento fiacco del pensiero và certamente letto, in quanto appartiene ad un ben altro spessore della riflessione. Lo stile di scrittura è di grande densità, centoquarantuno pagine di testo per esprimere quanto altri avrebbero avuto bisogno di sviluppare nel triplo di parole, per essere molto meno esaustivi di Sessa. Ciò forse in quanto il tomo raccoglie interventi in simposî o su riviste, nei quali l’autore ha cercato di sviluppare gli argomenti trattati in modo compiuto, ma entro limiti di tempo e spazio ristretti. Lo stile tacitiano, però, è comune anche ad altre fatiche di Giovanni Sessa, non nate soggette a questi vincoli.

Il segreto è in una frase di Bachofen riportata in epigrafe al primo capitolo, dedicato a Walter Heinrich, metodo tradizionale e romanticismo: «Le parole fanno diventare finito l’infinito, i simboli conducono lo spirito dal mondo finito alla sfera dell’essere infinito». Il pensiero di tradizione tramanda nello spazio archetipi intuìti nella sfera dell’essere infinito, attraverso il tempo percezioni dell’eterno. Giovanni Sessa esprime un pensiero simbolico, in cui il discorso assume la sinteticità d’un glifo. Il testo rintraccia il tradĕre del testimone che verrà colto, in Italia, non solo da Julius Evola ma anche da un Giorgio Colli, alla cui filosofia dell’espressione l’autore qui dedica un’essenziale terzo capitolo.

Filone che si manifestò nel Giornale di viaggio di Herder, nello Schelling delle Conferenze di Erlangen, nel suo studio degli archetipi delle divinità di Samotracia, in Bachofen e nel metodo tradizionale della scuola di Vienna, fino a Gian Franco Lami ed alla Scuola romana di filosofia politica. Insomma, nell’idealismo della grande filosofia postkantiana si porrebbero due filoni: quello che da Hegel riduce tutto nella storia e nella soggettività delle idee come immagini della mente, secondo un’ideologia soggettivista per alcuni, si veda Max Stirner, per altri prodotta dal sistema economico sociale sulla scorta di Karl Marx e Friedrich Engels, sino agli approdi nichilistici di Nietzsche; e l’altro il metodo tradizionale, in cui il simbolo mette assieme la sfera spirituale superiore archetipica, la psiche soggettiva e la realtà della materia densa, nel tutt’uno dell’oggettività del mondo. Il che pone, peraltro, tutta una serie di questioni. Innanzitutto il metodo tradizionale, così descritto, non è che lo statuto epistemologico della filosofia antica, che è tradĕre di quelle che Pitagora chiamò intuizioni verticali, cioè percepite nella dimensione dell’eterno, realtà altra dal tempo, e poi tramandate nel tempo, cioè attraverso la storia. Questo pone questione del trascorrere, tra l’antichità ed il rinascimento ed il periodo moderno, d’un fiume carsico di continuità della tradizione.

Argomento di cui, in fondo, ha trattato Moreno Neri nell’introdurre Gemisto Pletone per la collana sul pensiero filosofico della Bompiani, e di cui dà un agile ma profondo saggio, da par suo, Claudio Bonvecchio nel recente Filosofia del Natale, l’itinerario di un simbolo [Alboversorio, 2014], e sul quale è bene tornare anche col rileggere saggi d’Arturo Reghini sul paganesimo, pitagorismo e la massoneria, sulla matematica sacra o sulle parole sacre e di passo. Altro problema: il metodo tradizionale, con questo rapporto tra intuizione dell’archetipo e tradĕre, fra sovrastoria e storia, è un’intuizione della trascendenza. Esso pone, infatti, l’essere in rapporto con ciò che non risiede nell’essere stesso, in quanto lo trascende, e quindi trascende un determinato soggetto in quanto è al di fuori dei limiti determinati di esso. L’idealismo postkantiano è, invece, trascendentale, poiché cognizione della maniera della mente di conoscere gli oggetti, di porseli; di qui la prospettiva soggettivistica.

In Schelling si può forse notare una dialettica interna fra trascendentale e trascendenza, che hanno informato due fasi del suo pensiero. Però la natura trascendente dell’archetipo, dell’origine sempre possibile nel pensiero di tradizione, ha portato alcuni, si pensi a René Guénon, verso derive mistiche, rifiuti del mondo moderno che si risolsero in fughe dal mondo sic et simpliciter. Invece, per Giovanni Sessa, il pensiero di tradizione, attraverso il simbolo, deve coinvolgere la sfera spirituale, la psiche soggettiva e la realtà materiale nell’operare nell’oggettività del mondo. A dare ragione a Giovanni Sessa, forse, è lo stesso Pitagora il quale, nel iniziare per gradi alla tradizione i discepoli della Scuola Italica, designò come massimo grado i politici, quelli che in Platone furono i Filosofi Re, cioè i cittadini consapevoli dell’eterno e del tempo, dell’infinito e dello spazio finito della città, dell’Ideale e dell’oggettività, e quindi in grado di governare poiché nelle condizioni di governarsi da sé.

*ITINERARÎ nel pensiero di Tradizione – L’origine è sempre possibile di Giovanni Sessa, Solfanelli Editore, euro 13

@barbadilloit

Di Riccardo Scarpa

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