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Cultura. L’eredità di Papa Giovanni Paolo II il Santo degli sconfitti

Pubblicato il 4 aprile 2015 da Marcello Veneziani
Categorie : Cultura Sacro

ratzi e wojtylaNel decennale della morte di Papa Giovanni Paolo II lo ricordiamo con un articolo di Marcello Veneziani

Predicò in un mondo e in un tempo in cui Dio si è ritirato, la cristianità presa a morsi e rimorsi dal nichili­smo gaio e dall’ateismo pra­tico, dai propri complessi di colpa e dal fanatismo islami­co.

A tutti i papi era accadu­to di fronteggiare pagani e musulmani, eretici e satani­ci, miscredenti e carogne, a volte anche interni alla Chie­sa. Ma non era mai accadu­to di dover fronteggiare ol­tre i suddetti anche un deser­to così esteso e profondo d’indifferenza, cinismo e ironia. La sua lunga lotta contro l’Allegra Disperazio­ne dell’Occidente fu corona­ta da un magnifico insucces­so. È stato il papa dell’Euro­pa che si unisce e tramonta, del comunismo sconfitto da un altro materialismo e del riarmo islamico. Mai un pa­pa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato. Il pensiero debole del relativismo di­spone di poteri forti; il pen­siero forte di Wojtyla aveva invece poteri fragili, la paro­la e la Croce.

Giovanni Paolo II testimo­niò la grandiosa sconfitta del cristianesimo nella vita quotidiana. Ebbe un ruolo straordinario sul piano stori­co, contribuendo come nes­suno a mutare assetti; ma raccolse uno straordinario insuccesso sul piano etico e religioso, perché i suoi ap­pelli furono elusi e delusi, al­la difesa della morale e della famiglia, alla fede e alle radi­ci cristiane dell’Europa. Un vinto. Come Cristo, del re­sto. Lui fermò l’onda del Concilio Vaticano II, ma sen­za tornare indietro, alla Chiesa preconciliare.

Il papa non abbracciò l’idea di uno scontro di civil­tà e di un conflitto religioso con il fanatismo islamico. Secondo Wojtyla la prima minaccia all’occidente e al­la cristianità non proviene dall’esterno, ma dall’inter­no. La stessa caduta del co­munismo a cui il papa con­tribuì in modo decisivo, non fu letta solo come la vit­toria dei valori di libertà e di­gnità umana ispirati dal cri­stianesimo: ma come il pas­saggio, denunciato più vol­te dal Papa e da Solzenicyn, dall’ateismo ideologico del comunismo all’ateismo pra­tico delle società capitali­ste. Per il Papa il nemico principale della cristianità non è il fondamentalismo delle fedi altrui ma il relativi­smo etico del nostro occi­dente, la scristianizzazione. Giovanni Paolo II denun­ciò il tradimento dell’Unio­ne Europea verso la civiltà cristiana. L’Europa unita che volta le spalle alle radici cristiane ed inclina verso quel relativismo etico che la porta a riconoscere legitti­mi l’aborto, l’eutanasia, le manipolazioni genetiche, le famiglie gay, i matrimoni provvisori, la liberazione sessuale e la contraccezio­ne.

Ci fu un effetto Wojtyla an­che sull’Italia. Sotto il suo pontificato finì l’era della Democrazia cristiana; il pa­pa polacco spense il collate­ralismo politico della Chie­sa e generò un interventi­smo diretto della Chiesa sui temi civili, famigliari e mora­li che toccano la vita e i prin­cipi cristiani. Finì, con l’era Wojtyla, la delega ai partiti; il mondo cattolico da allora esprime direttamente le pro­prie posizioni, senza la me­diazione del partito. Sem­mai sono i partiti e le coali­zioni a cercare di intercetta­re le istanze della Chiesa e dei cattolici. Ricordo quan­do il papa entrò nell’aula di Montecitorio come un apo­strofo bianco galleggiante nel blu istituzionale dei po­teri civili. Lui curvo per ma­lanni, loro curvi per deferen­za. La chiave del suo discor­so in Parlamento fu la tradi­zione, a cui si riferì più volte: «Il patrimonio di valori tra­smesso dagli avi», l’impossi­bilità di comprendere l’Ita­lia e l’Europa «fuori da quel­la linfa vitale costituita dal cristianesimo», la necessità di «fondare la casa comune europea sul cemento di quella straordinaria eredità religiosa, culturale e civile che ha reso grande l’Europa nei secoli», «le tracce glorio­se che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo ita­liano », il richiamo alle testi­monianze d’arte e di bellez­za fiorite in Italia nel nome della fede, al diritto natura­le e al sentire comune tra­mandato; infine il suo appel­lo agli italiani a «continuare nel presente e nel futuro a vivere secondo la sua lumi­nosa tradizione». Un gran­de discorso che dista anni lu­ce.

Nel suo libro-testamento «Memoria e Identità», risuo­na l’antico messaggio di Dio, patria e famiglia; c’è la difesa dell’amor patrio e della nazione, la lingua e le tradizioni, la natura e la cul­tura dei popoli; il richiamo alle radici cristiane dell’Eu­ropa, dimenticate dagli eu­rocrati vigliacchi e smemo­rati; la difesa della Tradizio­ne con la T maiuscola; c’è l’equiparazione dell’abor­to allo sterminio degli ebrei, c’è lo sconveniente parallelo tra il nazismo e il comunismo; c’è la denun­cia dell’ideologia radicale, ad esempio attraverso «il ri­conoscimento delle unioni omosessuali come forme al­ternative di famiglia», c’è la difesa della vita. Invece le fabbriche dell’opinione do­minante nel celebrarlo si soffermano sui gesti media­tici, sugli aspetti telegenici ed emozionali, sui messag­gi di pace, caduti anch’essi nel vuoto, sulle molteplici scuse che ha chiesto per gli orrori del passato cristiano. Esaltano la sua personalità, la sua simpatia, il suo cari­sma di leader e dimentica­no il suo carisma religioso e il suo ruolo di Vicario di Cri­sto. Lo vivono come una star, separandolo dalla sua Tradizione. Silenziano i suoi messaggi pastorali da guerriero clemente di Cri­sto in lotta contro le ingiu­rie del tempo. Karol Magno fu l’ultimo Grande, non so­lo in santità.

Di Marcello Veneziani

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