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Cultura (di G.de Turris). I cinquant’anni di Linus raccontati da un collaboratore eretico

Pubblicato il 27 marzo 2015 da Gianfranco de Turris
Categorie : Cultura Fumetti

logo-linus“Che bella età la mezza età…” canticchiava l’indimenticabile Marcello Marchesi, ma si era negli anni Sessanta ante “contestazione” e la situazione poteva effettivamente apparire “rosea” per i cinquantenni giunti “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Oggi le cose sono alquanto diverse, purtroppo, ma che una testata raggiunga il mezzo secolo è certamente un traguardo importante, tantop più se si tratta di una testata del tutto atipica come Linus, l’unico mensile a fumetti rimasto in vita dall’epoca in cui le riviste di questo genere ce n’erano tante e in concorrenza tra loro, cioè gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, una vera “età d’oro”, poi travolta da mille problemi editoriali, il mutamento di giusto delle nuove generazioni, l’avvento di un altro genere di storie disegnate (ad esempio, i manga giapponesi) e mille altri problemi.

Linus dunque è giunta sino al 2015 ed è molto diversa dalle sue origini e dai suoi primi veti anni, allorché fu una vera importante novità ed incise sul costume e sulla cultura.

Le origini di Linus, o meglio del modo in cui Linus affrontava il fumetto, sono in Apocalittici e integrati di Umberto Eco che nel 1964 analizzò la cultura popolare svelandola al colto e all’inclita de sinistra e impegnata,  facendo capire che pasolinianamente “tutto  è politica” sviscerando il fumetto, la canzonetta, la pubblicità, definendo mass cult e mid cult. Insomma, spiegando che anche queste cose di bassa lega erano importanti, si potevano spiegare in un certo modo e potevano avere una certa funzione.

Giovanni Gandini pubblicò Linus (dal nome di uno dei personaggi dei Peanuts di Charles Schultz) nell’aprile 1965 e le tennero a battesimo Elio Vittorini, Vittorio Spinazzola e Oreste del Buono, se la memoria non m’inganna. Era un mensile all’epoca del tutto inedito che univa fumetti e cultura e in cui nomi importanti non si vergognavano di scrivere (un po’, se è concesso dirlo, come sarebbe avvenuto con Playmen nel 1967 e poi con Playboy nel 1972 che univano invece erotismo e cultura e dove non ci si vergognava di scrivere), nuovo w accettabilissimo, adatto ad ogni tipo di lettore, che apriva nuovi orizzonti sul fumetto americano e non solo, satirico, intellettuale e di avventura, pur se blandamente di sinistra non imponeva in modo pressante il punto di vista dei suoi critici di punta. Pensate un po’, ci scrissi anche io pubblicando interviste a Forest, l’autore di Barbarella in occasione della realizzazione del film di Vadim a Cinecittà, e a quel matto di Jacovitti.

Poi però esplose la “contestazione” più o meno “globale” e pian piano le cose cambiarono. Anche su Linus entrò la politica, o meglio l’ideologia, sia nei commenti che nelle scelte editoriali,irritando i lettori che non erano certamente de sinistra. Restava una rivista significativa e diffusa, ma era diventata militante: essendo una testata prestigiosa con pretese intellettuali influenzò anche altri mensili a fumetti nati in seguito anche se con minor pretese, come Eureka e Tommy. Dimostrava nell’ambito del fumetto d’autore e avventuroso come potesse funzionare una certa egemonia se la sapeva ben usare per condizionare il pubblico e indirizzarlo, soprattutto quando non vi era assolutamente nulla che vi si contrapponesse, né editorialmente né criticamente. Tanto per far capire la situazione a quelli che non li hanno vissuti, quegli gli anni della guerra del Vietnam e della opposizione alp+l’intervento americano, erano gli anni in cui era di moda il maoismo e l’esimio professor Eco, sempre lui, si fece valido sponsor di un libro dal titolo che è tutto un programma I fumetti di Mao (Laterza, 1971) in cui tesseva l’apologia della visione del mondo e dei valori che da quei fumetti trasparivano (il “patriottismo”) per contrapporli a quelli americani espressi, ad esempio, nei famosi fumetti di guerra di Milton Caniff.

Insomma, il clima culturale era questo e bastano alcuni esempi per far capire come allora Linus da rivista intelligente rivolta a tutti divenne man mano sempre più militante seguendo l’onda della “contestazione” nata in America e poi sbarcata in Europa e in Italia, cavalcandone e rilanciandone le parole d’ordine e la mitologia.

Al Capp, l‘autore di Li’l Abner, ospite d’onore al primo Salone Internazionale dei Comics di Bordighera proprio nel 1965 (e che satireggiò a mote su Life), osannato nei primi numeri, diviene all’improvviso un   “qualunquista” quando inizia a prendere pesantemente in giro i pacifisti e gli intellettuali di sinistra come la famosa cantante Joan Baez (aprile 1967); nel pubblicare le storie a fumetti dedicate ai Berretti Verdi, le truppe antiguerriglia USA in Vietnam, la rivista ne prende le distanze considerandole una denuncia dei metodi dell’imperialismo, il che non era vero, e parteggiando per gli avversari (agosto 1967); la pubblicazione di Little Orphan Annie, famoso e lacrimoso fumetto di di Harold Gray,  è l’occasione per una sparata contro l’America tradizionalista e conservatrice e contro “l’anima repubblicana e immensamente reazionaria” del suo autore (maggio 1968);la rivista censura ben sei strisce di Li’l Abner in cui si satireggiava Bob Kennedy (ucciso nel giugno 1968) perché ritenute “stridenti” e “discutibili” (ottobre 1968); la pubblicazione di un commento in favore di Fernaldo Di Giammatteo, che in televisione aveva presentato Alfa Tau usando parole negative e sprezzanti nei confronti dei nostri marinai protagonisti del film, aveva provocato una serie di lettere indignate da parte dei lettori: come replica pedagogica vengono pubblicati due lunghissimi articoli sulla politica nei giornali per ragazzi e nei libri di testo italiani prima, durante e dopo la Grande Guerra e quindi durante il fascismo (agosto e settembre 1969); il fumetto La caduta di Mac Similiano  (gennaio 1970) offre occasione al suo autore, Guido Crepax, di spiegare ai lettori interdetti che quella sua storia era “obiettivamente di parte” e che criticava “da sinistra” sia l’imperialismo americano che quello sovietico (febbraio 1970).

Ma il sintomo esplicito della decisione di schierarsi apertamente, al di là feri fumetti che pubblicava, fui la creazione su Linus dell’inserto Sommario Libreria (maggio 1969) dove si parlava e commentava di cronaca, politica, cultura e libri: i collaboratori senza il paravento o la scusa del fumetto entravano direttamente a gamba tesa nell’agone e parlavano liberamente recensendo libri e riviste dei contestatori e della sinistra estrema, della guerriglia in Africa e in Sud America, dei presti d’avanguardia, della resistenza italiana ecc. ecc.. Ovviamente nulla impediva di farlo, ma Linus e cinque anni dalla nascita non era più la rivista a fumetti degli esordi, non più “leggera”, e “impegnata” a promuovere i comics non più considerati cose per ragazzini ignoranti, ma una rivista parapolitica e fiancheggiatrice, ornai del tutto schierata grazie anche a vignettisti politici come Chiappori che pubblicava su l’Unità e Paese Sera.

Per circa un decennio Linus fu una specie di quinta colonna della sinistra contestatrice all’interno del mondo dei fumetti, una dimostrazione palmare di come, in buona o in cattiva fede, si potesse mettere in pratica anche nel mondo dei comics il gramscismo culturale. Poi pian piano le acque si chetarono, i toni si smorzarono, pur restando una generica intonazione “progressista”, sino al punto da indurre Oreste del Buono, che, non dimentichiamolo mai, si autodefiniva un “fasciocomunista” ben prima di Antonio Pennacchi, a chiedere al sottoscritto di collaborare alla rivista per portarvi, lo disse esplicitamente, idee diversi con le quali discutere e confrontarsi. Iniziai nell’aprile 1981 su Linus e nel gennaio 1982 su Alteralter, e conclusi rispettivamente nel luglio 1983 e nel’agosto-settembre 1983. Una straordinaria esperienza poi alla fine insabbiatasi per decisione della redazione forse accortasi di stare osando troppo, come ho raccontato in dettaglio nel mio libretto Camerata Linus (1986) in cui ho riunito le mie collaborazioni e altro materiale. Mi invitò a scrivere OdB, ma poco dopo diede le dimissioni da direttore appena esploso lo “scandalo P2” che coinvolse Angelo Rizzoli. Lo sostituì il caporedattore Fulvia Serra che mai impose nulla né censurò nulla, chiedendomi al massimo di tagliare interventi troppo lunghi, aprendo ai punti di vista e alle idee di uno come me che interpretava i fumetti, la fantascienza e il fantastico in modo eterodosso e anche provocatore per l’ortodossia di sinistra.  Ero una mosca bianca, anzi una mosca nera, che portava scandalo e scompiglio in un tranquillo ambiente progressista. In un convegno antifascista a Cuneo (e dove sennò?) nel novembre 1982 un docente utracomunista, Alessandro Portelli,  denunciò allarmato  la mia pericolosità accusandomi di plagiare i giovani e sprovveduti lettori di Linus! E mise forse una pulce nel’orecchio di una redazione priva di OdB.

L’aspetto veramente importante di quella collaborazione fu che feci accettare  su Alteralter una rubrica, La Biblioteca di Babele, in cui venivano presentati racconti fantastici inediti di autori italiani noti o esordienti da me selezionati fra il materiale che inviavano i lettori della rivista o da me richiesti esplicitamente, dando così spazio ad una narrativa all’epoca ancora boicottata e senza spazi espressivi. Fosse durata avrebbe ottenuto effetti assai più duraturi, anche se cinque anni dopo la trasferii su un altro mensile a fumetti,L’Eternauta di Rinaldo Traini, dove prosegui quella esperienza critica e di selezione di racconti (il tutto ora sta in Cronache del fantastico, Coniglio, 2009). Insomma, per un certo periodo di magra Limus fu anche il vessillifero del fantastico italiano.(L’idea di far apparire narrativa fantastica italiana su pubblicazioni di tutt’altro genere, però, l’ho sempre avuta: da riviste politiche come Folla a riviste scientifiche come Test/Scienza 2000.)

Un altro dei tanti  meriti di Linus questo, fra alti e bassi, come ovviamente può accadere durante ben dieci lustri, che però non tutti oggi amano ricordare. O forse neppure conoscono.

@barbadilloit

Di Gianfranco de Turris

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