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Architrave. Zemmour, l’islam, l’immigrazione e la debolezza europea: un’emergenza senza fine

Pubblicato il 19 marzo 2015 da Manlio Triggiani
Categorie : Cultura

europa1S’infiamma in Francia il dibattito su Islam e immigrazione all’indomani della pubblicazione del romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, e dei volumi di Eric Zemmour sulla decadenza della Francia (e dell’Europa), e quello, già tradotto in italiano, Sii sottomesso (Piemme ed., pagg. 143, euro 14,00). Quest’opera offre un’originale chiave di lettura sulla decadenza dell’Occidente: la debolezza politica delle società europee sarebbe concausa dell’affermazione dell’Islam fondamentalista che sempre più accentua lo scontro contro l’Occidente. Zemmour è una delle firme di punta del quotidiano Le Figaro e, da gennaio, è stato associato al regime di massima protezione da parte della polizia francese.

Il giornalista nel suo libro sostiene che la crisi dell’Europa è causata anche dall’immigrazione, dalla presenza di islamisti nati e allevati in Francia, dal proselitismo fondamentalista che si fa in alcune moschee dove sono preparati combattenti dell’Isis e puntano a contrastare l’integrazione degli immigrati nella società che li accoglie, li ospita, dà loro lavoro e concede anche il ricongiungimento familiare. Zemmour sostiene che il concetto di accettazione dell’immigrazione, che viene incoraggiata dai vari governi, causa la “svirilizzazione” della Francia e dell’Occidente che si consegnano, con i loro atteggiamenti buonisti, rinunciatari, nelle mani degli islamisti, con tutto quello che ciò significa in termini di perdita di civiltà, cultura, identità ecc.

Negli anni Settanta, ai tempi della crisi petrolifera – afferma Zemmour – le autorità francesi dovettero scegliere fra il rinvio nel Paese d’origine di tutti coloro dei quali le fabbriche non avevano più bisogno e l’accoglienza degli stessi, imminenti disoccupati. Abbiamo scelto la soluzione ‘umanitaria’. La nostra società femminile non poteva sopportare la crudeltà di uno strappo. Abbiamo rifiutato la soluzione da uomini, quella che respinge chiunque venga percepito, anche inconsciamente, come rivale nella competizione per la conquista della donna. Questa parola, integrazione, è diventata magia, religione, esorcismo. Ha rimpiazzato il modello dell’assimilazione. Rinunciare ad assimilare gli immigrati e i loro figli vuol dire rinunciare a imporre loro – virilmente- la nostra cultura. Di fronte a quest’ultima prova di debolezza, i figli di quegli immigrati preferiranno riavvicinarsi alla legge del padre, trasfigurato, idealizzato, e vendicarlo. In base a questo, trasgrediranno disinvoltamente la legge, odiata matrigna. In questa società di ‘ragazze’, loro saranno uomini. Vogliono ‘fottersi la Francia’. Uno scontro che, con ogni probabilità, abbiamo già perso”.

Per Zemmour tutto avviene in un clima strano, dove quasi nessuno si accorge di questa deriva: all’inizio i temi di fondo sono i grandi principii di universalità, secondo i quali tutti sono soltanto esseri umani, uguali, ugualissimi per definizione. E questi principii vengono spacciati per sacri e contemporaneamente laici con un sottofondo di umanitarismo cristiano. Tutti uguali! Apprezzare le differenze è considerato da reazionari, discriminatorio, secondo il politicamente corretto. E se gli immigrati non apprezzano le leggi e non condividono i costumi dei Paesi che li ospitano, per i francesi (e per gli europei) il problema vero sta nel fatto che non è stata facilitata l’integrazione come si dovrebbe. E ci vorrebbero politiche più ampie e favorevoli per chi intende venire a vivere in Europa. Non a caso il presidente della Camera italiana, Laura Boldrini, in un incontro pubblico ha detto: “E’ dall’Africa che dobbiamo imparare, è all’Africa che dobbiamo guardare quando parliamo di ospitalità”.

Ma perché l’atteggiamento dei francesi (e degli europei) è divenuto così debole, cedevole? Perché non si guarda più alla propria comunità? Zemmour spiega che, nella società occdentale, ormai è considerato superiore il “femminile” e agli uomini si chiede di non temere di rivelare la femminilità che è in loro. La femminilità, pertanto, non è più uno stato di natura ma un genere, che non si ha per nascita, per destino, perché la genetica ha così deciso, per natura, ma che si può semplicmente scegliere. Così la femmina diventa un ideale, non più un sesso. La femminizzazione dell’uomo e della società vengono considerate “una felice alternativa, come la ricerca di un’età dell’oro, come la parusia universale”.

E che cosa accade? Si diffonde il buonismo femminizzato, l’umanitarismo sociale, un Cristianesimo sfaldato, per certi aspetti secolarizzato, che impone di fare tutto per il prossimo, anche a discapito del prossimo, con una certa sinistra che punta tutto – proprio come il turbocapitalismo – a una società multirazziale e multiculturale senza identità. Tutto questo finisce per materializzare la resa di fronte a immigrati che non vogliono essere integrati, mentre le enclave di stranieri continuano a ribollire e a crescere in Francia. E aumentano, nelle periferie delle metropoli,il disagio, la rabbia e l’odio verso la società che ha dato accoglienza a questi migranti. Insomma, questa Europa sembra avviarsi verso il suicidio.

Ma i dati dell’immigrazione che spunti offrono? Alessio Mannino, giornalista, ha analizzato in un pamphlet (Mare monstrum, Arianna ed., Gruppo Macro, pagg. 95, euro 9,80) le bugie e i tabù che si sviluppano intorno all’immigrazione, uno dei temi più scottanti del nostro tempo, soprattutto per i possibili rischi e le possibili incognite che riserva per il futuro.

Ci sono sempre posizioni contrapposte e radicali sul fenomeno dell’immigrazione: c’è chi vuole le porte aperte per chiunque si presenti alla frontiera e chi vuole chiuderle ermeticamente.

L’immigrazione è innanzitutto vittima di una tragedia, che scatena l’alienazione, il migrante diviene vittima di una destrutturazione della propria personalità, alla quale segue quella progressiva della comunità che lo riceve quando la percentuale di masse in arrivo, rispetto alla popolazione ospitante, supera una determinata soglia di sopportazione (di solito i sociologi la fissano al 10 per cento).

E quest’ultimo dato mostra bene come l’immigrazione, se è limitata numericamente e assorbita dalla società che ospita, non è un grosso problema. Ci sono tanti esempi, del resto: si pensi agli immigrati italiani nella Francia dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Migrazioni ci sono sempre state, ma quella di oggi è massiccia, disordinata, e spinta da un turbocapitalismo che alletta le masse con quella che viene spacciata per “migrazione felice” verso un mondo, quello occidentale, opulento, sicuro, che offre tante merci, tante garanzie e tanta libertà. Spesso, senza nulla chiedere.

Del resto, l’immigrato, come sottolineano sia Zemmour sia Mannino, è l’arma di riserva del Capitale. Un modello che propaganda e sollecita il nomadismo globale per giungere a fare di un territorio una terra di nessuno, senza legami sociali, né politici, né religiosi, e quindi questo vale soprattutto per gli effetti che genererà nell’uomo.

«Ecco – dice Alessio Mannino -, è nella dimenticata e bistrattata parola “patria” che si concentra il rimosso più profondo: il legame spirituale e affettivo con la terra dei padri costituisce l’esatta antitesi della rottura dei legami, essenza della migrazione. L’errante, l’affamato, la scheggia impazzita del mondialismo deve mettere la ricerca della felicità monetaria davanti a tutto. Deve trovare del tutto normale, ovvio, fisiologico volare da un capo all’altro dei continenti grazie alle linee aeree a basso costo, rimanendo in contatto elettronico grazie a Skype o Facebook. Deve capire che la libertà di fare le stesse cose a Milano, come a Londra o a New York, è più importante di rendere la madrepatria un posto migliore, per sé e i suoi figli. Deve pensare prima ad alzare il reddito d’acquisto e la capacità di spesa personale – contin ua Alessio Mannino e solo dopo all’equilibrio psicofisico e all’identità del suo Io. E accadrà che ci penserà sempre meno, perché non ne avrà il tempo. Dovrà cedere via via ai compromessi con la cultura d’arrivo, perché gli conviene e perché ormai non ha scelta, se non intende tornare “sconfitto”. Dovrà fornire un esempio di integrazione, perché i privilegiati occidentali imparino che emigrare è una possibile, anzi allettante soluzione ai loro tormenti (lavoro che non c’è, mancanza di prospettive, sfiducia nella società e nello Stato)» conclude Alessio Mannino. Lo scopo del capitalismo è sparigliare la storia, le tradizioni, annullare i popoli, rendere succubi gli uomini, delocalizzare masse di persone dal Terzo Mondo per farle lavorare altrove a prezzi concorrenziali. Se non basta, far delocalizzare le aziende e rendere deserti interi distretti che un tempo davano occupazione a decine di migliaia di persone.

Mannino proprio per questo lancia un’accusa anche contro la fuga dei cervelli che muterà chi emigra con un diploma di laurea sotto il braccio in una persona senza identità: non sarà più l’uomo che era e del cui popolo faceva parte e non apparterrà mai al Paese che lo ospiterà. Perciò Mannino spera che i cervelli non vadano via: per combattere contro questo sistema voluto dal capitalismo e contro coloro che lo favoriscono: i sindacati, le “agenzie umanitarie”, gli imprenditori, le multinazionali ecc.

Le identità possono restare solo se le differenze permangono e vivono. Il volume di Mannino si conclude con quattro interviste a giornalisti e intellettuali. Alain de Benoist, filosofo francese, sostiene il “paradigma differenzialista”, una delle soluzioni al problema dell’immigrazione che rischia in prospettiva di realizzare un unico pianeta senza uomini differenziati, senza popoli ma con sole masse di consumatori e di sfruttati. Il noto giornalista Massimo Fini sottolinea che l’Italia non riesce più a pensare agli interessi nazionali ma solo a una vuota amministrazione dell’esistente. Soprattutto è ormai un Paese che ha perso il concetto di comunità, aspetto ancora vivo fra gli immigrati.

Ma per arrivare a un equilibrio che concilii popoli, libertà, identità dovebbe essere necessario, secondo Maurizio Pallante, altro intellettuale intervistato, che il mito della “crescita” infinita sia messo in discussione. E ancora: il filosofo Diego Fusaro nelle sue risposte pone l’attenzione sul capitalismo predatore, sfruttatore, che ovunque distrugge identità e schiaccia le specificità dei popoli imponendo la propria politica. Sottolinea, inoltre, che la sinistra che “difende i lavoratori”, alimentando l’immigrazione di persone disposte a lavorare per poco e con poche tutele, danneggia di fatto i “lavoratori” del Paese che ospita.

Nelle nostre città, infine, a tutto ciò si aggiungano degrado e insicurezza. E cresce il razzismo: del resto, lo hanno spiegato varii sociologi, una società multirazziale genera di fatto una società multirazzista.

 

Di Manlio Triggiani

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