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Idee. Francesco Grisi e la “contemplazione metafisica” come antidoto al conformismo

Pubblicato il 16 febbraio 2015 da Giuseppe Balducci
Categorie : Cultura

grisiNel contesto della cultura di Destra o quantomeno cattolica Francesco Grisi è stata una figura di indubbia rilevanza. Allievo di Ugo Spirito e assistente alla cattedra di Letteratura Italiana di Giacomo Debenedetti e Ungaretti, nel 1970 dà vita al Sindacato Libero Scrittori Italiani. Ai fini della collocazione di Grisi nel panorama della cultura conservatrice italiana si tratta di un’iniziativa decisivamente significativa. Il Sindacato Libero infatti nasce in reazione all’egemonia del Sindacato Nazionale Scrittori impostato su un canone di stampo marxista-gramsciano. Grisi è stato peraltro un esponente dell’Istituto nazionale di studi politici ed economici, organo legato al Movimento Sociale Italiano, attivo principalmente nei campi della scienza politica e dell’economia.

Scrittore e critico letterario, Francesco Grisi ha esercitato il suo magistero critico anche su periodici di area come «Ilfrangrisi Borghese» e «Il Secolo d’Italia», oltre che su riviste specializzate, tra cui primeggiano «La Fiera letteraria» e la «Nuova Antologia». È stato un critico militante, critico e testimone della cultura italiana letteraria (e non solo) del nostro Novecento. Gli interessi di Grisi non si fermano alla sola letteratura ma spaziano dalla religione alla filosofia, dall’indagine storica alla pedagogia. Del resto era laureato in Lettere, Filosofia e Pedagogia. Narratore prolifico è stato peraltro finalista al Premio Strega nel 1986, con il romanzo “A futura memoria”. Sempre al campo della narrativa afferiscono “Maria e il Vecchio” e “La Poltrona nel Tevere” usciti per i tipi della Rusconi sotto la direzione di Cattabiani. Nel 1989 con Fausto Gianfranceschi realizza per la Lucarini “Dialogo sui protagonisti del secolo”, mentre nel 1995 si diletta nel redigere una sorta di apparato biobibliografico degli “Scrittori cristiani”, “volenti o nolenti”. Di carattere antropologico e regionalistico è “Leggende e racconti popolari della Calabria”, terra d’origine dello scrittore.

Credente cattolico, nella letteratura afferma di cercare il “mistero”. Perciò rilegge secondo una prospettiva allora sicuramente anticonformistica l’opera di Cesare Pavese, ricercandovi elementi marcatamente “religiosi” e lumeggiando sul distacco dell’autore torinese dal PCI e soprattutto dal marxismo. Il tema del “mistero” e della sua presenza nella realtà si appalesa più volte negli scritti di Grisi e in un contesto di relazione con la “logica”. La realtà per Grisi è intrinsecamente segnata da queste due componenti inscindibili: logica e mistero. Mistero che è essenzialmente “teologico”: “Dio non ci viene dato tutti giorni, e tutti i giorni ce lo dobbiamo conquistare. Questo vuol dire che c’è dentro di noi una vita della logica, del perché, e ci è una vita del mistero”. “L’uomo che crede nella ragione come assoluto è nella logica ai limiti della pazzia. Il mistero ci accompagna affettuosamente e ci fa intendere i segreti della vita”.

In campo religioso cura i Fioretti di San Francesco. Nello stesso ambito sono riconducibili lo studio “Lettere di Luca e Matteo: evangelisti di verità” e il saggio “La chiesa della luce: da Francesco d’Assisi a Mircea Eliade”, quest’ultimo apparso per la casa editrice Logos di Roma.

Entra nel merito della vicenda tra lefebvriani e Chiesa post-conciliare e prende le difese di Monsignor Lefebvre da quanti chiedono “apertamente o subdolamente la scomunica del Vescovo” ritenendolo una “presenza necessaria […] Non soltanto per la Cattolicità ma per la cultura occidentale”. Per Grisi la linea di Lefebvre deve trovare accoglienza in virtù del “pluralismo avanzato dal messaggio del Vaticano II”. Del resto “Dio conosce il latino”.

Della letteratura italiana apprezza Dino Buzzati che preferisce a Kafka sebbene entrambi affondino la loro esperienza nella realtà misteriosa. Ma in Buzzati la realtà al contrario che nel praghese “si svela” legandosi “bizzarramente alla teologia”. “Il mistero in Buzzati non è disperato, assurdo e spaventoso (come in Kafka) ma è una levigata tavolozza dove la favola colora soavemente la vita, che contiene il senso arcano dell’infinito e dell’attesa”. Intrattiene un carteggio epistolare con Aldo Palazzeschi che gli fa dono di una poesia inedita sulle “calli” di Venezia; è molto amico di Giuseppe Berto (“Berto aveva sempre paura di entrare nella vita. Era un groviglio di contraddizioni. La sua angoscia era quella di chi è destinato a navigare sempre. Mai un porto dove quietamente fermarsi”); è un attento studioso di Pound che definisce un “profeta”, il cui messaggio è quello “di una fede laica, di una disciplina quasi mistica, di una violenza ai limiti della tenerezza”: Pound è “l’infaticabile Virgilio”; scrive diffuse pagine di critica letteraria su Ignazio Silone e si interessa alle opere di Vincenzo Cardarelli, Ardengo Soffici e Riccardo Bacchelli.

Grisi non amava il nazionalismo, e avrebbe senz’altro preferito definirsi “patriottico”. Nella sua vasta produzione letteraria e giornalistica non mancò di dare una sua definizione di “Destra” associandola strettamente ad una idea di Patria quale “mito e tradizione”: la Destra è “verticalità gerarchica” fondata su un’idea etica che “si sposa con l’eroico, il religioso e al limite con il mistico”. Perciò “la Destra” – scrive Grisi – “concepisce la Patria come una comunità spirituale mentre la nazione un semplice aggregato di convivenza. La Patria è una certezza spirituale che non dipende dagli uomini”.

Spirito poliedrico, Francesco Grisi avversa su tutto il conformismo e i suoi servitori “in qualsiasi frontiera si trovino”. “Fenomeno di violenza e di intimidazione compiuto sulla collettività”, alla radice del conformismo rileva tra le altre due ragioni fondamentali: l’una di natura “economica” derivante dall’avvento della tecnologia che “con il suo ritmo accelerato di produttività ha fatalmente creato il consumismo con tutte le conseguenze morali, estetiche e spirituali”, l’altra ideologica riferita al marxismo come dottrina del comunismo (“che ha creato l’illusione conformista che la storia si muove nella sua direzione e anche secondo i suoi schemi.”). Contro il conformismo gioca la carta “Longanesi”, che riconosce maestro di anticonformismo. Dietro il suo “scetticismo” e “la tendenza di giocare al massacro”, all’ironia, vi legge infatti un “naturale bisogno di libertà, di “autonomia” e una “forte passione morale”. Dell’ideologia e del conformismo risente peraltro la cultura, ché non può prescindere dal contesto in cui si sviluppa, essendo per sua natura storicamente “relativa e limitata”. In tal senso Grisi distingue quest’ultima dall’arte che è libera “da ogni struttura”, non nasce “da un contesto culturale o da una educazione ideologica” ma respira “nel misterioso «eterno» di un contemporaneo che non è contemporaneità”.

pennaeclessAl fine di contenere l’ideologia e il conformismo che sono alla base dell’offuscamento della verità e dell’Essere, l’uomo necessita di riscoprire la “contemplazione metafisica”. Mediante la “contemplazione metafisica”, secondo Grisi, l’uomo “reale”, quell’uomo “liberato” da Dio per mezzo del progresso, ormai svincolato dal “Padrone” misterioso che ne ha impedito la maturità, diviene uomo “vero”. La contemplazione metafisica che non coincide soltanto con la teologia e la morale sviluppa conseguenze “sul piano personale come su quello sociale”. Ed è fondamentale sia per affrontare l’esistenza a livello strettamente personale che per il buon governo di uno Stato. Essa conduce la ragione a perder fiducia nel progresso che si rivela un “mito” e, nel pensiero moderno dell’uomo “reale”, “stimola e indirettamente sollecita” tuttavia un processo di “auto-distruzione”.
L’uomo “reale-progresso-mito” è messo in crisi dalla contemplazione metafisica e la sua ragione si difende nella maniera più irragionevole: dopo aver acquisito un’apparente autonomia con l’eliminazione di Dio, finisce per smarrirsi fino “alla perdizione”. Dal “nulla” di Dio si giunge al “nulla” di ogni conclusione, tutto diviene “relativo”, anche in politica “tutto può diventare compromesso per governare”. Ma la contemplazione metafisica è al contempo disvelatrice di ulteriori “orizzonti”: se da un lato combatte il mito della ragione assoluta dall’altro valorizza la ragione fondata sul “presupposto teologico e sulla «grazia» del mistero”.

L’uomo divenuto “vero” ricorre per la sua salvezza alla meditazione del “trascendente” di cui “attestando di se stesso, testimonia l’esistenza”*. La contemplazione metafisica non è sterile conservatorismo ma rifiuto della “novità” del conformismo e amore per la tradizione. Tradizione che non è “un tempo cronologico ma la coscienza di un sempre che apparentemente si modifica in realtà affronta continuamente i grandi temi del bene e del male”. “L’uomo – scrive Grisi – è passato, futuro e presente. Il suo esistere è essere quello che è, quello che è stato e quello che sarà”. La contemplazione metafisica è libertà dal male e dai machiavellismi: essa rende l’uomo umile ponendolo dinanzi alla mistero della vita.

Ne “La penna e la clessidra” Francesco Grisi scrive: “Vi sono stagioni nelle quali anche la primavera sembra perduta nelle nebbie. In queste stagioni tutte le aspirazioni e tutti i fermenti devono essere alimentati e generosamente esaminati. L’uomo è nella continua ricerca di un perpetuo equilibrio tra il dovere del dubbio e la vigilanza sul dubbio, tra la tentazione di un integralismo rigido e la necessità del continuo controllo per verificare «la presenza del Dio assente»”.

*Grisi riprende una definizione del filosofo rosminiano Michele Federico Sciacca

@barbadilloit

Di Giuseppe Balducci

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