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Anniversari. Bobby Sands: patriota irlandese, martire per la libertà contro ogni occupazione

Pubblicato il 9 marzo 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Cultura Ritratti non conformi

bobby_sands_mural_in_belfast3201È difficile non cedere alla retorica quando si scrive di Bobby Sands. È difficile perché, che lui ne fosse consapevole o meno, il suo nome è entrato di diritto nel novero dei grandi patrioti, dei grandi militanti politici, dei grandi combattenti per l’idea. In una parola, il suo nome appartiene all’elenco degli “eroi” d’ogni tempo e luogo, al di là delle appartenenze geografiche, ideologiche, temporali.

Se non si fosse lasciato morire di fame nei “blocchi H” del famigerato carcere nordirlandese di Long Kesh, oggi Bobby compirebbe 59 anni. Era nato il 9 marzo del 1954 ad Abbots Cross, un quartiere periferico di Belfast, ed era poi cresciuto a Rathcoole, sobborgo a maggioranza protestante dal quale la famiglia Sands dovette andarsene a causa delle intimidazioni. Se fosse sopravvissuto alla galera britannica forse oggi sarebbe al fianco di tanti compagni dell’Ira, che hanno abbandonato le armi per promuovere il processo di pace nell’Ulster. O magari starebbe con quelle frange che ancora lottano contro l’occupazione inglese, nessuno può saperlo con certezza.

Di sicuro c’è che se il cuore di Bobby Sands ha cessato di battere il tragico 5 maggio del 1981, quando lui aveva appena 27 anni, il suo spirito non è morto. Perché, come lui stesso scriveva, «Non c’è nulla nell’intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuol cedere: non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito». A distanza di 32 anni da quella primavera di sangue, il suo volto sorridente campeggia ancora sui murales colorati della Belfast cattolica e compare su decine di libri, dedicati a lui e agli altri martiri irlandesi dello sciopero della fame nelle carceri britanniche. Il suo nome è ancora cantato nelle ballate che si ascoltano nei pub di Dublino e Derry e gli sono stati dedicati ben tre film, l’ultimo dei quali – Hunger di Steve McQueen – è uscito pochi anni fa.

Ma l’esempio di Bobby va al di là dei confini, vive anche nel ricordo di migliaia di giovani che in quel lontano 1981 si affacciavano al mondo della politica, in un’Italia ancora dilaniata dal terrorismo e dalla violenza degli opposti estremismi, dalle stragi di Stato e dalla lotta di classe. Nel clima avvelenato della strategia della tensione, del “tutti contro tutti”, della guerra civile permanente, l’esempio di quel giovane irlandese che si lasciava morire per svelare al mondo il volto brutale dell’imperialismo in tailleur e cappellino della signora Thatcher, sembrava una boccata d’aria pulita.

«Prati e scogliere dell’Irlanda lassù a Nord, gente come roccia di Belfast, e la croce d’oro di una fede che vivrà, cornamuse e mitra son per Sands», cantava la Compagnia dell’Anello. E nelle sezioni missine e nei circoli della destra radicale, all’epoca non troppo diverse dai “covi” repubblicani di Belfast circondati da filo spinato e telecamere a circuito chiuso, molti accostavano il nome di Bobby a quello dei caduti “neri” nei tristi Anni Settanta. Non che si volesse dare la patente di “fascista” a chi non lo era, ma in qualche modo il microcosmo degli “esuli in patria”, per usare una felice espressione di Marco Tarchi, si riconosceva pienamente nella lotta dei repubblicani irlandesi: cattolici, socialisti, nazionalisti e tradizionalisti.

Ci fu persino chi, nel periodo confuso e caotico dello “spontaneismo armato”, provò ad avvicinare l’Ira per offrire collaborazione militare e logistica. Collaborazione cortesemente respinta al mittente, anche perché la principale organizzazione guerrigliera d’Europa non aveva certo bisogno dell’aiuto di pochi cani sciolti in latitanza, visto che poteva contare sull’appoggio di un intero popolo e sui finanziamenti della potente comunità irlandese degli Usa.

Bobby Sands se ne andò in una lurida cella del carcere di Maze-Long Kesh, dopo 66 giorni di sciopero della fame. Uno sciopero serio, non alla Pannella. Dopo di lui si spensero nell’ordine Francis Hughes, Ray McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee e Mickey Devine. Tutti prigionieri politici, arrestati in quanto membri dell’Ira o dell’Inla (Irish National Liberation Army). Era stato proprio Bobby, nominato officer commanding (ufficiale comandante) dei detenuti di Maze, a decidere questa strategia: lui cominciò a rifiutare il cibo il 1° marzo e  gli altri prigionieri avrebbero dovuto unirsi allo sciopero ad intervalli regolari, allo scopo di aumentare l’impatto “pubblicitario” dell’iniziativa. Infatti i dieci detenuti politici morirono nell’arco di molti mesi: l’ultimo, Mickey Devine, il 20 agosto del 1981.

Malgrado l’ondata di sdegno internazionale contro Londra, il governo britannico non cedette e lasciò morire i dieci prigionieri repubblicani, che chiedevano solo un trattamento carcerario migliore, il riconoscimento dello status di detenuto politico, la possibilità di indossare abiti civili e non l’uniforme da galeotto e di scrivere e studiare la lingua gaelica. Ma come spesso accade, anche un granello di sabbia alla lunga può inceppare l’ingranaggio. E ora si può tranquillamente affermare che il sacrificio di Bobby Sands e dei suoi compagni non è stato inutile, perché da allora il mondo ha guardato con occhi diversi alla “questione irlandese” e lo stesso governo britannico ha dovuto modificare la propria strategia. Persino all’interno dell’Ira quegli episodi hanno prodotto una nuova concezione politica, dando fiato all’ala più disposta alla trattativa.

Come molti altri nordirlandesi, la palestra politica di Bobby Sands era stata la strada. Abbandonati gli studi, diventa un apprendista capo cantiere, finché non è obbligato a lasciare il lavoro, sempre per le pressioni dei lealisti. A diciott’anni aderisce all’Ira, viene arrestato e rimane in carcere senza processo fino al 1976. Quando esce si trasferisce nei quartieri occidentali di Belfast e diventa attivista della comunità cattolica e repubblicana. Nel ’77 viene di nuovo arrestato e anche se le accuse più gravi vengono lasciate cadere è condannato a 14 anni di prigione per detenzione d’armi: nell’auto su cui viaggiava con altri quattro amici era stata infatti trovata una pistola.

Sconta la pena nel carcere di Long Kesh, chiamato anche Maze, e insieme con gli altri detenuti repubblicani dà vita a una lunga serie di battaglie per ottenere un trattamento migliore. Sono gli anni della “blanket protest” (indossano solo una coperta perché si rifiutano di mettere l’uniforme da carcerato), della “dirty protest” (tutti i bisogni fisiologici vengono espletati in cella) e dei primi scioperi della fame. In questo periodo Bobby s’improvvisa poeta e giornalista, scrive di nascosto su rotoli di carta igienica e con curiosi stratagemmi riesce a far uscire i suoi articoli dalla prigione, rivelando al mondo intero le vergognose condizioni di vita a Maze.

I suoi scritti verranno raccolti nel volume “Un giorno della mia vita”, pubblicato in Italia da Feltrinelli, nel quale denuncia gli abusi cui sono sottoposte le persone arrestate sulla base dello Special Powers Act, che di fatto sospende i diritti civili:  «In questi centri di polizia staliniana i sospettati potevano aspettarsi torture psicologiche come la roulette russa, pestaggi condotti al buio, minacce verso i propri familiari e uso di droghe. Più comune era la tortura fisica, come costanti percosse subire calci e pugni senza tregua».

Nel marzo dell’81 i detenuti cattolici cominciano il secondo sciopero della fame. Per salvare Bobby il Sinn Fein (l’ala politica dell’Ira) riesce a farlo eleggere al Parlamento di Westminster, ma il governo di Londra si rifiuta di scarcerarlo, sancendone di fatto la condanna a morte. Al suo funerale partecipano 100 mila persone e per la Gran Bretagna a livello d’immagine è un’enorme sconfitta: l’Ira fa incetta di nuovi volontari, dagli Stati Uniti affluiscono milioni di sterline raccolti nelle comunità irlandesi d’oltreoceano e in Irlanda anche i nazionalisti più tiepidi e moderati si schierano con le posizioni dell’Ira. A New York i portuali bloccano per 24 ore le navi britanniche, a Milano in 5 mila bruciano in piazza l’Union Jack, a Gand gli studenti irrompono nel consolato britannico e a Parigi in migliaia sfilano dietro l’immagine di Sands. La città francese di Le Mans gli dedica una via, così come Teheran, dove via Winston Churchill viene ribattezzata Bobby Sands. Aveva ragione Bobby: nessuna arma può uccidere lo spirito di un combattente irlandese.

Di Giorgio Ballario

10 risposte a Anniversari. Bobby Sands: patriota irlandese, martire per la libertà contro ogni occupazione

  1. Bobby Sands vive in mezzo a Noi: Tioch faid ar la’!

  2. La lotta per la libertà del popolo irlandese giungerà alla sua vittoria. Succederà. La memoria dei partigiani d’Irlanda non morirà mai.

  3. Ciao, invio per conoscenza. Forse non sarete d’accordo, ma pazienza. Premetto che il sottoscritto con i fasci ha il dente avvelenato. Tra il 1969 e il 1972 sono finito un paio di volte al pronto soccorso per “mano fascista” (più un’altra volta, mi pare proprio nel 1981 a Padova, mentre fotografavo scritte sull’Irlanda di Terza Posizione firmate con la runa “dente di lupo”)) e ho rischiato un linciaggio da parte di una fazione falangista fuori dal tribunale di Madrid (1997) dove si processava la Mesa Nacional di Herri Batasuna (per non parlare del padre partigiano, Brigata “Silva”, del nonno e dello zio picchiati dai fascisti etc). Bastano come credenziali?
    In passato ho sperato molto in tutti quei movimenti che si ispirano all’autodeterminazione, anche quando nascevano “spuri”. Pensavo a quanto era accaduto in Euskal Herria , nei Paisos Catalans e forse anche in Irlanda etc. dove i movimenti indipendentisti finivano sempre per sviluppare una destra e una sinistra. Nello stesso tempo però ho dovuto assistere all’involuzione di vari movimenti indipendentisti, per esempio in Catalogna dove rispetto agli anni ottanta (MEN, MDT, Nuova Falce…erano indipendentisti e radicalmente di sinistra, anche più di ERC…) sembra ora prevalere una deriva quasi “leghista”…
    Per farla breve, considerate questo articolo un contributo (per evitare che la causa dell’autodeterminazione dei popoli venga strumentalizzata, un cavallo di Troia per altri progetti: fascisti, neoliberisti…etc).
    Quello dell’appropriazione indebita da destra nei confronti di cause di sinistra (oltre all’autodeterminazione e alle lotte di liberazione dei popoli: l’antimperialismo, l’ambientalismo, l’antispecismo etc.) è un problema che, a mio avviso, andrebbe affrontato molto seriamente, non solo con dichiarazioni di principio ideologiche. Altrimenti si rischia di sottovalutarlo. 
In Francia siamo arrivati al punto che Vae Victis, un gruppo rock “identitario” collocato all’estrema destra, ha scritto una canzone sulla Commune (quella del 1871!) rivendicando i comunardi in chiave “comunitarista”. Non penso sia eccessivo considerare questi esperimenti come “l’altra faccia del revisionismo storico”.
    Personalmente ho provato a comprendere il “fenomeno” anche se, da proletario autoalfabetizzato, non sempre mi sentivo all’altezza (e anche frainteso).
    Resto del parere che se uno a 15-16 anni si indigna per la sorte di Bobby Sands e degli altri militanti repubblicani del 1981, anche se si definisce di destra, non è perso completamente. Forse vale la pena di spiegargli alcune cose; per esempio che una lotta di liberazione di destra è un controsenso. Magari ci ripensa.
    
Il testo era già circolato su “A” in versione ridotta e anche, intenzionalmente e provocatoriamente, su siti che si definiscono “identitari” (anche se il termine non mi piace, non lo considero automaticamente sinonimo di destra; i baschi di Sortu parlano di “socialismo identitario”) suscitando polemiche, offese e altro nei confronti del sottoscritto.
 Segno che forse avevo giusto e che comunque i fasci hanno la coda di paglia. In particolare nei commenti si cercava di smontare l’ipotesi che la “croce cerchiata delle ss francesi (quella che loro si ostinano a chiamare impropriamente “croce celtica”) fosse un richiamo al nazismo. Peccato per loro, come tale veniva rivendicata da quei neonazisti francesi (alcuni ex ss) che la riesumarono nel dopoguerra. E comunque il fatto che venisse poi utilizzata dall’OAS basta e avanza. Anche in questo, io credo, si riconosce lo “stile revisionista” con cui si minimizza la Storia e si cerca mascherare la vera natura della “peste bruna”.
    Come con i Corpi Franchi durante la Repubblica di Weimar: sotto travestimenti “rivoluzionari” si nascondono le solite guardie bianche.
    ciao
    
Gianni Sartori

    FASCISTI, TENETE GIU’ LE MANI DALL’IRLANDA !
    (Gianni Sartori)
    …dove, compatibilmente con le possibilità dell’autore, si cercherà di spiegare come la cosiddetta “croce celtica” sia stata adottata dalle formazioni di estrema destra in quanto simbolo dei collaborazionisti francesi (per cui sarebbe opportuno definirla d’ora in poi “croce cerchiata delle ss francesi”) dando nel contempo qualche indispensabile informazione sulla Resistenza all’occupazione nazista…
    L’ambigua vicenda del “sidro Bobby Sands” messo in commercio qualche fa da Casa Pound (e che provocò un duro intervento del Sinn Fein contro l’indegna strumentalizzazione), non era certo il primo tentativo di appropriazione indebita da parte dei fascisti della causa repubblicana irlandese.
    Un buon libro pubblicato nel 2010 aveva fornito ad alcuni personaggi di destra l’occasione per strumentalizzare le lotte del popolo irlandese. Si trattava de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (Castelvecchi ed.) di Silvia Calamati, Laurence McKeown e O’Hearn.
    Sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La forma di lotta adottata da Sands e altri nove prigionieri repubblicani, come mi spiegava nel 1986 Domhnall De Brun (insegnante di gaelico a Derry, anarchico e figlio di un internazionalista irlandese volontario in Spagna) “più che un richiamo al diritto tradizionale, rappresentava un atto politico all’interno di un processo collettivo di liberazione”. L’introduzione dell’internamento a tempo indeterminato risaliva al 1971. Nel 1976 venne revocato lo status di prigionieri politici e da quel momento i repubblicani arrestati finirono segregati nei Blocchi H. Nel 1978, vedendo lo stato di degradazione in cui vivevano, l’arcivescovo Tomàs O’Fiaich dichiarò che “lasciando da parte l’essere umano, difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali condizioni”. Il 27 ottobre 1980 iniziava uno sciopero della fame che, dopo una sospensione in dicembre, riprenderà nel marzo 1981. Bobby Sands muore il 5 maggio. Tra maggio e agosto del 1981 la stessa sorte toccherà ad altri nove prigionieri: Francis Hughes, Raimond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe Mc Donnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McIlwee, Micki Devine. Sette hunger strikers appartenevano all’Irish Republican Army (Ira), gli altri tre all’Irish National Liberation Army (Inla). Uno dei tanti diffusori di retorica benevola sui fascisti nostrani, Nicola Rao, scrive impropriamente “Bobby Sands e dopo di lui altri 15 detenuti dell’Ira morirono di fame…”. Almeno due dati imprecisi, l’appartenenza all’Ira di tutti i prigionieri e il numero dei morti. Poco più avanti, alimentando l’equivoco sulle affinità tra neofascismo e lotta di liberazione irlandese, riporta che nel 1981“i muri di molte città italiane furono coperti da manifesti e scritte, tutti firmati rigorosamente con una croce celtica, di solidarietà e di appoggio alla causa dei repubblicani irlandesi”. Falso. Manifesti e scritte erano soprattutto di sinistra (autonomi, “Lotta continua per il comunismo” etc). Quelli di Terza Posizione (TP, estrema destra), erano firmati con la runa “dente di lupo” (detta anche “nodo di rune”). E’ disponibile in proposito un’ampia documentazione fotografica.
    La runa “dente di lupo”, di origine germanica, non celtica, esiste sia in versione verticale (in araldica) che orizzontale (quella di TP). Nella seconda guerra mondiale venne utilizzata da varie bande criminali naziste: 2° divisione SS Das Reich; 4° Divisione SS Polizei; 34° Divisione SS Volunteer Grenadier landstorm Nederland, oltre che dalla Hitlerjugend e dal NS-Volkswohlfahrt. Oltre che da TP, è stata adottata da altri gruppi neonazisti: Aktion nationale Sozialisten/nationale Aktivisten (ANS/NA); Junge Front (JF) del Volkssozialistische bewegung deutschalands (VSBD); Wiking-Jugend; Vitt Ariskit Motstand (la svedese “Resistenza Bianca Ariana”). *

    Uno dei tre autori de “Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese”, Laurence Mc Keown, è rimasto per sedici anni prigioniero a Long Kesh. Destinato a diventare l’undicesima vittima, il suo sciopero della fame si interruppe al settantesimo giorno. Quando ormai era già in coma, i familiari acconsentirono a farlo alimentare artificialmente (dopo che le richieste dei prigionieri erano state accettate nella sostanza).

    Nel 1994 lo avevo incontrato durante un dibattito organizzato dalla “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Fondazione Lelio Basso). Aveva spiegato che “sarebbe praticamente impossibile capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Vedere con i nostri occhi la dura repressione subita dai detenuti non faceva altro che rafforzare le nostre convinzioni. Dato che il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarli, di farli apparire come delinquenti comuni “dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali”. Una decisione che non fu certo presa alla leggera. “Per quanto mi riguarda -aveva concluso – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno, chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto…”.
    I tentativi della “nuova destra” di appropriarsi della lotta di liberazione nazionale del popolo irlandese non si esaurirono nel 1981. E’ noto che alcuni neofascisti (Walter Sordi, Enrico Tommaselli…) vennero arrestati con in casa manifesti e giornali repubblicani (“An Phoblacth”) e libri su Bobby Sands. Sdoppiamento della personalità o semplice confusione ideologica? ** Nelle loro latitanze britanniche venivano aiutati da elementi del National Front (partito razzista di estrema destra) sostanzialmente schierato con le squadre “lealiste”, protestanti-filoinglesi, quelle che periodicamente si rendevano responsabili di omicidi settari nei confronti di qualche cattolico. Inoltre i “lealisti” erano in ottimi rapporti anche con la Ruc (Royal Ulster Constabulary), la polizia nordirlandese che forniva gli elenchi dei sospetti militanti repubblicani da eliminare. I legami tra l’estrema destra inglese (oltre al Nf, il British National Party, il Greater British Movement, la League of St. George e C18) e l’estrema destra protestante dell’Ulster si resero evidenti il 15 febbraio 1995, a Dublino, durante un’amichevole tra le nazionali di calcio di Inghilterra e Irlanda. La partita si svolse tra saluti nazisti, slogan contro l’Ira e cori contro gli accordi di pace. Si concluse con lanci di oggetti contro il pubblico irlandese e violenti scontri. Bilancio: una cinquantina di feriti e la morte di un tifoso irlandese. Molti hooligans, i tifosi britannici più esagitati, facevano parte di organizzazioni neonaziste (compresa C18; C per Combat, mentre il numero indica la prima e l’ottava lettera dell’alfabeto, le iniziali di Adolf Hitler). Ma, oltre alle organizzazioni britanniche, i “lealisti” nordirlandesi ne frequentavano anche altre di estrema destra. Esistono prove fotografiche di miliziani dell’Ulster volunteer force (Uvf) presenti a qualche manifestazione in Belgio insieme a neonazisti fiamminghi e a quelli francesi di Ordre Nouveau.
    LA CROCE CERCHIATA DELLE SS FRANCESI
    Riconoscibili questi ultimi perché usavano la cosiddetta (tre volte cosiddetta quando è quella adottata dai fascisti) “croce celtica”. In realtà il simbolo (denominato “celtica” solo in epoca recente, non alle origini) ricorda una runa (anche se i neofascisti lo escludono) e venne utilizzato come mostrina dalla “Compagnia Flack” (o meglio: una delle compagnie denominate Flack, antiarea) formata da francesi collaborazionisti integrati nella brigata, poi divisione, Charlemagne durante la seconda guerra mondiale. Insisto: sarebbe più corretto denominarla “croce cerchiata delle ss francesi”. Nessuna parentela con le vere croce celtiche che svettano sulle antiche tombe irlandesi (espressione di un sincretismo tra cristianesimo e religione tradizionale gaelica) e anche su molte tombe di volontari dell’Ira e dell’Inla morti in combattimento.
    Utilizzata dal Fronte della gioventù (Fdg) negli anni settanta, ben sapendo quale fosse il riferimento al nazismo e al collaborazionismo (un simbolo di continuità), venne proibita dallo stesso leader del MSI, Giorgio Almirante.
    In Italia la “croce cerchiata delle ss francesi” era stata adottata nei primi anni sessanta da Giovane Europa (in precedenza Giovane Nazione), filiale italiana del movimento Jeune Europe (in precedenza Jeune Nation) fondato da Jean Thiriart che aveva combattuto nelle waffen-ss . A questo movimento, nel 1963, aderirono un gruppo di missini fiorentini (Attilio Mordin, Franco Cardini, Marco Bersacchi, Amerino Griffini…) e qualche ordinovista (Massimo Marletta…). In quello che sembra un attacco di autorevisionismo, uno dei soci fondatori sosteneva che fu per “allontanarsi dalla lugubre e bellicosa simbologia neofascista e neonazista” (…e per questo adottavano un simbolo delle waffen ss?!?). In realtà sembrerebbe piuttosto un modo per rivendicare proprio quelle origini, quella appartenenza, senza insospettire l’opinione pubblica e nel contempo strizzare l’occhio agli iniziati. In precedenza il simbolo sarebbe stato inalberato dalle italiche Formazioni Nazionali Giovanili. Sempre di destra, ovviamente. Attorno al 1975 venne sistematicamente adottato dalle organizzazioni giovanili missine (Fdg e Fuan), mentre qualche anno prima i rautiani lo avevano proposto al MSI con l’aggiunta di una fiamma tricolore sullo sfondo.
    Cardini suggeriva un legame anche con la “francisca” stilizzata del Parti populaire francais (PPF ) di Jacques Doriot. Facendo il finto tonto, lo storico sorvola sul fatto che la Francisque nella versione bipenne, con lame tricolori e manico costituito dal baton de marèchal (quello di Petain, ovviamente) venne prescelta come emblema del regime collaborazionista di Vichy. Nelle intenzioni, forse, avrebbe dovuto ricordare l’iconografia dei fasci littori mussoliniani. E di sicuro non venne adottata per caso come logo da Ordine Nuovo (quello italico, mentre i loro omologhi francesi di Ordre Nouveau usavano, come già detto, la “croce cerchiata delle ss francesi”). Per gli amanti della storia, va ricordato che la “francisca” era la scure da lancio dei germani occidentali (in pratica un grande tomahawk), introdotta in Gallia dai Franchi (così chiamati, pare, dal nome dell’arma e non viceversa), da cui il nome Francia. Fermo restando che i Franchi erano “germani” e non “celti”, come invece i Galli. Nessuno metterebbe in discussione il fatto che i celti britanni furono invasi dai germanici angli e sassoni. Analogamente, dopo quella romana, i celti della Gallia subirono l’invasione di varie popolazioni germaniche.*** La più duratura fu quella dei Franchi, definitivamente consolidata con Clodoveo, Carlo Martello e Carlo Magno.
    Mentre le vere croci celtiche testimoniano della relativamente pacifica diffusione del cristianesimo tra le popolazioni irlandesi, il Carlomagno è passato alla storia per aver sterminato alcuni popoli (come i Sassoni) che non volevano convertirsi al cristianesimo. E sorvoliamo su Roncisvalle, sacrosanta ritorsione dei Baschi al saccheggio di Irunea (Pamplona) operato dai soldati di Carlomagno. Altro che “paladini della cristianità” contro i musulmani (che a Roncisvalle non c’erano proprio). Ma questa è un’altra storia. Così come sarebbe un’altra storia il ruolo dei fascisti italiani nelle squadre della morte parastatali (Ate, Battaglione vasco-spagnolo, Gal…) contro la sinistra indipendentista basca. Sia in epoca franchista che dopo.****
    Tornando a Cardini, lo storico fiorentino ammetteva, bontà sua, “un legame sentimentale con il fascismo letterario francese, ma – minimizzava – si tratta di quello a cui aderì Pierre Drieu la Rochelle”. Anche se gli dobbiamo qualche buona lettura (La Valise Vide e Adieu à Gonzague dedicati al dadaista Jacques Rigaut) il poeta e scrittore Drieu è passato alla storia soprattutto in quanto collaborazionista dei nazisti. Definirlo, come si inventa Cardini “molto vicino all’estrema sinistra” è demenziale, oltre che vergognoso. Basti ricordare che nell’ottobre del 1941, insieme a Brasillach, Chardonne, Jouhandeau e altri scrittori francesi, Drieu la Rochelle accolse l’invito di Goebbels e prese parte ad un “Congresso degli intellettuali europei” in Germania. L’incontro si concluse con una visita-premio alla Cancelleria del Reich. Nel 1945, arrestato dalla Resistenza francese, l’autore di Socialisme fasciste, preferì il suicidio alla fucilazione (tentando forse di imitare il gesto di assoluta ribellione compiuto da Rigaut nel novembre 1929).

    “CHANTEZ, COMPAGNONS, DANS LA NUIT LA LIBERTE’ NOUS ECOUTE”
    Scrivendo queste righe non vorrei aver dato l’errata impressione che la terra di Vercingétorix, Saint-Just e Louise Michel abbia contribuito ad alimentare il fascismo in proporzioni analoghe a quanto seppero fare Italia e Germania. In verità la resistenza del popolo francese contro le truppe tedesche di occupazione fu immediata, estesa e ampiamente condivisa, nonostante gli inevitabili casi di collaborazionismo.
    E la repressione, ovviamente, fu durissima. Sia nella Francia occupata che nella zona detta “libre” governata dai collaborazionisti Pétain e Laval. Inoltre Alsazia e Lorena vennero annesse al Reich, mentre il Nord e Pas-de-Calais erano controllate direttamente dal comando tedesco di Bruxelles e all’interno della zona occupata lungo le coste e le frontiere si instaurava una ulteriore zone interdite.

    Tra i tanti massacri di cui si resero responsabili i nazisti e le milizie collaborazioniste, risalta per efferatezza quello dei “50 otages”, ricordati dall’omonimo monumento sull’Erdre a Nantes. Qui 48 francesi subirono la fucilazione per ordine di Adolf Hitler e del generale Otto vons Stuelpnagel, comandante del “gross Paris”, come rappresaglia per l’uccisione del tenente colonnello tedesco Karl Hotz avvenuta il 20 agosto 1941 in place Louis XVI davanti alla Kommandantur. *****
    La lista degli ostaggi venne preparata dall’Alto comando tedesco insieme ai dirigenti francesi collaborazionisti. Il ministro dell’Interno di Pétain, Pierre Pucheu, presentò una lista di 200 nomi di presunti comunisti internati nel campo di concentramento di Chateaubriant a cui il generale von Stuelpnagel aggiunse i nomi di alcuni esponenti della resistenza nantese. A Nantes, la Gestapo e la polizia francese collaborazionista rastrellavano da tempo decine di persone (giovani comunisti e socialisti, sindacalisti cattolici, membri della Jeunesse Ouvrière Catholique, senza partito…) per rinchiuderle nel campo di Chateaubriant. Il gruppo definitivo dei 50 ostaggi sarà composto da 27 comunisti, 18 resistenti detenuti a Nantes (prigione des Rochettes, prigione Lafayette…) e 5 nantesi incarcerati a Parigi.
    Il 22 ottobre del 1941, rifiutando di essere bendati, gli ostaggi vennero fucilati a gruppi di quattro; la maggior parte nel “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière (all’uscita da Chateaubriant) e cinque al Mont-Valérien (Parigi) dove la medesima sorte era toccata il 29 agosto all’ufficiale di marina Honoré d’Estienne d’Orves e dove verrà giustiziato, il 15 dicembre, anche il giornalista comunista Gabriel Péri.
    Per un disguido nel coordinamento tra i servizi segreti, due ostaggi scamparono all’esecuzione.
    Una successiva esecuzione di altri 50 ostaggi, già prevista, venne sospesa per ordine di von Stuelpnagel preoccupato per l’indignazione suscitata in tutta la Francia. Negli stessi giorni altri cinquanta ostaggi venivano passati per le armi a Bordeaux come rappresaglia per un attentato.
    Sempre al Mont-Valérien, il 17 aprile 1942 vennero fucilati 23 resistenti dei Bataillons de la Jeunesse, giovani comunisti arrestati dalla polizia francese collaborazionista e consegnati ai tedeschi. Una loro compagna, Simone Schloss, in quanto donna venne invece decapitata il 2 luglio. Iniziato il 7 aprile alla Maison de la Chimie, il processo si era concluso con la richiesta di 26 condanne a morte. Uno degli imputati venne giudicato passibile soltanto della prigione in quanto non ancora sedicenne, ma suo padre e suo fratello vennero considerati otages e fucilati. Il verdetto venne salutato con favore dalla stampa collaborazionista che in precedenza aveva ripetutamente insultato gli accusati. Gli stessi giornali su cui scrivevano Drieu la Rochelle, Chardonne, Jouhandeau e Céline. Quanto a Robert Brasillach, divenne direttore di uno dei giornali riapparsi con la loro vecchia testata, ma ora al servizio dei tedeschi. Altri direttori di giornali collaborazionisti furono Marcel Déat, Jacques Doriot, Jean Luchaire, Lucien Rebatet… Tutti complici dell’occupante nazista che intanto applicava anche in Francia la “soluzione finale” per gli ebrei. A Parigi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel’ d’Hiv’) alle quattro del mattino, circa 13mila ebrei vennero arrestati dalla polizia francese (e non dalla sola Gestapo come si cercò poi di far credere). Radunati al “vélodrome d’hiver”, vennero inviati in Germania per finire nei campi di sterminio.
    Per “mantenere l’ordine interno”, il 31 gennaio 1943 Pierre Laval battezzava la Milice francaise (una derivazione del Service d’ordre légionnaire creato nel 1941) guidata da Joseph Darnand. Nel 1942 erano stati costituiti il Service de police anti-communiste (SPAC), il Service de police des sociétés secrétes (SSS) e la Police aux questions juives (PQJ).
    Decisamente collaborazionisti furono anche il Partit populaire francaise (PPF) di Jacques Doriot e il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat che il 5 agosto 1941 crearono una Légion des volontaires francais contre le bolchevisme per inviare combattenti sul fronte dell’Est a fianco dell’esercito tedesco. Alcuni tra i maggiori esponenti del collaborazionismo filonazista (Darnand, Déat, Fernand de Brinon, Bridoux…) costituirono a Sigmaringen una Commission gouvernementale per sorvegliare, per conto dei tedeschi, l’operato di Pétain. Dei quattro citati soltanto Bridoux riuscì a evitare il plotone di esecuzione dopo la Liberazione.
    Il 15 gennaio 1943 si apriva il “processo dei 42”. Temendo di alimentare ulteriormente lo sdegno con cui l’opinione pubblica aveva reagito alle fucilazioni del 1941, sia il governo servile e collaborazionista di Vichy (guidato dal marèchal Pétain) che gli occupanti tedeschi cercarono di dare una qualche legittimità a questo ennesimo massacro. Alcuni dei 143 arrestati vennero rilasciati, altri deportati, mentre 45, accusati di essere francs-tireurs e membri di un’organizzazione comunista, compariranno davanti al tribunale militare tedesco di Nantes. Il verdetto (37 condanne a morte) viene reso pubblico il 28 gennaio. Alla lettura della sentenza Henri Adam intonò la Marseillaise ripresa con vigore da tutti i condannati. Il giorno dopo (senza attendere il ricorso degli avvocati) al champ de tir du Béle vennero fucilati i primi nove prigionieri poi sepolti a Sautron.
    Il 13 febbraio 1943 altri 25 dei condannati del 28 gennaio vennero giustiziati, mentre gli ultimi tre (Le Paih, Brisson e Coiffé) cadranno sotto i colpi di un plotone di esecuzione tedesco il 7 maggio.
    In agosto è la volta di Marcel Hatet, morto per le torture subite nell’hotel de Charette, place Louis XVI, a Nantes. Nel gennaio 1943 era stato invece decapitato in una prigione tedesca (a Colonia) il religioso Jean-Baptiste Legeay, condannato a morte con 27 bretoni nel luglio dell’anno precedente.
    Contemporaneamente a quello dei “42”, un processo analogo si era svolto a Rennes contro 29 comunisti guidati da Edouard Hervé, fratello di Raymond. Entrambi verranno fucilati a circa un mese di distanza l’uno dall’altro.
    In piena occupazione tedesca di Parigi, il poeta armeno Missak Manouchian, ex operaio alla Citroen, venne incaricato dalla Internazionale comunista di costituire un gruppo clandestino nella capitale. Ne faranno parte giovani polacchi, ungheresi, italiani, cechi, spagnoli, rumeni. Dopo una prima fase dedicata alla distribuzione di volantini contro traditori e collaborazionisti, il gruppo (definito a posteriori un “fronte popolare di immigrati”) iniziò a colpire direttamente le truppe di occupazione. Di questi resistenti (oltre a Manouchian, Simon e Marcel Raynan, Thomas Elek…) 22 verranno fucilati al Monte-Valérien il 21 febbraio 1944. Quindici giorni dopo una donna membro del gruppo sarà decapitata a Stoccarda.
    Come hanno ricordato Ramòn Chao e Ignacio Ramonet (Guide de Paris rebelle, Plon 2008) dal febbraio 1999 in rue Groupe-Manouchian 36 (Parigi, 20° arrondissement) è possibile leggere il “Manifesto rosso”scritto da Louis Aragon per celebrare questi martiri della Resistenza. Il nome deriva dal manifesto rosso (stampato in più di 15mila esemplari) affisso sui muri di Parigi il 1 marzo 1944 dalla propaganda nazista dove i partigiani fucilati venivano definiti “armèe du crime”.
    Sulla vicenda della 35° Brigata Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Partisans-Main-d’Oeuvre Immigrée) Marc Levy, figlio di un esponente della brigata, ha scritto “I figli della libertà” (Rizzoli, 2008).
    Da Lucie Aubrac a France Bloch-Sérazin (decapitata il 12 febbraio 1943 a meno di 30 anni), da Charles Tillon alle deportate nacht und nebel Charlotte Delbo (arrestata dalla polizia francese collaborazionista nel 1942) e Germaine Tillion…, è una lista infinita quella dei cittadini francesi appartenenti al “peuple de la nuit” che osarono ribellarsi in nome della loro coscienza contro l’ordine imposto dagli invasori nazisti. Basti pensare a Jean Moulin, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza e Compagnon de la Libération, torturato e assassinato dai nazisti nel 1943; a Bertie Albrecht già sostenitrice del Fronte popolare. Arrestata una prima volta nel 1942, riuscì ad evadere, ma venne nuovamente catturata nel maggio 1943 e morì nel carcere di Fresnes dopo essere stata torturata; allo studente Libertaire Rutigliano, torturato e assassinato sotto gli occhi del padre, nella sede della Gestapo in Place Marèchal Foch, a Nantes (aprile 1944).
    Victor Basch, presidente della “Ligue des droits de l’homme”, presidente del “Comité pour le Rassemblement populaire” (da cui nacque il “Front Populaire”), venne assassinato con la moglie il 10 gennaio 1944 da alcuni miliziani collaborazionisti (tra cui Lécussan) della Milice francaise. In quanto ebreo e “franc-macon”, Basch rappresentava una sintesi di quanto i nazisti e i loro servi- come appunto i già citati Drieu la Rochelle e Brasillach – odiavano maggiormente. Vittime della stessa organizzazione collaborazionista fondata da Laval, anche Maurice Sarraut, l’ex ministro Jean Zay e George Mandel.
    Tra i criminali di guerra nazisti si distinse un ufficiale della Gestapo, Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) responsabile della morte di centinaia di ebrei e partigiani. Dopo la guerra fuggì in Sudamerica dove collaborò con vari regimi e con la CIA (avrebbe avuto un ruolo non secondario nella cattura di Ernesto Che Guevara) fino a quando nel 1983 non venne estradato in Francia e condannato all’ergastolo.
    Rappresaglie ed esecuzioni sommarie, opera sia dei tedeschi che dei collaborazionisti (polizia di Vichy, Milice e Franc-gardes) aumentarono man mano che i nazisti perdevano terreno, soprattutto dopo l’ordine di ripiegamento del 6 giugno 1944. Degli oltre 65mila deportati francesi non-ebrei (in gran parte politici, identificati dal triangle rouge) meno della metà fece ritorno in Francia
    Non mancarono poi stragi indiscriminate in stile Marzabotto. Nel giugno del 1944 a Oradour-sur-Glane la divisione SS Das Reich (nel tentativo di riprendere il controllo della Normandia) fece radunare tutti gli abitanti nella piazza. Centinaia di civili (in gran parte donne e bambini, anche una famiglia di emigrati dal padovano) vennero rinchiusi nella chiesa poi data alle fiamme. Chi tentava di scappare veniva mitragliato. Bilancio: 642 morti, la maggior parte carbonizzati.
    Mentre nel Vercors (luglio del 1944) era in corso una dura battaglia tra circa 8mila maquisards e più di 30mila tedeschi, coadiuvati dalle milizie collaborazioniste di Darnand, le SS distrussero Vassieux massacrando un’ottantina di abitanti . Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono alcuni sopravvissuti nascosti in una grotta e completarono l’opera. Tra le vittime anche un gesuita e due medici che curavano i feriti.
    Nel febbraio 1945 i combattenti francesi guidati da De Lattre entreranno nel “campo di rappresaglia” di Struthof (nei Vosgi) completamente vuoto. In quello che sarà definito “l’enfer de l’Alsace” erano stati sterminati migliaia di resistenti.
    Come antidoto ai “legami sentimentali con il fascismo francese” rivendicati da qualche esponente nostrano della “Nuova Destra”, direi che può bastare.

    UN SIMBOLO DEI COLLABORAZIONISTI
    E’ possibile che la “croce cerchiata delle ss francesi”, adottata nel 1944 come mostrina speciale per la “Compagnia Flak”, venisse scelta in quanto “simbolo imperiale” usato prima da Costantino e poi da Carlomagno. Quindi, volendo cavillare, di origine o romana o germanica, non celtica. Comunque ottimo per il Terzo Reich!
    La “Compagnia Flack” (composta da volontari francesi delle waffen-ss) era una unità della Charlemagne quando questa era ancora una brigata (in seguito divenne una divisione). La Flack venne impiegata a Monaco nella difesa contraerea e la Charlemagne combatté a Berlino attorno al bunker di Hitler. A voler essere pignoli, non è il simbolo in quanto tale ad essere scippato, ma la sua denominazione. Chiamarla “celtica” rappresenta un mascheramento sulla sua vera origine, oltre che un’offesa nei riguardi dei Celti. Brave persone, tutto sommato, in quanto si opposero valorosamente all’imperialismo romano (gli statunitensi di allora).
    Chi ha scelto quel simbolo (ribadisco: la “croce cerchiata delle ss francesi”, abusivamente chiamata “celtica”) sapeva bene cosa rappresentava! Con il precedente storico della Charlemagne posta a difendere il bunker di Hitler, appare chiaro perché nell’immediato dopoguerra diventasse l’emblema preferito delle organizzazioni francesi neonaziste e neofasciste che, idealmente, da quel bunker intendevano ripartire. Un ex appartenente alla Charlemagne, René Binet, editore del bollettino Le combattant europeèn (esplicito richiamo alla pubblicazione dei volontari francesi nelle SS) e di testi apertamente razzisti come Thèorie du racisme e Contribution à une èthique raciste, lo riesumò per identificare alcuni movimenti via via fondati. Nel 1946 il Parti republicain d’union populaire e successivamente l’ambiguo (anche nel nome) Mouvement socialiste d’unité francaise sciolto nel 1949 per “incitamento alla violenza razzista”. Nello stesso anno divenne il logo di Jeune Nation. Fondata dai fratelli Sidos, Jeune Nation propugnava uno stato totalitario inspirato al fascismo e si distinse per le sue spedizioni squadristiche contro le sedi dei partiti di sinistra. Negli anni cinquanta rappresentò l’approdo di molti veterani della guerra coloniale di Indocina. Venne sciolta dal governo nel 1958 dopo un attentato contro l’Assemblea Nazionale. Il simbolo venne utilizzato anche in Belgio dal Pnf. In Francia venne ripreso dal Parti Nationaliste costituito nel 1958 dai reduci di J.N. e in seguito dal Front de l’Algerie francaise e dal Front national pour l’Algerie francaise sotto la guida di Jean- Marie Le Pen. La maggior parte degli aderenti entrerà poi nell’Organisation de l’armèe secrète (Oas), l’organizzazione dei pieds-noirs, i coloni francesi in Algeria. Il gruppo terroristico, contrario alla decolonizzazione, venne fondato a Madrid nel 1961 da Jean-Jacques Susine e Pierre Lagaillarde. Passerà alla storia, tra gli altri misfatti, per il putsch d’Algeri (v. il generale Salan). Ogni slogan tracciato dall’Oas sui muri di Algeri era regolarmente accompagnato dalla “croce cerchiata delle ss francesi”. A causa degli attentati dell’Oas, tra il maggio 1961 e il settembre e il settembre 1962, vennero uccise circa 2700 persone, di cui 2400 erano algerini. Da una costola dell’Oas nacque a Lisbona l’Aginter Press che operò soprattutto in Africa inviando fascisti francesi, belgi e italiani (tra cui Concutelli) e agenti segreti (portoghesi e statunitensi) in Congo, Angola e Namibia (invasa dall’esercito del Sudafrica che vi aveva introdotto l’apartheid) contro le lotte di liberazione di Frelimo, Paigc, Anc, Mpla, Swapo…
    In collaborazione con la CIA e con il regime portoghese, l’Aginter Press si rese responsabile nel 1969 dell’assassinio di Eduardo Chivambo Mondlane, presidente del Frente de Libertacao de Mocambique (Frelimo) e nel 1973 di quello di Amilcar Cabral, segretario generale del Partido Africano da Independencia da Guiné Bissau e Cabo Verde (PAIGC). Dopo il 1975, miliziani europei presero parte ai massacri operati dall’esercito di Pretoria in Namibia e Angola e non si esclude una partecipazione dell’Aginter Press all’assassinio delle esponenti antiapartheid Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba) che si erano rifugiate, rispettivamente, in Mozambico e Angola. Come è noto l’Aginter Press svolse un ruolo non indifferente nella “strategia della tensione” che insanguinò l’Italia da Piazza Fontana in poi.
    Intanto nell’Esagono il controverso simbolo veniva ereditato da Ordre Nouveau. Attualmente quella che andrebbe sistematicamente definita “croce cerchiata delle ss francesi” viene chiamata Keltenkreuz (“croce celta”) dai gruppi tedeschi che la utilizzano al posto della svastica con l’aquila nazista sovrapposta. Esistono poi altre denominazioni, più o meno pittoresche e new age. Per quanto mi riguarda, ripeto, l’autentica “croce celtica”, è solo quella storica di cimiteri, chiese, manoscritti e murales irlandesi.
    Nelle manifestazioni di Forza Nuova (erede di Terza Posizione ?) sono ricomparsi altri simboli inseriti nel cerchio bianco della bandiera rossa (identica a quella nazista e a quella dei razzisti sudafricani con svastica a tre braccia). Oltre alla “croce cerchiata delle ss francesi” sono state riesumate la runa “dente di lupo” (wolf sangel) già usata da Tp e quella adottata da Avanguardia nazionale (l’organizzazione di Stefano Delle Chiaie). Il simbolo di Avanguardia nazionale sarebbe la “runa Othala” (Runa di Odal, Odalrune, di matrice scandinava, non celtica). Nell’originale, un rombo con i lati inferiori allungati. I seguaci di Delle Chiaie la disegnavano con i lati inferiori allungati e ritorti, nella versione già utilizzata dalle Waffen-ss “SS Gebirg-Division Prinz Eugen”, mentre i fascisti cileni degli anni settanta (quelli che favorirono il golpe di Pinochet) la utilizzavano nella forma originale.
    Una runa identica a quella di Avanguardia nazionale, ma rovesciata con le punte verso l’alto, identificava il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat (fucilato dopo la Liberazione) quello stesso che, insieme a Jacques Doriot del Parti populaire francais (PPF, v. l’osservazione di Cardini sulla “francisca”), costituì nell’agosto 1941 la Légion des volontaires francais contre le bolchevisme. Come ho detto, anche l’ascia bipenne adottata da “Ordine Nuovo” (Rauti, Signorelli, Concutelli) era un simbolo del collaborazionismo francese (identica a quella del maresciallo Petain e di Vichy), sebbene gli ordinovisti cercassero di nobilitarla con richiami agli etruschi o all’antica civiltà cretese. Probabilmente, vietati l’uso della svastica e del fascio littorio, i nostalgici nostrani ricorrevano ad una forma di mimetismo (camouflage) prendendo in prestito la simbologia dei loro camerati d’oltralpe. L’origine di questa importazione andrebbe cercata nei rapporti tra neofascismo italiano e gruppi della destra francese (oltre a Jeune Europe anche Lutte du Peuple), specializzati nell’opera di “intossicazione” a sinistra usando la carta dell’antimperialismo e della liberazione nazionale. Niente male per gente che aveva collaborato con l’OAS contro gli indipendentisti algerini!
    FASCISTI CON “AL KATAEB”
    Stando a quanto scrivono gli interessati, negli anni settanta alcuni esponenti di Jeune Europe sarebbero andati in Libano per combattere a fianco dell’OLP. Invece, come è noto, i fascisti italiani (non solo quelli dei NAR, i Nuclei armati rivoluzionari, di estrema destra, legati ai servizi e, forse, braccio armato della P2) in genere si schieravano con al-Kataeb (la Falange), il partito dei maroniti di destra, fondato nel 1936 da Pierre Gemayel al suo ritorno da un viaggio nella Germania nazista. Secondo Stuart Christie (“Stefano delle Chiaie – Portrait of a black terrorist“, anarchy magazine/refract publications, London 1984) avrebbero preso parte ad azioni contro i palestinesi (viene citato Walter Sordi). Mario Caprara e Gianluca Semprini, autori di “Destra estrema e criminale” (Newton Compton ed. 2009), nel capitolo dedicato ad Alessandro Alibrandi, riportavano un’intervista di Panorama a Signorelli, scomparso qualche anno fa. Secondo Signorelli: “i valorosi camerati italiani hanno aiutato la milizia di Gemayel combattendo al loro fianco nella battaglia di Tel Znatar (sic)”.
    E’ possibile che i due autori abbiano fatto un po’ di confusione e citato l’intervista sbagliata. Probabilmente Signorelli parlava degli avvenimenti di Tel al Zaatar (nel settore cristiano di Beirut) che risalgono al 12 agosto 1976. All’epoca dell’intervento militare della Siria in Libano (in favore dei falangisti) Alibrandi si trovava ancora in Italia. Comunque, più che di una battaglia bisognerebbe parlare di assedio (durato 52 giorni) e di un brutale massacro. Anche nei confronti dei feriti, nonostante l’intervento della Croce Rossa. A Tel al Zaatar l’esercito siriano (penetrato in Libano nel giugno 1976) si comportò come qualche anno dopo quello israeliano a Sabra e Chatila, con un ruolo di copertura e appoggio ai miliziani maroniti cui toccò il lavoro sporco. Resta l’incertezza sul numero esatto delle vittime, da 1500 a 3000. Con i falangisti, oltre ai neofascisti italiani, militanti francesi dei Groupes d’Action Jeunesse, spagnoli di Fuerza Jòven, fiamminghi del Vlaamsa Militantenorde (Vmo) e tedeschi di estrema destra dell’organizzazione di Karl Heinz Hoffman. Dalla parte dei palestinesi, baschi e irlandesi, presumibilmente legati all’Eta e all’Ira. Durante l’operazione “Pace in Galilea” alcuni combattenti irlandesi vennero catturati dall’esercito israeliano e consegnati alla Corona britannica.
    Molti repubblicani irlandesi avevano combattuto nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile spagnola. Alcuni sono ricordati nella lapide per i caduti della battaglia di Brunete (8-9 luglio 1938), altri (come Tommy Patten, caduto a Madrid verso la fine 1936, quasi contemporaneamente a Buenaventura Durruti) al memoriale dell’isola di Achill in Irlanda. Quanto alla partecipazione di alcuni irlandesi alla Guerra di Spagna dalla parte dei franchisti (spinti dalle prediche di qualche prete esaltato che vedeva in Franco un “crociato” della religione cattolica), non è mai stata rimossa dal Movimento repubblicano, ma sicuramente denigrata e combattuta. Basterebbe riascoltare la canzoni di Christy Moore “Viva la Quinta Brigada!”. Parlando dei volontari nelle Brigate Internazionali ha scritto:
    “Vennero per resistere accanto al popolo spagnolo,
per cercare di spezzare la marea montante fascista. 
Gli alleati di Franco erano i ricchi e i potenti,
gli uomini di Frank Ryan vennero dall’altra parte

. Anche le olive sanguinavano
 mentre la battaglia di Madrid stava infuriando.
 Verità e amore contro la forza del male,
fratellanza contro la cricca fascista. 

Viva la Quinta Brigada,
“No pasarán” era l’impegno che li faceva combattere
“Adelante” è il grido intorno alle colline,
 ricordiamoli tutti stasera”.
    Mentre più avanti così si esprime nei confronti dei filo-fascisti:“ Altri irlandesi risposero all’appello di Franco 
e si unirono a Hitler e anche a Mussolini. La propaganda dal pulpito e dai giornali 
aiutò O’Duffy ad arruolare la sua ciurma

. Da Maynooth venne lo slogan: “Aiutate i nazisti”
e il clero ne fece un’altra sbagliata
 quando i vescovi benedissero le Camicie Blu a Laoghaire
 mentre salpavano per la Spagna sotto la svastica”.
    Per concludere: “Questa canzone è un tributo a Frank Ryan, 
a Kit Conway e anche a Dinny Coady, 
a Peter Daly, Charlie Regan e Hugh Bonar
anche. Se tanti morirono, ne so nominare solo pochi. 

Danny Boyle, Blaser-Brown e Charlie Donnelly, 
Liam Tumilson e Jim Straney da Falls Road, 
Jack Nalty, Tommy Patton e Frank Conroy
, Jim Foley, Tony Fox e Dick O’Neill”.

    Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Irish Republican Army addestrava militarmente, contro gli inglesi, gli ebrei scampati all’Olocausto. Tutto questo va ribadito per ridimensionare l’entità, ampiamente sovradimensionata dalla destra, sui rapporti (in chiave anti-inglese) intercorsi tra alcuni elementi repubblicani e i servizi segreti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Due esponenti dell’Ira, catturati dai franchisti mentre combattevano con le Brigate internazionali, sarebbero stati rimpatriati grazie all’intervento tedesco (forse con un sommergibile). Alcune azioni dell’Ira a Londra durante la “battaglia d’Inghilterra” hanno alimentato l’ipotesi di una possibile collaborazione con la Germania.
    L’ossessione di certa destra (da On a Tp, fino a Forza nuova) di accreditarsi nei confronti delle lotte di liberazione nazionale è stata, in genere, mal corrisposta. Ancora nel 1985, avevo chiesto a Bernadette Devlin la sua opinione in merito alla simpatia dimostrata dalla cosiddetta “destra radicale” per la causa irlandese. Mi rispose che “di sicuro sono simpatie a senso unico”.
    Con la presentazione ufficiale del libro di Calamati, McKeawn e O’Hearn sotto le insegne del Parlamento europeo la vecchia questione era tornata di attualità. A fare gli onori di casa la vicepresidente del Parlamento europeo, Roberta Angelilli, in gioventù vicina a Terza Posizione, poi Segretaria del Fronte della gioventù e deputata europea di An dal 1994. Angelilli era grande amica di Andrea Insabato, il personaggio che il 22 dicembre 2000 rimase ferito nell’esplosione della propria bomba davanti alla redazione de il Manifesto sulle scale della vecchia sede di via Tomacelli.
    Un episodio che evocava un altro attentato fascista dell’aprile1973. Nella toilette del treno, il sanbabilino Nico Azzi (con doppia militanza: Msi e “La Fenice” di Rognoni, legata a ON) si fece esplodere un ordigno tra le gambe. Non prima di essersi fatto notare in giro per il treno con Lotta continua in mano. Ai suoi funerali, nel 2007 in Sant’Ambrogio di Milano, erano presenti sia Forza Nuova che i fratelli Larussa.
    Durante la sua permanenza al Policlinico Gemelli e in carcere (molto breve, anche perché quelli del Manifesto, forse mossi a compassione, non si costituirono parte civile), Insabato ha scritto un memoriale dove trova il tempo per vantarsi delle sue “duecento conquiste di letto”. Numerose, precisa, anche durante la latitanza londinese (vedi sopra).
    Il “paladino di Dio” (per autodefinizione) ricordava affettuosamente l’amica Roberta Angelilli, la sua “prima tifosa di tutte le udienze” nei processi che lo vedevano imputato in quanto esponente di Terza Posizione (capozona alla Balduina).
    L’Angelilli è nota per aver definito i partigiani “assassini”, non riuscendo evidentemente a cogliere l’analogia tra la lotta di liberazione del 1943-45 contro i nazisti e quella irlandese contro l’occupazione britannica (e nemmeno l’analogia tra i collaborazionisti fascisti repubblichini e quelli “lealisti” protestanti). Dal libro di Caldiron “La destra plurale” (manifestolibri 2001), si ricava che porta al collo una “croce cerchiata delle ss francesi”. D’argento, noblesse oblige.
    L’attentato a il manifesto sembrava diretto in particolare contro Stefano Chiarini che si occupava della questione palestinese e con cui Insabato cercava da tempo di entrare in contatto. In precedenza Chiarini si era dedicato all’Irlanda, sia come editore che come giornalista. La sua Gamberetti Editrice aveva pubblicato “Strade di Belfast” di Gerry Adams e alcuni romanzi (“La seconda prigione”) di Ronan Bennet, un ex prigioniero politico repubblicano.
    Oltre ad aver pubblicato sul “quotidiano comunista” decine di articoli riguardanti la questione irlandese, Chiarini aveva collaborato alla realizzazione di un dossier (“La verità la prima vittima”, supplemento al n.1 de “I diritti dei popoli”, 1985) sulle violazioni dei diritti umani in Irlanda del Nord. Insieme a Gianni Palumbo, Giovanni Bianconi e Silvia Calamati, autrice di Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese.
    Alla presentazione del libro su Bobby Sands, insieme all’Angelilli, presenziava l’esponente di “Azione giovani” Tommaso della Longa, all’epoca collaboratore di varie pubblicazioni di estrema destra tra cui “Area” e “Rinascita” (in qualità di capo servizio esteri). Sul giornale della soi disant “Sinistra nazionale” (in realtà di estrema destra), si ironizzava su clandestini, immigrati e sindacati di base. Elogi nostalgici invece per la “leggendaria” marcia su Roma del ’22. Della Longa collaborava anche a “Il Riformista” durante la direzione di Antonio Polito. Grazie ai buoni rapporti con Rocca, era diventato portavoce della Croce Rossa (v. i comunicati dell’Ufficio stampa della C.R). Se ne era parlato all’epoca dell’assunzione di alcuni neofascisti alla C.R. (segnalo su Indymedia “Sembra un ministero, è la Croce Rossa…uncinata”). Altra coincidenza, nel 2008 arrivava alla dirigenza della C.R. la moglie del Polito, Patrizia Ravaioli. .
    A questo punto, visto che qui si parla di hunger strikers, ricordo che Antonio Polito, ex direttore de “Il Riformista”, è quel giornalista che durante lo sciopero della fame contro la vivisezione del prigioniero antispecista Barry Horne (anarchico e negli anni ottanta militante dei gruppi di solidarietà con i prigionieri politici irlandesi) faceva dell’ironia nei suoi articoli pubblicati su “la Repubblica”. In sostanza diceva che stava fingendo, che mangiava di nascosto, che era un esaltato… Poi Barry Horne è morto nel modo che sappiamo. E Polito, che io sappia, non ha mai chiesto scusa. Ancora prima della morte di Barry, i suoi articoli mi erano apparsi “pilotati”. Coincidenze. O, forse, analogie.
    La vicenda di Sands e degli altri nove repubblicani morti nel 1981 ha rappresentato nel tempo una testimonianza contro le carceri speciali, contro la tortura e contro la legislazione d’emergenza. Un“grido contro l’ingiustizia”, così come la resistenza popolare, in tutte le sue molteplici forme, nei quartieri proletari di Derry e Belfast, dal Bogside a Falls road, tra gli anni sessanta e novanta.
    Le destre estreme hanno tentato di appropriarsene come avevano fatto con le lotte contro il nucleare e contro la globalizzazione, con l’ecologia e, più recentemente, anche con la liberazione animale. Un gruppo animalista del nord-est, fondato da un ex di Forza Nuova, aveva tentato di appropriarsi della memoria dell’antispecista anarchico Barry Horne. Al di là del folclore, a naso, si intravede un metodo che ricorda le infiltrazioni degli anni sessanta (e, fatte le debite proporzioni, anche alcune ambigue posizioni dei “Corpi franchi” in Germania nel primo dopoguerra).
    Sia ben chiaro. Siamo in democrazia, (anche se certamente non per merito dei fascisti) e, per quanto mi riguarda, ognuno è libero di usare i simboli che vuole. Ma senza ambiguità e chiamando le cose con il loro nome. Bobby Sands era comunque uno di sinistra, un compagno. I suoi riferimenti, oltre a Connolly e Pearse, sono stati Che Guevara, Malcom X e George Jackson (quello dei fratelli di Soledad), gli antifranchisti baschi Txiki e Otaegi fucilati nel 1975. Non certo Codreanu o Degrelle. Non si può escludere che qualche militante di destra sia in buona fede quando esprime ammirazione per gli hunger strikers. In questo caso dovrebbe riconoscere che l’antimperialismo, l’amore per la giustizia e la libertà, il rispetto per le lotte di liberazione degli oppressi (di tutti gli oppressi, s’intende) sono incompatibili con le idee totalitarie, autoritarie e gerarchiche (anche quando si dicono “di sinistra”, Stalin docet). E quindi incompatibili con il fascismo.
    Cassandra mio malgrado, agli inizi del 2011 avevo scritto “ nel trentesimo anniversario della morte dei dieci hunger strikers, sarebbe inconcepibile dover assistere alla partecipazione di neofascisti e neonazisti alle commemorazioni. Dopo la presentazione ufficiale del libro“Il diario di Bobby Sands – storia di un ragazzo irlandese” (comunque un buon libro) da parte di Roberta Angelilli, tutto diventa possibile”. Purtroppo avevo ragione: nel maggio 2011 alle manifestazioni in memoria di Bobby Sands e degli altri hunger strikers hanno partecipato i neofascisti di Casa Pound, a fianco degli inconsapevoli militanti del Sinn Fein, ostentando il manifesto con la foto di Bobby Sands e diffondendo poi le immagini su Internet.
    Ripeto, nessun dubbio sull’onestà intellettuale dei tre autori, ma forse qualcuno dovrebbe aggiornare i repubblicani irlandesi. Fermo restando che queste ambiguità e contaminazioni restano, purtroppo, un fenomeno tipico del nostro Paese, almeno dagli anni sessanta.

    Gianni Sartori (osservatore internazionale, per conto della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, al processo di Madrid del 1997 contro Herri Batasuna)

    * Per quanto riguarda Rao, va aggiunto che il titolo stesso dei suoi libri (“La fiamma e la celtica”,“Il sangue e la celtica”…) contribuisce ad alimentare l’equivoco.

    **dati i rapporti intercorsi tra fascisti italiani latitanti a Londra e servizi segreti inglesi, non si escludono tentativi di infiltrazione nel movimento repubblicano.
    ***breve nota quasi storica
    Dopo Alesia e l’imprigionamento di Vercingetorix (assassinato a Roma sei anni dopo), la resistenza organizzata dei Galli contro Roma sembrò esaurirsi nel 51 a.C. A Uxellodunum, Giulio Cesare fece tagliare le mani agli ultimi irriducibili. Gutuater, considerato il capo religioso della ribellione, venne ucciso dopo atroci torture. Nel 21 d.C. scoppiò una rivolta guidata da Julius Sacrovir che, sconfitto, morirà gettandosi tra le fiamme per non consegnarsi ai romani. Nel 69 d. C. è Civilis a ribellarsi con la propria guarnigione. Al suo fianco, oltre a molti druidi, una profetessa, Velléda e due eminenti cittadini di Langres, Julius Sabinus e la sua sposa Eponina. Divisioni interne tra i Galli, oltre alla diffidenza della popolazione nei confronti di Civilis e degli altri capi della rivolta, porteranno all’ennesima sconfitta. Trascinati a Roma, Sabinus e la moglie verranno fatti uccidere da Vespasiano e i loro figli affidati a famiglie romane. Per altri due secoli in Gallia regnerà la “pax romana”. Nel 258 franchi e alemanni, popolazioni germaniche, varcano il Reno e invadono la Gallia. A migliaia i contadini fuggono nelle foreste dove per sopravvivere costituiscono gruppi armati, le bagaudes. Tra i loro capi emerge Elien. Quando l’imperatore Diocleziano invia truppe con l’incarico di sterminare questi ribelli, Elien stringe un’alleanza con Amandus, comandante di origine gallica della guarnigione di Bourges. Dopo la morte di Elien, anche Amandus viene sconfitto e ucciso nel corso di una battaglia sulle rive della Loira. Mentre l’impero romano va disgregandosi, la Gallia subisce nuove invasioni di vandali, burgundi, visigoti e ancora franchi. Nell’ultimo giorno dell’anno 406, vandali, svevi e alani valicano il Reno ghiacciato. Entrati in Gallia, devastano Tournai, Amiens e Arras. Dietro di loro, ancora burgundi e alemanni. Nel 451 anche gli unni superano il Reno, dopo averne “trasformato le foreste della riva in barche” invadendo la Gallia settentrionale. Guidati da Attila, saccheggiano Colmar, Strasbourg, Reims, Besancon e Arras. A Lutezia, la popolazione invece di fuggire organizza la resistenza. Attila si allontana e si dirige verso Orleans che per più di un mese resisterà all’assedio. Il 14 giugno 451, mentre inizia il saccheggio, arriva l’esercito del generale romano Aetius, formato in gran parte da mercenari e da alleati visigoti. Sconfitto, Attila si rifugia a Chalons-sur-Marne (Campi Catalaunici). Con questa battaglia (21 giugno 451) rimangono sul terreno circa sessantamila cadaveri (secondo alcuni autori quasi il triplo) e comincia il declino del “flagello di Dio”. In Occidente si formano vari regni romani-barbarici: visigoti, ostrogoti e, in Gallia, il regno dei franchi. Il resto è storia nota. Da Childerico (capostipite dei Merovingi) a Clovis (Clodoveo I, 465-511). Dopo la sua morte il regno venne diviso in Austrasia, Neustria e Burgundia. Da Charles (Carlo, “dux et princeps francorum”, soprannominato Martello per aver sconfitto pesantemente i saraceni a Poitiers nell’ottobre 732), figlio del maggiordomo d’Austrasia Pépin d’Heristal (Pipino II capostipite dei Carolingi) a Pépin nominato re da un’assemblea di nobili e vescovi nel novembre 751 e morto nel settembre 768. Nel 772 suo figlio Carlomagno organizzerà una prima spedizione contro i sassoni. Dieci anni dopo, la più sanguinosa. Oltre alla decapitazione di 4500 sassoni che rifiutavano di abbandonare la religione tradizionale e convertirsi al cristianesimo, circa 10mila saranno deportati in Gallia.

    ****Oltre agli interventi non richiesti di Borghezio, noto estimatore dell’ascia bipenne, va ricordato un episodio legato alla Falange (versione italica, non libanese o spagnola). La misteriosa organizzazione parastatale, responsabile negli anni novanta di operazioni che puzzavano di provocazione e servizi segreti, diffuse un comunicato (l’originale mi venne fornito dall’allora senatore Francesco Bortolotto, dei Verdi) in cui si minacciavano i sindaci veneti contrari all’Alta Velocità. Era firmato con la sigla della Falange e una strana aggiunta, un inesistente “gruppo Veneto-Euscadi”, scritto con la “C”. Da notare che in euskara, la lingua basca, questa lettera non esiste, sostituita regolarmente con la “k”. All’epoca, in un articolo cofirmato con Giovanni Giacopuzzi, feci notare la stranezza e suggerii la natura provocatoria del testo (“strategia della tensione a bassa intensità”?). Altra evidente incongruenza, la sinistra abertzale basca si è sempre mobilitata contro l’Alta Velocità (“AHTrik EZ, emaiezu botea!!”).

    *****Pare che il commando responsabile dell’azione del 20 ottobre contro Karl Hotz provenisse da Parigi e fosse composto da Gilbert Brustlein, Marcel Bourdarias e da un ex membro delle Brigate Internazionali, Spartaco Guisco.
    In precedenza, il 21 agosto, a Parigi alcuni membri dei Bataillon de la Jeunesse, guidato da Pierre Georges (comandante Fabien), avevano ucciso un esponente della Kriegsmarine, Moser, alla stazione del métro Barbès per vendicare due compagni fucilati il 18 dopo aver partecipato ad una manifestazione del P.C.F. Una Cour spéciale condannò a morte, su richiesta dei tedeschi, tre persone già detenute (e che quindi non avevano preso parte all’azione).

    ******In Bretagna alcune formazioni indipendentiste di destra, comunque minoritarie, presero parte ai rastrellamenti e alle torture contro altri bretoni legati alla Resistenza. E’ storicamente accertato (v. gli studi di Kristian Hamon) che i tedeschi finanziarono il Parti national breton (PNB, nato nel 1931, sciolto nel 1939 e rinato alla fine del 1940) per condizionare l’amministrazione di Vichy con la minaccia di una Bretagna indipendente sotto la tutela di Berlino. Studi recenti hanno ridimensionato il numero degli aderenti al PNB (non più di 1500, di cui due-trecento attivisti). All’interno del partito convivevano simpatizzanti sia del nazismo tedesco che del fascismo italiano e anche qualche ammiratore della Falange spagnola. Mentre il principale ideologo del partito, Olier Mondrel, si dichiarava apertamente nazista il presidente (fino al 1944) Raymond Delaporte veniva considerato un “conservateur modéré”. I Bagadoù stourm (“gruppi di combattimento”, sulle loro bandiere il triskell) costituivano il movimento giovanile del PNB e fornirono qualche decina di militanti al Bezen Perrot, una formazione militare fondata da Célestin Lainé dopo l’uccisione dell’abate Perrot, a Scrignac nel dicembre 1943. Sorto come “servizio d’ordine”, ben presto il Bezen Perrot si trasformò in milizia collaborazionista, indossando la divisa germanica, combattendo a fianco dei tedeschi e partecipando a rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni di partigiani. Va sottolineato che l’occupazione nazista incontrò anche in Bretagna una forte opposizione e in varie occasioni (v. a Landerneau nel 1943) la popolazione aveva mostrato disapprovazione per quei militanti di Bagadoù stourm che sfilavano al passo dell’oca e vestiti di nero.
    Ordinato sacerdote nel 1903, Jean-Marie Perrot (Yann-Vari Perrot in bretone) aveva vissuto come un abuso il divieto, risalente al 1902, di insegnare il catechismo in bretone. Per salvaguardare la lingua nazionale organizzò a Saint-Vougay (Finistère) un gruppo teatrale (Paotred Sant-Nouga) e in seguito un movimento, Bleun brug (Fiore di brughiera, in riferimento al congresso interceltico di Caernarvon del 1904 che aveva adottato questo fiore come simbolo). Divenuto associazione nel 1912, il Bleun brug rinascerà dopo la guerra, nel 1920. Perrot scrisse anche molti articoli in difesa della lingua bretone, articoli apparsi regolarmente sulla rivista religiosa Feiz ha Breiz (“Fede e Bretagna”). Forse a causa del suo impegno, giudicato eccessivo dalle autorità ecclesiastiche, Perrot verrà assegnato alla parrocchia di Scrignac, notoriamente anticlericale e dove si formerà una consistente presenza di FTP (Francs-Tireurs et Partisans). La vera identità dei suoi uccisori non venne mai definitivamente stabilita. Nel dopoguerra seguaci di De Gaulle e comunisti si rinfacciarono la responsabilità con reciproche accuse, ma non si può nemmeno escludere una responsabilità di quei bretoni che poi gli dedicarono la milizia denominata Bezen Perrot. Poco prima di venir assassinato, l’abate Perrot aveva duramente condannato Cèlestin Lainé per il suo neo-paganesimo. Un altro gruppo paramilitare bretone che prese parte attiva agli interrogatori e alle torture dei partigiani fu il meno conosciuto Kommando Landerneau. A queste formazioni collaborazioniste degli anni quaranta, si richiameranno apertamente gli indipendentisti di estrema destra dell’Adsav.
    G.S.

  4. “Quello dell’appropriazione indebita da destra nei confronti di cause di sinistra (oltre all’autodeterminazione e alle lotte di liberazione dei popoli: l’antimperialismo, l’ambientalismo, l’antispecismo etc.) è un problema che, a mio avviso, andrebbe affrontato molto seriamente, non solo con dichiarazioni di principio ideologiche”…………..

    Caro Sig, Gianni l’utodeterminazione dei popoli infaytto i non deve essee un concetto di destra, né di sinistra. Se forse qualcuno a destra, si apprpria, lei fa altrettanto (In peggio) facendo la solita parte del progressistello con il ditino alzato che si erge a giudice del mondo.
    Lasci stare, mi creda, non e’ piu’ un ragazzino, su!………perché non facciamo un po’ le persone mature che magari staremo un po’ tutti meglio. DI destra e di sinistra.
    Mi creda
    Stia bene

    Agostino

  5. l’italiano, dott. Agostino..l’italiano…
    (sempre che sia la lingua madre…)
    GS

  6. Comunque, tornando seri e sperando di contribuire al dibattito e alla conoscenza della questione “autodeterminazione del popolo irlandese”, invio questo pezzo ormai d’archivio, ma forse ancora interessante. Una intervista a Ronan Bennett (risalente al 1994), autore de “La seconda prigione”, pubblicato in Italia da Gamberetti editrice. Ronan fu il primo a sollevare e denunciare il caso di Gerry Conlon (morto recentemente) e dei «quattro di Guildford». Inoltre in carcere conobbe, prima dello sciopero della fame del 1981, uno dei protagonisti dell’Hunger Strike, Patsy O’Hara. Personalmente mi sento particolarmente legato alla figura di questo militante di INLA – un autentico rivoluzionario – anche per aver conosciuto e intervistato i suoi genitori (nel 1982 e nel 1985).
    GS

    INTERVISTA CON RONAN BENNETT A CURA DI GIANNI SARTORI (1994)
    Ronan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.
    LA VERA SFIDA

    “Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
    Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

    Dalla repressione ai colloqui
    Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
    Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il Sinn Féin.

    Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
    Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del Sinn Fein. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

    Questa era anche la tua impressione?
    Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

    I conati di vomito di Major
    Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
    Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Féin; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

    Come giustificarono la cosa?
    Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
    Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness (dirigente di spicco del Sinn Féin, ndr) ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

    L’IRA non si è arresa
    Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
    In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

    Naturalmente non è l’unica…
    Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del Sinn Féin venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
    In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

    Centomila persone al funerale di Bobby Sands
    Che cosa li ha costretti a ricredersi?
    Molte cose. Per esempio il fatto che Bobby Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del Sinn Féin. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

    Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
    Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che in Irlanda del Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
    Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo in Irlanda del Nord il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del Sinn Féin.

    Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
    Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

    Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
    In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
    La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con il Sinn Féin.

    A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
    Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

    Il tradimento dei chierici in Irlanda del Nord
    Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
    Ho parlato come scrittore, non solo come membro del Sinn Féin; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

    Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
    Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita in Irlanda del Nord (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

    Dalla parte degli oppressi
    E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
    Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

    La rivolta di Long-Kesh
    Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
    Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
    Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

    Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
    E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

    Patsy O’Hara
    Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…
    Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

    La cella N.14
    Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
    Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

    Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
    Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

    L’incognita loyalista
    Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
    A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

    Divide et impera
    Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
    In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

    Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
    Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.
    I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

    intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

  7. E per concludere (definitivamente, tranquilli) i miei interventi, un ultimo pezzo d’antiquariato (sperando che venga letto con la dovuta attenzione, visto che l’intervistato è -era – Gerry Adams)
    adieu
    GS

    Per una serie di circostanze (grazie all’invito dell’amica giornalista Orsola Casagrande e del compianto Stefano Chiarini) ho potuto documentare fotograficamente una visita di Gerry Adams a Venezia nel maggio 1994. Quella che doveva essere una semplice presentazione del suo libro preceduta da un paio di interviste era poi diventata un momento quasi storico. Ricordo bene la concentrazione di Gerry Adams mentre, da una cabina telefonica pubblica, si informava presso il Sinn Fein sulla risposta di Londra (fino a quel momento inaspettata) in merito a una ventina di domande poste dal movimento repubblicano (in pratica una proposta di colloqui e trattative). “Fortuna che avevano detto di non aver niente da rispondere” aveva commentato (cito a memoria, ma il senso era quello) mentre nella redazione di un giornale locale (mi pare La Nuova Venezia) il fax sfornava metri e metri di risposta ufficiale (21 pagine!) da parte del governo inglese. In seguito, anche se il cammino è stato talvolta tortuoso, le cose come è noto le cose andarono avanti. Un ricordo particolare per Terence “Tarloc” Clarke, storico militante repubblicano presente a Venezia e di cui qualche tempo dopo mi era giunta la notizia della morte. Per la cronaca, le foto di quella giornata vennero inviate a Gerry Adams e alla moglie di Tarloc.
    GS

    STRADE DI BELFAST A VENEZIA
    (Gianni Sartori, Venezia 20 maggio 1994)
    Abbiamo intercettato Gerry Adams (recentemente definito come “le due parole più odiate dai loyalisti filoinglesi”) dalle parti di Rialto mentre si aggirava per calli e canali, pervaso da sincero entusiasmo, in occasione della sua prima passeggiata veneziana. Era arrivato la sera prima e ripartiva quella sera stessa: una visita brevissima scandita da qualche intervista rigorosamente selezionata e dalla presentazione del suo libro “Strade di Belfast”(Pubblicato in Italia da Gamberetti editrice, tradotto da Orsola Casagrande, prefazione di Ronan Bennet) presso la “Scuola dei Calegheri”. Come è noto il leader del Sinn Féin a Belfast deve dormire ogni notte in un luogo diverso e la sua casa è stata ripetutamente oggetto di attentati. Nell’insolita veste di turista a Venezia ha trovato il tempo per ammirare San Marco e dintorni, per qualche foto ricordo e anche per un paio di doverose soste nelle rinomate osterie locali. Per la cronaca riferisco che, come ex detenuto, si è particolarmente interessato al Ponte dei Sospiri (quello che conduceva alle prigioni) e che a pranzo, dopo laboriose ricerche sui termini inglesi equivalenti, ha scelto “bigoi” di primo e “poenta e bacalà” di secondo.
    IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA
    Il conflitto che lacera l’Irlanda del Nord nella sua fase attuale si protrae ormai da 25 anni e ha generato una quantità enorme di narrativa in proposito ma molto poca di questa letteratura sembra avere un autentico valore.
    Finora hanno prevalso gli autori di thriller, la pubblicazione di storie con trame irreali. I personaggi sono improbabili, più che altro caricature. Anche gran parte della letteratura seria ha contribuito a banalizzare la natura del conflitto, semplificandolo e rifiutandosi di analizzarlo. Secondo Gerry Adams è possibile individuare alcune delle principali convenzioni, veri e propri stereotipi, adottate dagli scrittori e ricorrenti nelle descrizioni del conflitto nordirlandese:
    “Prima convenzione: il conflitto nordirlandese è un conflitto irrisolvibile.
    Seconda convenzione: in ogni caso la gente “normale” ne resta fuori, non viene coinvolta.
    Terza convenzione: i militanti di entrambe le opposte fazioni sono in qualche modo degli psicopatici.
    Quarta convenzione: la presenza inglese è necessaria”.
    Queste convenzioni ricorrono, come una vera e propria congiura, una sistematica manipolazione propagandistica, in gran parte della produzione narrativa. Per varie ragioni, non propriamente nobili. Soprattutto perché la maggior parte degli scrittori non ha interesse a impegnarsi politicamente, a schierarsi. Molti di loro arrivano a sostenere che quello che sta accadendo in Irlanda non è riconducibile alla politica.
    In questo il libro di Gerry Adams è molto diverso dalle opere di altri scrittori che si sono occupati della gente di Belfast. La diversità consiste nel fatto che Adams proviene da qui, vive da quarantacinque anni in quelle stesse aree della città; vede quindi quella gente come esseri umani reali, senza sovrapporvi stereotipi; li vede e li descrive nei suoi libri in profondità, “a più dimensioni”. Altri scrittori, magari ritenuti esperti nell’introspezione psicologica, falliscono completamente quando si tratta di fare una analisi psicologica realistica della gente di Belfast. Dichiara Ronan Bennet, autore dell’introduzione, che “spesso mi è capitato di leggere dei libri ben recensiti dalla stampa, libri definiti molto attenti alla realtà del conflitto ma quando li ho letti non vi ho riconosciuto la gente di West Belfast”. Invece, per una reale descrizione di questa gente, “Strade di Belfast” non ha uguali.
    Va anche ricordato come prima degli anni Ottanta fosse molto diffusa e data per scontata, l’idea che i Repubblicani tenessero in pugno la gente dei quartieri cattolici; che l’appoggio della popolazione alle lotte fosse in qualche modo estorto. Ma poi questa stessa gente ha liberamente eletto Gerry Adams al Parlamento. Questo fatto incontestabile ha costretto la propaganda britannica a fare marcia indietro e mobilitarsi per demonizzare l’intera comunità cattolica, “complice” dei Repubblicani. Tra gli altri meriti, il libro di Gerry Adams ha anche quello di restituire alla gente di West Belfast la sua identità.
    L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?
    Cosa puoi dirci della produzione letteraria in Irlanda? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
    Fino a non molto tempo fa in Irlanda lo scrivere sembrava essere interdetto ad alcuni soggetti sociali: la letteratura escludeva le donne, la classe operaia e i Repubblicani. Attualmente la situazione è migliorata, grazie soprattutto al fatto che molti scrittori si sono riappropriati della letteratura.
    E per quanto riguarda la produzione letteraria riguardante il conflitto?
    Ovviamente scrivere sul conflitto è una questione difficile. Ci sono centinaia di libri su questa lotta, in particolare romanzi gialli, thriller. Per un certo genere di scrittori il conflitto nordirlandese è una grossa fonte di ispirazione. Possono ambientarvi le loro trame, proiettarvi i loro eroici protagonisti. Per lo più si tratta di agenti segreti mandati clandestinamente a Belfast dagli Inglesi contro l’IRA che, di solito, ha rapito improbabili vittime (come principesse, cavalli da corsa…) o comunque per portare a termine rischiose operazioni.
    In genere l’eroe sconfigge i cattivi Irlandesi e ritorna vincitore, dopo avere anche avuto qualche storia d’amore. Una trama per lo più scontata (da parte mia vorrei citare “La preda di Harry” che, pur ricalcando alcuni dei soliti stereotipi, presenta un finale diverso. Infatti, muore anche il protagonista inglese, ucciso per errore dalle truppe britanniche, non solo il volontario repubblicano braccato, ndr).
    C’è un mio amico che insegna all’università e che ha impostato un suo corso proprio su questi stereotipi letterari, peraltro ricorrenti quando si parla dell’Irlanda.
    CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?
    Questo crea dei problemi per quanto riguarda una corretta informazione sulle ragioni del conflitto?
    In effetti è una cosa molto seria. A livello di massa la gente può veramente convincersi che buona parte dei Repubblicani è costituita da mezzi esaltati o addirittura psicopatici (come appaiono spesso in questi romanzi) che passa il tempo a complottare su come rapire giovani principesse o veloci cavalli da corsa. Il messaggio è chiaro ed è quello che ritroviamo sempre nel modo in cui i colonialisti pretendono di interpretare la storia irlandese. Secondo queste teorie gli Inglesi non sarebbero venuti in Irlanda per occupare il nostro paese ma per civilizzarci e salvarci dalla barbarie.
    Dimenticando naturalmente che questa opera di “civilizzazione” implicava il fatto di farci cambiare i nostri usi e costumi, la nostra cultura, la nostra stessa identità.
    A proposito di identità. Per un popolo oppresso è fondamentale conservare la propria lingua tradizionale. Questo immagino valga anche per la lingua irlandese?
    Naturalmente. La lingua irlandese è una delle più antiche, una delle prime ad essere state trascritte. Esiste una vastissima produzione letteraria che si perde nei secoli. La tradizione orale in parte è stata soppiantata dalla lingua scritta ma comunque resiste ancora, vive anche nell’era televisiva. E con essa resta viva anche la nostra identità.
    Quale scopo ti proponevi scrivendo questo libro? Contrastare la letteratura basata su stereotipi in merito al conflitto?
    Questo libro non è stato scritto per combattere stereotipi e convenzioni letterarie. Quello che ho cercato e cerco di fare è raccontare delle storie. Nonostante ciò quando è stato pubblicato in Irlanda la televisione ne ha rifiutato la pubblicità (naturalmente gli editori hanno portato il caso in tribunale). Una delle motivazioni era che non si poteva permettere a Gerry Adams di presentarsi come uomo di cultura (in quanto “barbaro e rappresentante di barbari” ); evidentemente permane ancora il tentativo da parte dei media di interpretare e descrivere il conflitto come “guerra tra barbari”.
    COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…
    Come è nata la tua vocazione di scrittore?
    È cominciata in prigione. Questo libro non è nato come tale. Quando ero in prigione scrivevo per “Republican News”. All’inizio dovevano essere articoli politici. Scrivevo in una situazione abbastanza particolare: una cella con il soffitto in filo di ferro, poco più grande di questa stanza, dove stavano concentrate trenta persone e i relativi letti a castello. Quando, per es., cominciavo a scrivere che il tal primo ministro aveva fatto un annuncio e cercavo di spiegare, di trovare un significato, gli altri 29 prigionieri esprimevano la loro opinione. Non solo sul primo ministro ma anche sulla mia opinione sul primo ministro; a questo poi naturalmente si aggiungeva la loro opinione sulla mia opinione sulla loro opinione sul primo ministro. E così via. Quando i miei articoli cominciarono a diventare storie sui prigionieri, sulla nostra situazione. Eravamo in trenta dentro una cella; in un braccio con quattro celle; in ventidue blocchi… C’era una varietà umana incredibile, persone di età ed estrazione diversa; da quelli giovanissimi a quelli già in età pensionabile, provenienti sia dalle città che dalle aree rurali… Così ogni settimana scrivevo cosa succedeva, come si comportavano. Mettevo insieme la mia storia (personalmente ho molto apprezzato quella sul processo al topo caduto nel porridge di un detenuto e infine assolto e rimesso in libertà, ndr), la mettevo in una scatola di tabacco appesantita con delle pietre (la chiamavamo “il piccione”) e la lanciavamo in un altro blocco. Da qui lo scritto veniva portato fuori con qualche espediente. Naturalmente uno dei compiti dei secondini era impedirci di portare all’esterno quello che, secondo gli stereotipi, noi non avremmo saputo fare. Dato che i barbari non sanno scrivere. Alcune storie contenute in questo libro erano state scritte in prigione e poi dimenticate. Naturalmente nella mia attività politica ho dovuto scrivere soprattutto cose politiche ma come hobby ho continuato a prendere appunti, a fissare idee (nei treni, durante gli spostamenti…) da cui poi ricavare storie.
    DA GIBILTERRA A MILLTOWN
    Avevi accennato ad alcuni episodi che vi hanno spinto ad incrementare, ad incoraggiare una produzione letteraria che contribuisse a ristabilire la vera immagine della gente dei quartieri repubblicani…
    Nel 1988 i Servizi (le S.A.S., teste di cuoio britanniche, ndr) avevano assassinato tre militanti dell’IRA a Gibilterra. Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali sono stati attaccati. Tre persone sono state uccise e 64 ferite. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Forse ricordi le immagini di un un uomo (il loyalista autore dell’attentato) che fuggiva tra le tombe. Anche se non è questo l’argomento di cui voglio parlare ricordo che le armi erano state fornite dagli Inglesi e che l’attentatore, un ex detenuto loyalista, aveva avuto precise informazioni su quali esponenti repubblicani sarebbero stati presenti al funerale. In quella occasione i giornali avevano avuto parole di apprezzamento per i giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo, in quanto avevano agito disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime dell’attentato loyalista, una macchina si introdusse nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, due soldati inglesi in borghese. Vennero circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario e questi spararono alcuni colpi di pistola. Come sai vennero catturati dalla folla e linciati. E la gente di West Belfast, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta come barbara, assassina, selvaggia… Da quel momento West Belfast e tutti i suoi abitanti furono oggetto di pesanti campagne denigratorie. L’intera comunità venne considerata responsabile dell’uccisione. Non si faceva nessun tentativo per capire la situazione psicologica di questa gente che due giorni prima era stata attaccata durante un funerale; tutti venivano considerati responsabili.
    Una delle risposte a questa campagna denigratoria è stata quella di organizzare manifestazioni di segno opposto, che mostrassero la realtà del nostro popolo. Organizzammo pubbliche letture di poesie, incontri sportivi, proiezioni cinematografiche, dibattiti…
    Dopo un anno questo “festival” cominciò ad avere grandi adesioni. Quello che all’inizio era stato organizzato come una “forma di sopravvivenza”, per non perdere la propria identità deturpata dai media, (far vedere che questa gente sapeva anche cantare, scrivere poesie, libri…) è divenuto qualcosa di molto più grande. Questo libro è appunto il mio contributo a questa opera, un riconoscimento, una celebrazione della mia gente. Ho voluto far vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella dimenticata dai media. In questo senso ho anche detto che è stato scritto soprattutto per quella stessa gente di cui si parla nel libro. Naturalmente mi fa piacere che venga letto anche altrove. Anche noi abitanti dei quartieri repubblicani dobbiamo ricordarci che c’è un mondo oltre West Belfast.
    Ma la gente di West Belfast è gente particolare, “speciale”? Predisposta a combattere?
    Non direi. La gente di Belfast non è particolarmente combattiva. Quello che succede a Belfast è quello che succederebbe ovunque in quella situazione. Per esempio se voi foste sotto l’occupazione militare, la repressione di uno stato straniero, probabilmente alcuni combatterebbero, altri no, altri ancora troverebbero una via di mezzo. La maggior parte sicuramente andrebbe avanti con la propria vita di ogni giorno. Lo stesso accade a West Belfast. Potenzialmente è una situazione universale.
    DA BALLYMURPHY A SOWETO
    Tento di spiegarmi brevemente con due storie simili, storie analoghe a quelle raccontate nel mio libro. Dopo le recenti elezioni in Sudafrica, alla televisione abbiamo cominciato a vedere film e documentari che non si erano mai visti finché Mandela e i Neri erano considerati dei “barbari”. In uno che ho visto recentemente davano la parola alla gente di Soweto e mi sono riconosciuto in una precisa situazione. Quando ero bambino eravamo una famiglia molto numerosa e mia madre si dava da fare per trovare una casa adeguata. Dopo anni e anni gliene venne assegnata una, un alloggio popolare in costruzione, a Ballymurphy, un quartiere cattolico. Alla domenica andò a vedere le fondamenta e poi in seguito andava ogni domenica a vederla, man mano che veniva costruita.
    In quel documentario che ti dicevo sulla gente di Soweto c’era una donna nera che raccontava di quando da giovane aveva molti figli piccoli; le avevano promesso una casa, un alloggio popolare e ogni domenica andava a vedere questa casa in costruzione. Proprio come mia madre. E questo accadeva mentre, sia in Irlanda che in Sudafrica, le lotte, gli scontri, le violenze imperversavano. Tra l’altro alla fine la casa di questa donna venne costruita attorno ad un masso. Lei raccontava questo fatto in modo molto umoristico; raccontava di quanto erano stati stupidi a costruire la casa attorno ad un masso. In questo ho riconosciuto lo stile, l’atmosfera delle storie di West Belfast.Quindi, concludo, West Belfast è in Sudafrica, in Messico, dovunque la gente mostra il suo coraggio, la sua dignità, la sua pazienza incredibile e anche la sua ironia di fronte a quello che è costretta a sopportare.
    QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA
    A tuo avviso il conflitto ha determinato una diversa mentalità tra Irlanda del Nord e Repubblica? Lo chiedo perché spesso ho avuto l’impressione che al sud non fossero molto interessati alle lotte della comunità cattolica del Nord…
    Non credo ci sia una sostanziale differenza di mentalità. Ci sono invece due realtà politiche molto diverse. Bisogna riconoscere che questi settanta anni di divisione dell’Isola sono stati un vero fallimento non solo dal punto di vista sociale (anche al sud larghi strati della popolazione vivono in povertà) ma soprattutto dal punto di vista culturale. Quando la questione della riunificazione non era rivendicata dalla gente del nord questo forniva un buon argomento, un alibi alla classe politica del sud. Ma quando la gente del nord ha cercato delle soluzioni, i politicanti di Dublino hanno dovuto preoccuparsi dei loro interessi politici che la ripresa delle lotte contro l’oppressione coloniale metteva in discussione. Questo ha portato ad un notevole revisionismo della storia irlandese, con una vera e propria rimozione delle lunghe battaglie per l’indipendenza. Perfino la Rivolta di Pasqua del 1916 non viene celebrata dal Governo di Dublino! Infatti diventa difficile spiegare perchè era giusto lottare contro gli inglesi nel ’16 e ora no.
    Questo naturalmente crea anche problemi di identità perchè un popolo deve sapere da dove viene per sapere dove andare.
    Tra l’altro, come sai, fino al gennaio di quest’anno (1994) gli esponenti e i candidati del Sinn Fein non potevano parlare in televisione. Il bando risaliva addirittura a vent’anni prima. Puoi immaginare cosa significhi per un trentenne che non ha mai sentito alla televisione una dichiarazione dei Repubblicani: non puoi certo pretendere che abbia le idee chiare in proposito. Contemporaneamente bisogni riconoscere che anche il Sinn Fein ha precise responsabilità in questo scarso interesse dimostrato dai cittadini della Repubblica. Una delle principali sfide a cui dobbiamo far fronte nell’immediato futuro è quella di saper rappresentare una valida alternativa politica anche per le 26 contee (la Repubblica, ndr).
    Naturalmente in questo atteggiamento è presente anche la paura. Il conflitto del nord fa paura. È comprensibile che le violenze, gli omicidi, la repressione vengano temuti e respinti, rifiutati.
    Ma nonostante questo bisogna ricordare che, quando ne ha avuto la possibilità, la maggior parte della gente si è espressa a favore del ritiro delle truppe. Non è molto che è stato chiesto al Primo Ministro irlandese perché non vogliono indire un Referendum sugli articoli 1 e 2 (quelli che riguardano i confini tra Repubblica e Irlanda del Nord, ndr). Ha risposto, testualmente: “Perché lo perderemmo”.
    Nonostante tutte queste evidenti contraddizioni penso si possa affermare che la stragrande maggioranza degli irlandesi ha un profondo desiderio di vedere l’Isola completamente libera. La nostra proposta congiunta di pace (fatta da Gerry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, leader del partito cattolico socialdemocratico, ndr) è stata ben accetta anche nella Repubblica.
    NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE
    A proposito della proposta di pace. Da qualche parte si sussurra che rischi di cadere nel nulla, che la parola potrebbe tornare alla repressione da un lato e agli attentati dall’altro. Come stanno effettivamente le cose?
    Le ultime dichiarazioni del Governo inglese sono di fatto una risposta alle proposte irlandesi. Gli Inglesi rispetto al processo di pace si sono mossi in modo riluttante ma i chiarimenti arrivati in questi giorni (proprio la mattina dell’intervista, 20 maggio, grazie al fax di un quotidiano veneziano, Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti, ndr) sono un fatto importante. Prima di Natale il Sinn Féin aveva chiesto precisazioni (tramite il premier irlandese Albert Reynolds) in merito alla cosiddetta Dichiarazione di Downing Street ma ci era stato mandato a dire da fonti ufficiali che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Il nostro è un documento di venti domande in merito a questioni molto importanti riguardanti il testo della Dichiarazione, le differenti interpretazioni che danno della Dichiarazione i due Governi, quali siano i processi e le strutture che si svilupperanno dalla Dichiarazione.
    Adesso hanno accettato di rispondere e per cominciare sono arrivate ben ventun pagine di chiarimenti. Niente male se pensiamo che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”.
    Ora bisogna vedere che ruolo svolge tutto questo nel processo di pace. L’ho ricevuto solo oggi; la mia prima risposta è che ci rapporteremo in modo positivo per far progredire la situazione. Comunque il processo di pace va avanti anche indipendentemente dall’importanza di questo nuovo documento. Noi vogliamo che questa guerra esca dalle nostre vite (purtroppo non sembra che per ora questa sia anche l’aspirazione delle bande loyaliste: nei giorni immediatamente successivi, proprio in risposta alla ripresa del negoziato, ci sono stati vari attentati contro sedi e locali del Sinn Féin, non solo a Belfast ma anche a Dublino, ndr).
    LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE
    Un motivo ricorrente quando si parla dell’Irlanda è che il conflitto è sostanzialmente una lotta settaria legata a discriminanti religiose. Questo in genere chiude il discorso, isola la questione da tutte le implicazioni politiche, sociali… Cosa puoi dirci in proposito?
    Indubbiamente c’è anche una componente settaria, ma comunque è secondaria. La causa determinante del conflitto è la presenza inglese. Insistere solo sul fattore religioso è appunto uno degli stereotipi generalmente adottati dalla narrativa, quella che ci mostra da un lato i fanatici settari loyalisti e dall’altro i bigotti cattolici anche loro con la loro buona dose di settarismo. Entrambi sostanzialmente malvagi.
    Ormai è chiaro a chiunque abbia un minimo di esperienza dell’Irlanda del Nord che questa è un’analisi falsa e superficiale, una posizione di comodo per non affrontare il vero problema.
    STRADE DI BELFAST
    Abbiamo intercettato Gerry Adams (recentemente definito come “le due parole più odiate dai loyalisti filoinglesi”) dalle parti di Rialto mentre si aggirava per calli e canali, pervaso da sincero entusiasmo, in occasione della sua prima passeggiata veneziana. Era arrivato la sera prima e ripartiva quella sera stessa: una visita brevissima scandita da qualche intervista rigorosamente selezionata e dalla presentazione del suo libro “Strade di Belfast”(Pubblicato in Italia da Gamberetti editrice, tradotto da Orsola Casagrande, prefazione di Ronan Bennet) presso la “Scuola dei Calegheri”. Come è noto il leader del Sinn Féin a Belfast deve dormire ogni notte in un luogo diverso e la sua casa è stata ripetutamente oggetto di attentati. Nell’insolita veste di turista a Venezia ha trovato il tempo per ammirare San Marco e dintorni, per qualche foto ricordo e anche per un paio di doverose soste nelle rinomate osterie locali. Per la cronaca riferisco che, come ex detenuto, si è particolarmente interessato al Ponte dei Sospiri (quello che conduceva alle prigioni) e che a pranzo, dopo laboriose ricerche sui termini inglesi equivalenti, ha scelto “bigoi” di primo e “poenta e bacalà” di secondo.
    IL CONFLITTO NORDIRLANDESE NELLA LETTERATURA
    Il conflitto che lacera l’Irlanda del Nord nella sua fase attuale si protrae ormai da 25 anni e ha generato una quantità enorme di narrativa in proposito ma molto poca di questa letteratura sembra avere un autentico valore.
    Finora hanno prevalso gli autori di thriller, la pubblicazione di storie con trame irreali. I personaggi sono improbabili, più che altro caricature. Anche gran parte della letteratura seria ha contribuito a banalizzare la natura del conflitto, semplificandolo e rifiutandosi di analizzarlo. Sarebbe in proposito possibile individuare alcune delle principali convenzioni, veri e propri stereotipi, adottate dagli scrittori e ricorrenti nelle descrizioni del conflitto nordirlandese.
    Prima convenzione: il conflitto nordirlandese è un conflitto irrisolvibile.
    Seconda convenzione: in ogni caso la gente “normale” ne resta fuori, non viene coinvolta.
    Terza convenzione: i militanti di entrambe le opposte fazioni sono in qualche modo degli psicopatici.
    Quarta convenzione: la presenza inglese è necessaria.
    Queste convenzioni ricorrono, come una vera e propria congiura, una sistematica manipolazione propagandistica, in gran parte della produzione narrativa. Per varie ragioni, non propriamente nobili. Soprattutto perché la maggior parte degli scrittori non ha interesse a impegnarsi politicamente, a schierarsi. Molti di loro arrivano a sostenere che quello che sta accadendo in Irlanda non è riconducibile alla politica.
    In questo il libro di Gerry Adams è molto diverso dalle opere di altri scrittori che si sono occupati della gente di Belfast. La diversità consiste nel fatto che Adams proviene da qui, vive da quarantacinque anni in quelle stesse aree della città; vede quindi quella gente come esseri umani reali, senza sovrapporvi stereotipi; li vede e li descrive nei suoi libri in profondità, “a più dimensioni”. Altri scrittori, magari ritenuti esperti nell’introspezione psicologica, falliscono completamente quando si tratta di fare una analisi psicologica realistica della gente di Belfast. Dichiara Ronan Bennet, autore dell’introduzione, che “spesso mi è capitato di leggere dei libri ben recensiti dalla stampa, libri definiti molto attenti alla realtà del conflitto ma quando li ho letti non vi ho riconosciuto la gente di West Belfast”. Invece, per una reale descrizione di questa gente, “Strade di Belfast” non ha uguali.
    Va anche ricordato come prima degli anni Ottanta fosse molto diffusa e data per scontata, l’idea che i Repubblicani tenessero in pugno la gente dei quartieri cattolici; che l’appoggio della popolazione alle lotte fosse in qualche modo estorto. Ma poi questa stessa gente ha liberamente eletto Gerry Adams al Parlamento. Questo fatto incontestabile ha costretto la propaganda britannica a fare marcia indietro e mobilitarsi per demonizzare l’intera comunità cattolica, “complice” dei Repubblicani. Tra gli altri meriti, il libro di Gerry Adams ha anche quello di restituire alla gente di West Belfast la sua identità.
    L’UNICO IRLANDESE BUONO È QUELLO MORTO?
    Cosa puoi dirci della produzione letteraria in Irlanda? Cosa è cambiato negli ultimi anni?
    Fino a non molto tempo fa in Irlanda lo scrivere sembrava essere interdetto ad alcuni soggetti sociali: la letteratura escludeva le donne, la classe operaia e i Repubblicani. Attualmente la situazione è migliorata, grazie soprattutto al fatto che molti scrittori si sono riappropriati della letteratura.
    E per quanto riguarda la produzione letteraria riguardante il conflitto?
    Ovviamente scrivere sul conflitto è una questione difficile. Ci sono centinaia di libri su questa lotta, in particolare romanzi gialli, thriller. Per un certo genere di scrittori il conflitto nordirlandese è una grossa fonte di ispirazione. Possono ambientarvi le loro trame, proiettarvi i loro eroici protagonisti. Per lo più si tratta di agenti segreti mandati clandestinamente a Belfast dagli Inglesi contro l’IRA che, di solito, ha rapito improbabili vittime (come principesse, cavalli da corsa…) o comunque per portare a termine rischiose operazioni.
    In genere l’eroe sconfigge i cattivi Irlandesi e ritorna vincitore, dopo avere anche avuto qualche storia d’amore. Una trama per lo più scontata (da parte mia vorrei citare “La preda di Harry” che, pur ricalcando alcuni dei soliti stereotipi, presenta un finale diverso. Infatti, muore anche il protagonista inglese, ucciso per errore dalle truppe britanniche, non solo il volontario repubblicano braccato, ndr).
    C’è un mio amico che insegna all’università e che ha impostato un suo corso proprio su questi stereotipi letterari, peraltro ricorrenti quando si parla dell’Irlanda.
    CIVILIZZAZIONE O COLONIZZAZIONE?
    Questo crea dei problemi per quanto riguarda una corretta informazione sulle ragioni del conflitto?
    In effetti è una cosa molto seria. A livello di massa la gente può veramente convincersi che buona parte dei Repubblicani è costituita da mezzi esaltati o addirittura psicopatici (come appaiono spesso in questi romanzi) che passa il tempo a complottare su come rapire giovani principesse o veloci cavalli da corsa. Il messaggio è chiaro ed è quello che ritroviamo sempre nel modo in cui i colonialisti pretendono di interpretare la storia irlandese. Secondo queste teorie gli Inglesi non sarebbero venuti in Irlanda per occupare il nostro paese ma per civilizzarci e salvarci dalla barbarie.
    Dimenticando naturalmente che questa opera di “civilizzazione” implicava il fatto di farci cambiare i nostri usi e costumi, la nostra cultura, la nostra stessa identità.
    A proposito di identità. Per un popolo oppresso è fondamentale conservare la propria lingua tradizionale. Questo immagino valga anche per la lingua irlandese?
    Naturalmente. La lingua irlandese è una delle più antiche, una delle prime ad essere state trascritte. Esiste una vastissima produzione letteraria che si perde nei secoli. La tradizione orale in parte è stata soppiantata dalla lingua scritta ma comunque resiste ancora, vive anche nell’era televisiva. E con essa resta viva anche la nostra identità.
    Quale scopo ti proponevi scrivendo questo libro? Contrastare la letteratura basata su stereotipi in merito al conflitto?
    Questo libro non è stato scritto per combattere stereotipi e convenzioni letterarie. Quello che ho cercato e cerco di fare è raccontare delle storie. Nonostante ciò quando è stato pubblicato in Irlanda la televisione ne ha rifiutato la pubblicità (naturalmente gli editori hanno portato il caso in tribunale). Una delle motivazioni era che non si poteva permettere a Gerry Adams di presentarsi come uomo di cultura (in quanto “barbaro e rappresentante di barbari” ); evidentemente permane ancora il tentativo da parte dei media di interpretare e descrivere il conflitto come “guerra tra barbari”.
    COSÌ HO COMINCIATO A SCRIVERE…
    Come è nata la tua vocazione di scrittore?
    È cominciata in prigione. Questo libro non è nato come tale. Quando ero in prigione scrivevo per “Republican News”. All’inizio dovevano essere articoli politici. Scrivevo in una situazione abbastanza particolare: una cella con il soffitto in filo di ferro, poco più grande di questa stanza, dove stavano concentrate trenta persone e i relativi letti a castello. Quando, per es., cominciavo a scrivere che il tal primo ministro aveva fatto un annuncio e cercavo di spiegare, di trovare un significato, gli altri 29 prigionieri esprimevano la loro opinione. Non solo sul primo ministro ma anche sulla mia opinione sul primo ministro; a questo poi naturalmente si aggiungeva la loro opinione sulla mia opinione sulla loro opinione sul primo ministro. E così via. Quando i miei articoli cominciarono a diventare storie sui prigionieri, sulla nostra situazione. Eravamo in trenta dentro una cella; in un braccio con quattro celle; in ventidue blocchi… C’era una varietà umana incredibile, persone di età ed estrazione diversa; da quelli giovanissimi a quelli già in età pensionabile, provenienti sia dalle città che dalle aree rurali… Così ogni settimana scrivevo cosa succedeva, come si comportavano. Mettevo insieme la mia storia (personalmente ho molto apprezzato quella sul processo al topo caduto nel porridge di un detenuto e infine assolto e rimesso in libertà, ndr), la mettevo in una scatola di tabacco appesantita con delle pietre (la chiamavamo “il piccione”) e la lanciavamo in un altro blocco. Da qui lo scritto veniva portato fuori con qualche espediente. Naturalmente uno dei compiti dei secondini era impedirci di portare all’esterno quello che, secondo gli stereotipi, noi non avremmo saputo fare. Dato che i barbari non sanno scrivere. Alcune storie contenute in questo libro erano state scritte in prigione e poi dimenticate. Naturalmente nella mia attività politica ho dovuto scrivere soprattutto cose politiche ma come hobby ho continuato a prendere appunti, a fissare idee (nei treni, durante gli spostamenti…) da cui poi ricavare storie.
    DA GIBILTERRA A MILLTOWN
    Avevi accennato ad alcuni episodi che vi hanno spinto ad incrementare, ad incoraggiare una produzione letteraria che contribuisse a ristabilire la vera immagine della gente dei quartieri repubblicani…
    Nel 1988 i Servizi (le S.A.S., teste di cuoio britanniche, ndr) avevano assassinato tre militanti dell’IRA a Gibilterra. Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali sono stati attaccati. Tre persone sono state uccise e 64 ferite. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo. Forse ricordi le immagini di un un uomo (il loyalista autore dell’attentato) che fuggiva tra le tombe. Anche se non è questo l’argomento di cui voglio parlare ricordo che le armi erano state fornite dagli Inglesi e che l’attentatore, un ex detenuto loyalista, aveva avuto precise informazioni su quali esponenti repubblicani sarebbero stati presenti al funerale. In quella occasione i giornali avevano avuto parole di apprezzamento per i giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo, in quanto avevano agito disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime dell’attentato loyalista, una macchina si introdusse nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, due soldati inglesi in borghese. Vennero circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario e questi spararono alcuni colpi di pistola. Come sai vennero catturati dalla folla e linciati. E la gente di West Belfast, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta come barbara, assassina, selvaggia… Da quel momento West Belfast e tutti i suoi abitanti furono oggetto di pesanti campagne denigratorie. L’intera comunità venne considerata responsabile dell’uccisione. Non si faceva nessun tentativo per capire la situazione psicologica di questa gente che due giorni prima era stata attaccata durante un funerale; tutti venivano considerati responsabili.
    Una delle risposte a questa campagna denigratoria è stata quella di organizzare manifestazioni di segno opposto, che mostrassero la realtà del nostro popolo. Organizzammo pubbliche letture di poesie, incontri sportivi, proiezioni cinematografiche, dibattiti…
    Dopo un anno questo “festival” cominciò ad avere grandi adesioni. Quello che all’inizio era stato organizzato come una “forma di sopravvivenza”, per non perdere la propria identità deturpata dai media, (far vedere che questa gente sapeva anche cantare, scrivere poesie, libri…) è divenuto qualcosa di molto più grande. Questo libro è appunto il mio contributo a questa opera, un riconoscimento, una celebrazione della mia gente. Ho voluto far vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella dimenticata dai media. In questo senso ho anche detto che è stato scritto soprattutto per quella stessa gente di cui si parla nel libro. Naturalmente mi fa piacere che venga letto anche altrove. Anche noi abitanti dei quartieri repubblicani dobbiamo ricordarci che c’è un mondo oltre West Belfast.
    Ma la gente di West Belfast è gente particolare, “speciale”? Predisposta a combattere?
    Non direi. La gente di Belfast non è particolarmente combattiva. Quello che succede a Belfast è quello che succederebbe ovunque in quella situazione. Per esempio se voi foste sotto l’occupazione militare, la repressione di uno stato straniero, probabilmente alcuni combatterebbero, altri no, altri ancora troverebbero una via di mezzo. La maggior parte sicuramente andrebbe avanti con la propria vita di ogni giorno. Lo stesso accade a West Belfast. Potenzialmente è una situazione universale.
    DA BALLYMURPHY A SOWETO
    Tento di spiegarmi brevemente con due storie simili, storie analoghe a quelle raccontate nel mio libro. Dopo le recenti elezioni in Sudafrica, alla televisione abbiamo cominciato a vedere film e documentari che non si erano mai visti finché Mandela e i Neri erano considerati dei “barbari”. In uno che ho visto recentemente davano la parola alla gente di Soweto e mi sono riconosciuto in una precisa situazione. Quando ero bambino eravamo una famiglia molto numerosa e mia madre si dava da fare per trovare una casa adeguata. Dopo anni e anni gliene venne assegnata una, un alloggio popolare in costruzione, a Ballymurphy, un quartiere cattolico. Alla domenica andò a vedere le fondamenta e poi in seguito andava ogni domenica a vederla, man mano che veniva costruita.
    In quel documentario che ti dicevo sulla gente di Soweto c’era una donna nera che raccontava di quando da giovane aveva molti figli piccoli; le avevano promesso una casa, un alloggio popolare e ogni domenica andava a vedere questa casa in costruzione. Proprio come mia madre. E questo accadeva mentre, sia in Irlanda che in Sudafrica, le lotte, gli scontri, le violenze imperversavano. Tra l’altro alla fine la casa di questa donna venne costruita attorno ad un masso. Lei raccontava questo fatto in modo molto umoristico; raccontava di quanto erano stati stupidi a costruire la casa attorno ad un masso. In questo ho riconosciuto lo stile, l’atmosfera delle storie di West Belfast.Quindi, concludo, West Belfast è in Sudafrica, in Messico, dovunque la gente mostra il suo coraggio, la sua dignità, la sua pazienza incredibile e anche la sua ironia di fronte a quello che è costretta a sopportare.
    QUANDO LA STORIA VIENE RIMOSSA
    A tuo avviso il conflitto ha determinato una diversa mentalità tra Irlanda del Nord e Repubblica? Lo chiedo perché spesso ho avuto l’impressione che al sud non fossero molto interessati alle lotte della comunità cattolica del Nord.
    Non credo ci sia una sostanziale differenza di mentalità. Ci sono invece due realtà politiche molto diverse. Bisogna riconoscere che questi settanta anni di divisione dell’Isola sono stati un vero fallimento non solo dal punto di vista sociale (anche al sud larghi strati della popolazione vivono in povertà) ma soprattutto dal punto di vista culturale. Quando la questione della riunificazione non era rivendicata dalla gente del nord questo forniva un buon argomento, un alibi alla classe politica del sud. Ma quando la gente del nord ha cercato delle soluzioni, i politicanti di Dublino hanno dovuto preoccuparsi dei loro interessi politici che la ripresa delle lotte contro l’oppressione coloniale metteva in discussione. Questo ha portato ad un notevole revisionismo della storia irlandese, con una vera e propria rimozione delle lunghe battaglie per l’indipendenza. Perfino la Rivolta di Pasqua del 1916 non viene celebrata dal Governo di Dublino! Infatti diventa difficile spiegare perchè era giusto lottare contro gli inglesi nel ’16 e ora no.
    Questo naturalmente crea anche problemi di identità perchè un popolo deve sapere da dove viene per sapere dove andare.
    Tra l’altro, come sai, fino al gennaio di quest’anno (1994) gli esponenti e i candidati del Sinn Fein non potevano parlare in televisione. Il bando risaliva addirittura a vent’anni prima. Puoi immaginare cosa significhi per un trentenne che non ha mai sentito alla televisione una dichiarazione dei Repubblicani: non puoi certo pretendere che abbia le idee chiare in proposito. Contemporaneamente bisogni riconoscere che anche il Sinn Fein ha precise responsabilità in questo scarso interesse dimostrato dai cittadini della Repubblica. Una delle principali sfide a cui dobbiamo far fronte nell’immediato futuro è quella di saper rappresentare una valida alternativa politica anche per le 26 contee (la Repubblica, ndr).
    Naturalmente in questo atteggiamento è presente anche la paura. Il conflitto del nord fa paura. È comprensibile che le violenze, gli omicidi, la repressione vengano temuti e respinti, rifiutati.
    Ma nonostante questo bisogna ricordare che, quando ne ha avuto la possibilità, la maggior parte della gente si è espressa a favore del ritiro delle truppe. Non è molto che è stato chiesto al Primo Ministro irlandese perché non vogliono indire un Referendum sugli articoli 1 e 2 (quelli che riguardano i confini tra Repubblica e Irlanda del Nord, ndr). Ha risposto, testualmente: “Perché lo perderemmo”.
    Nonostante tutte queste evidenti contraddizioni penso si possa affermare che la stragrande maggioranza degli irlandesi ha un profondo desiderio di vedere l’Isola completamente libera. La nostra proposta congiunta di pace (fatta da Gerry Adams per il Sinn Fein e da John Hume, leader del partito cattolico socialdemocratico, ndr) è stata ben accetta anche nella Repubblica.
    NOI VOGLIAMO CHE QUESTA GUERRA ESCA DALLE NOSTRE VITE
    A proposito della proposta di pace. Da qualche parte si sussurra che rischi di cadere nel nulla, che la parola potrebbe tornare alla repressione da un lato e agli attentati dall’altro. Come stanno effettivamente le cose?
    Le ultime dichiarazioni del Governo inglese sono di fatto una risposta alle proposte irlandesi. Gli Inglesi rispetto al processo di pace si sono mossi in modo riluttante ma i chiarimenti arrivati in questi giorni (proprio la mattina dell’intervista, 20 maggio, grazie al fax di un quotidiano veneziano, Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti, ndr) sono un fatto importante. Prima di Natale il Sinn Féin aveva chiesto precisazioni (tramite il premier irlandese Albert Reynolds) in merito alla cosiddetta Dichiarazione di Downing Street ma ci era stato mandato a dire da fonti ufficiali che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Il nostro è un documento di venti domande in merito a questioni molto importanti riguardanti il testo della Dichiarazione, le differenti interpretazioni che danno della Dichiarazione i due Governi, quali siano i processi e le strutture che si svilupperanno dalla Dichiarazione.
    Adesso hanno accettato di rispondere e per cominciare sono arrivate ben ventun pagine di chiarimenti. Niente male se pensiamo che “non c’era bisogno di alcuna precisazione”.
    Ora bisogna vedere che ruolo svolge tutto questo nel processo di pace. L’ho ricevuto solo oggi; la mia prima risposta è che ci rapporteremo in modo positivo per far progredire la situazione. Comunque il processo di pace va avanti anche indipendentemente dall’importanza di questo nuovo documento. Noi vogliamo che questa guerra esca dalle nostre vite (purtroppo non sembra che per ora questa sia anche l’aspirazione delle bande loyaliste: nei giorni immediatamente successivi, proprio in risposta alla ripresa del negoziato, ci sono stati vari attentati contro sedi e locali del Sinn Féin, non solo a Belfast ma anche a Dublino, ndr).
    LA CAUSA DETERMINANTE DEL CONFLITTO È LA PRESENZA INGLESE
    Un motivo ricorrente quando si parla dell’Irlanda è che il conflitto è sostanzialmente una lotta settaria legata a discriminanti religiose. Questo in genere chiude il discorso, isola la questione da tutte le implicazioni politiche, sociali… Cosa puoi dirci in proposito?
    Indubbiamente c’è anche una componente settaria, ma comunque è secondaria. La causa determinante del conflitto è la presenza inglese. Insistere solo sul fattore religioso è appunto uno degli stereotipi generalmente adottati dalla narrativa, quella che ci mostra da un lato i fanatici settari loyalisti e dall’altro i bigotti cattolici anche loro con la loro buona dose di settarismo. Entrambi sostanzialmente malvagi.
    Ormai è chiaro a chiunque abbia un minimo di esperienza dell’Irlanda del Nord che questa è un’analisi falsa e superficiale, una posizione di comodo per non affrontare il vero problema.
    gianni sartori (maggio 1994)

  8. “l’italiano, dott. Agostino..l’italiano…
    (sempre che sia la lingua madre…)”
    GS

    Ci sono in effetti un paio di errori nel mio commento dovuti a precipitazione, ma non alla mancata conoscenza di regole grammaticali.
    La sostanza invece resta perfettamente invariata. Credo questa sia la cosa piu’ importante, ma evidentemente si preferisce fare dell’ ironia (molto infantile per la sua eta’………..) piuttosto che argomentare su quanto postato.
    Mi stia bene e se posso permettermi un consiglio …………..meno supponenza e pressapochismo renderebbero sempre il dialogo tra le parti meno complesso e nel suo caso la renderebbero persona meno astiosa.
    Cio’ non toglie nulla all’interesse per le interviste postate in seguito.
    Notte!

    Agostino Fusar-Poli

  9. Che palle! (e scusate il francesismo).

    A definitiva conclusione di una discussione fuorviante (e scaduta nel personalismo, non per mia iniziativa) e cercando di riportare il dibattito sul “tema della serata”, allego quanto pubblicato su CSA Arcadia (dove eventualmente leggere anche il resto) come premessa ad un mio articolo. Parlare d’altro per non affrontare le vere questioni (vedi sotto) non funziona più.
    Comunque, se avete ancora dubbi sulla collocazione politica di IRA, INLA, Sinn Fein e IRSP (sono queste le organizzazioni dei dieci martiri del 1981) potete chiedere alla sorella di Bobby Sands o alla madre di Patsy O’Hara (posso darvi il recapito, senza alcuna ironia). Persone civili, estremamente dignitose e sicuramente di sinistra (come i loro cari morti per la liberazione. Di tutti, altrimenti non vale). Concludo ricordando che nel mio lavoro di contro-informazione sulle lotte di liberazione (Irlanda, Euskal Herria, Corsica, PP.CC., Libano, Kurdistan, Sud Africa…) mi sono sempre confrontato con i diretti interessati, possibilmente “in loco” e a lungo …Sarebbe una buona regola prima di occuparsi di questioni così delicate.

    Riporto da CSA Arcadia (penso sia un covo di “comunisti” o roba del genere…senza ironia).

    Premessa. Mi segnalano che la garbata polemica da me involontariamente sollevata ponendo la questione della “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente denominata celtica” (v. l’articolo “Fascisti, tenete giù le mani dall’Irlanda”) è proseguita in altre sedi. A mio avviso, un inutile dispendio di energie per dimostrare l’indimostrabile, ossia che quel simbolo non sarebbe un richiamo al collaborazionismo filonazista. Per i non addetti: si parlava della mostrina di una compagnia Flack (contraerea) formata da collaborazionisti francesi e destinata, per decreto, a diventare emblema della Charlemagne (waffen ss) se la guerra non fosse finita in tempo. Andrebbe spiegato, da parte di questi presunti sostenitori dell’autodeterminazione dei popoli, come mai il legame con la mostrina di riconoscimento di quella Flack venisse rivendicato nel dopoguerra da alcuni reduci delle waffen-ss. Personaggi che parteciparono alla fondazione del Parti republicain d’union populaire (poi Mouvement socialiste d’unité francaise) e riesumarono la “croce cerchiata delle ss francesi impropriamente chiamata celtica”(consultare “Le combattant europeèn”). A parte il fatto che l’essere stata poi utilizzata dall’OAS basta e avanza (almeno per chi crede all’autodeterminazione dei popoli, gli algerini in questo caso).

    Come capita sovente “quando il saggio indica con il dito la luna, lo stolto vede soltanto il dito”.

    Il ruolo di “saggio” sicuramente non mi compete, ma è comunque da stolti non vedere (o non voler vedere) quale fosse il vero problema posto dal mio intervento. Non ho ancora registrato commenti da parte del “settore destro” sul ruolo svolto dai loro fratelli maggiori, certi soidisant “antimperialisti” di estrema destra che finirono per integrarsi nelle squadre della morte spagnole (ATE, BVE, GAL, quelle che assassinavano i rifugiati baschi in Iparralde e i carlisti dissidenti a Montejurra-Jurramendi). O magari con l’esercito sudafricano contro le lotte di liberazione nazionale in Angola e Namibia. Per non parlare della collaborazione con i regimi fascisti in America Latina e con le milizie maronite di destra in Libano (contro i palestinesi). Nessun chiarimento poi sui rapporti intercorsi tra i fascisti nostrani e quelli inglesi del NF (e quindi, magari indirettamente, con le destre protestanti, i lealisti di UDA, UVF, UFF…).
    GS

  10. Confidando nella buona fede e nel genuino interesse dei vostri lettori per la causa irlandese vi invio questo contributo (sempre d’archivio), un’intervista a Bernadette Devlin risalente al 1995 (erano iniziate da qualche mese le trattative che poi porteranno al processo di pacificazione ancora in corso…).
    adieu GS

    Un incontro con Bernadette Devlin
    (Gianni Sartori, 1995)

    Il tempo è passato anche per l’inossidabile Bernadette Devlin McAliskey, eroina delle lotte per i Diritti Civili degli anni Sessanta. Adesso ha 47 anni, tre figli e l’aspetto un po’ meno battagliero di quando, armata di megafono, arringava i proletari del Bogside da qualche barricata. L’avevo già incontrata a casa sua circa dieci anni fa (1985) e tra l’altro si era parlato della simpatia dimostrata dalla cosiddetta Destra radicale per la causa irlandese. Lapidario il giudizio di Bernadette: “Di sicuro sono simpatie a senso unico”. Qualche “critica costruttiva” anche per il Sinn Fein, all’epoca giudicato “troppo pragmatico”. In particolare si era risentita per la partecipazione ai funerali di Bobby Sands di esponenti dell’ambasciata iraniana (la centrale “Strada degli Inglesi” di Teheran era stata ribattezzata “Strada Bobby Sands”). A soli ventidue anni Bernadette venne eletta al Parlamento di Westminster e quasi contemporaneamente prese parte alla “Battaglia del Bogside” (agosto ’69), quando la comunità cattolica di Derry si trovò nella condizione di doversi difendere a colpi di pietre e molotov dagli attacchi delle bande paramilitari della destra protestante e della polizia nordirlandese. Nel ’72 meritò ancora l’onore delle cronache per aver preso a pugni il Ministro degli Interni, Reginald Mauldling, che aveva spudoratamente mentito sulla responsabilità delle truppe inglesi nel massacro del 30 gennaio 1972 (“Bloody Sunday”, quando a Derry 13 civili furono uccisi dai soldati).
    Negli anni Settanta si impegnò nelle iniziative contro l’”internamento” di migliaia di cattolici che vennero incarcerati senza accuse né processi. Successivamente fondò il “National Armagh Block Committee” denunciando all’opinione pubblica mondiale le infami condizioni in cui venivano tenuti i prigionieri repubblicani di Long Kesh e di Armagh. Nel 1981 la sua casa venne attaccata da un commando loyalista e Bernadette rimase gravemente ferita da nove colpi di pistola. All’epoca del nostro primo incontro, proprio pensando a quell’episodio, le avevo chiesto come riuscisse a conciliare l’attività politica con il ruolo di madre. Mi rispose che “non sono certo due cose facili da conciliare, ma sono convinta che l’attività politica non mi ha impedito di essere una madre responsabile. In ogni momento la mia maggior preoccupazione è stata per i miei figli. Il 16 febbraio dell’81, quando fui gambizzata da un commando unionista che aveva invaso la mia casa, stavo nascondendo sotto il letto l’ultimo dei miei tre figli. Cosa vuoi, gli Irlandesi amano la sfida…”.
    Il concetto è stato ribadito in occasione di questo ultimo incontro. “Riuscire a conciliare la militanza con la propria vita quotidiana è praticamente impossibile. Ho una sola vita e, come tutti, molte cose da fare. Penso di aver avuto meno possibilità di scelta nei confronti di chi ha potuto intraprendere una carriera professionale. Qui in Italia presumo che una donna possa decidere di farsi una famiglia o una professione, o entrambe. Oppure decidere di fare qualcos’altro: occuparsi di politica, lottare… Nella mia situazione non c’era possibilità di scelta. Potevo soffrire in silenzio o soffrire gridando e lottando. Ma non avrei mai potuto scegliere di non soffrire”.

    D. Cosa pensi del modo in cui i media hanno trattato la questione irlandese in tutti questi anni?
    Penso che molte delle cose terribili accadute in Irlanda del Nord in questi ultimi venticinque anni forse non sarebbero successe se l’opinione pubblica fosse stata adeguatamente informata. Francamente mi meraviglia che, in un’epoca in cui è diventato molto facile comunicare notizie, persone che hanno scelto la professione di giornalista si comportino in modo così pigro, scrivano senza recarsi di persona nei luoghi di cui pretendono parlare… Non solo per quanto riguarda l’Irlanda del Nord, naturalmente. La mia esperienza è che preferiscono starsene nei loro uffici ricevendo da altri le notizie. La maggior parte del giornalismo che si occupa del caso Irlanda non va più in là di Londra. E così l’opinione pubblica non si rende conto che le notizie arrivano direttamente dal governo inglese.

    D. Quali sono, a tuo avviso, le cause del permanere di questa situazione coloniale o neocoloniale in Irlanda?
    Sono soprattutto cause storiche. È facile nell’Europa moderna dimenticare la storia, anche quando (come in Irlanda o in Bosnia) gli errori della storia distruggono la vita di migliaia di persone. L’Irlanda è stata la prima colonia degli Inglesi e pare destinata a diventare anche l’ultima. Oggi l’impero britannico non esiste più, ma esistono ancora alcune colonie. Oltre all’Irlanda del Nord, Gibilterra, Hong Kong (che sta per diventare indipendente) e le isole Falkland (Malvinas, ndr). Per queste ultime la Gran Bretagna ha combattuto una guerra contro l’Argentina agli inizi degli anni Ottanta. Le relazioni tra Spagna e Gran Bretagna sono ancora difficili per via di Gibilterra. Per quanto riguarda l’Irlanda il rapporto è ancora sostanzialmente quello tra colonizzato e colonizzatore. Se non ci si mette in questa ottica, si farà sempre fatica a capire quanto accade. Il problema nasce dal rifiuto di Londra di accettare l’autodeterminazione dell’Irlanda.

    D. La cronaca registra soprattutto gli episodi più eclatanti, la violenza della lotta armata. Esiste solo questo da parte del popolo irlandese che lotta per la sua indipendenza?
    Noi Irlandesi abbiamo lottato molto anche in modo nonviolento per la nostra autodeterminazione. Quando è stato possibile con il voto: nel 1918 a Londra i deputati irlandesi avevano 105 seggi. Di questi ben 78 erano andati al Sinn Fein. Questa vittoria elettorale permise al Sinn Fein, con una decisione pacifica e democratica, di costituire un Parlamento indipendente. Gli Inglesi considerarono quel voto un tradimento, i deputati vennero imprigionati e cominciò la nostra guerra di indipendenza. Alla fine furono ancora gli Irlandesi a muoversi per una soluzione pacifica. Invece gli Inglesi preferirono dividere in due il paese, creando le premesse per un futuro conflitto.

    D. Londra ha sempre dichiarato di aver voluto in questo modo tutelare una minoranza, i protestanti…Cosa puoi dirci a tale proposito?
    Si tratta di una minoranza privilegiata, stanziata in due contee e mezza dell’Isola. È come se in Sudafrica gli Afrikaner si fossero ritagliato uno stato indipendente. Ma quando il governo inglese volle la separazione, i leaders irlandesi commisero l’errore di accettare. La cosiddetta “maggioranza protestante” che era tale solo in due contee e mezza, si vide assegnare molto di più: sei contee. Ancora oggi è concentrata in due contee: Antrim (dove c’è Belfast) e Down.

    D. Come sono andate le cose dopo la divisione dell’Isola? E, in particolare, cosa è accaduto negli ultimi venticinque anni?
    Non certo democraticamente. Dal ’22 al ’72, per cinquant’anni, gli Unionisti gestirono il potere in esclusiva. Anche i membri delle forze dell’ordine appartenevano al partito unionista. Dal canto loro gli esponenti della comunità cattolica hanno sempre avuto almeno il doppio di probabilità di restare disoccupati rispetto ai protestanti e in tutto questo tempo è rimasta in vigore la legislazione di emergenza. Alla fine degli anni Sessanta il Movimento per i Diritti Civili, nonviolento, venne ripetutamente attaccato dalla polizia e dai paramilitari protestanti. Con l’arrivo delle truppe inglesi, inizialmente inviate per difendere i cattolici, ebbero inizio venticinque anni di quella che io chiamo “società militarizzata”. Gli inglesi non possono governare in modo democratico nell’Irlanda del Nord semplicemente perché qui non esistono strutture democratiche. Nel corso di questi ultimi venticinque anni ogni elementare diritto civile è stato abolito. Pensa a cosa significa poter essere arrestato per strada in ogni momento, senza che nemmeno venga reso pubblico il motivo… Si parlava prima della famiglia… Ebbene, i miei tre figli (che ora hanno rispettivamente 15, 19 e 23 anni) sono cresciuti sapendo che in ogni momento potevano essere arrestati anche senza aver fatto nulla, per un sospetto, per un controllo… È difficile, per chi non l’abbia provato, capire cosa significhi realmente la mancanza di rispetto per i Diritti Umani.

    D. Dicevi prima che sull’Irlanda del Nord i media sono sempre stati reticenti. Anche dopo che è iniziato il processo di pace?
    Come ho detto, i giornalisti sembrano volersi occupare più che altro dei fatti spettacolari, della violenza. Passata la “sbornia” per il cessate il fuoco dell’IRA, l’interesse è venuto meno. Quando i Repubblicani hanno fatto questo passo verso la pace, molti giornali hanno detto che ormai la pace era stata raggiunta. In realtà i problemi restano uguali a prima. L’esercito continua ad usare i proiettili di plastica (micidiali e, spesso, mortali; usati anche contro pacifiche dimostrazioni, ndr); soprattutto contro i giovani e spesso senza motivo. La gente non ha il diritto di essere rappresentata dai politici che sceglie…

    D. Puoi farci un esempio?
    Io posso votare per il Sinn Fein ma il governo non riconosce il Sinn Fein come legittimo rappresentante di una parte della comunità cattolica. Quindi è come se non avessi votato. Se io chiedo al mio candidato di indagare, per es., su un problema sanitario e lui scrive, fa una richiesta al Ministro della Sanità, questo non gli risponde nemmeno. Finora il governo si è sempre rifiutato di parlare con il Sinn Fein. Quindi noi abbiamo il diritto di voto ma per il governo è come se non avessimo votato.

    D. Ma adesso, dopo le dichiarazioni di Major ai primi di novembre, sembra che finalmente qualcosa stia cambiando…
    In realtà, a più di tre mesi dal cessate il fuoco dell’IRA, il governo inglese non ha dato, a mio avviso, garanzie di una sua precisa volontà politica di risolvere il conflitto. Sembra interessato soltanto a ritornare alla situazione che c’era prima dell’inizio della guerra (Bernadette si riferisce alla ripresa della lotta armata da parte dei “Provisionals”, quindi agli ultimi venticinque anni, ndr), ma la storia del mio paese insegna che se non si risolvono i problemi la guerra riprenderà. Magari tra qualche anno, magari alla prossima generazione. Ricordo che la Gran Bretagna non ha mai governato in Irlanda per più di due generazioni senza guerra. Bisogna risolvere le questioni coloniale, culturale, economica, dei Diritti Umani… solo allora avremo la pace.

    D. Pensi che la lotta armata potrebbe riprendere?
    Penso che la stragrande maggioranza delle persone che vivono in Irlanda vorrebbe risolvere la questione in modo pacifico, ma gli Inglesi si illudono se pensano che “non c’è più lotta armata, non ci sono più problemi”. È molto importante che ci si occupi ancora dell’ultima colonia inglese.

    D. In questi giorni (1995 nda) sono ripresi i combattimenti nella Bosnia e qualche giornale ha fatto il paragone con gli scontri settari nell’Irlanda del Nord. Pensi sia lecito stabilire un’analogia?
    Sono paragoni quanto mai superficiali. Caso mai si può ricavarne una medesima lezione: anche la violenza della Bosnia trova la sua origine nella storia. Per esperienza devo dire che in genere i giornalisti non informano i loro lettori sulle ragioni storiche dei conflitti. Si auspica una soluzione senza aver studiato il contesto storico. Ritengo sia semplicistico dire che i Serbi sono i cattivi e gli altri i buoni. Ci vuole ben altro per riuscire a capire come si possa essere arrivati a quel punto, a violare in tale misura i Diritti Umani. Ritengo inoltre che vi sia un rapporto tra le sofferenze inflitte al “nemico” e quelle subite da un popolo, una comunità, un gruppo sociale; soprattutto se nessuno, a livello di opinione pubblica, si è occupato di queste. Penso che per cominciare a risolvere i problemi sia indispensabile conoscere, informarsi, istruirsi… altrimenti si parla a vuoto.

    D. Spesso hai criticato duramente la politica del governo irlandese. Che giudizio dai del ruolo avuto nelle iniziative per il processo di pace? Ha avuto una particolare rilevanza il fatto che il Presidente dell’Irlanda fosse una donna?
    Bisogna riconoscere che la presidente Mary Robinson ha svolto un’azione innovatrice rispetto ad anni ed anni di tradizionalismo e conservatorismo, ma questo non riguarda il processo di pace. Secondo la Costituzione, il Presidente non ha niente a che fare con il governo, che in questa circostanza ha dimostrato molta autonomia e coraggio politico. Dal mio punto di vista c’è comunque una grossa difficoltà: manca ancora un vero e proprio progetto politico. Quello che hanno in mente a Dublino, il Forum per la pace aperto a tutti i partiti irlandesi, è insufficiente. Infatti i partiti filoinglesi si sono rifiutati di prendere parte alle prime riunioni congiunte. È inoltre evidente che anche il governo inglese ha in mente un suo progetto di pace, ma anche in questo caso manca un programma preciso, una serie di scadenze da portare avanti. Mi sembra quindi difficile riuscire a far collimare i due processi di pace. Devo comunque riconoscere (ed è noto che non sono mai stata una sostenitrice del governo irlandese, anzi) che in questa circostanza ha saputo compiere un passo molto importante per la pace. Resta comunque chiaro che il governo di Dublino non ha alcuna autorità nell’Irlanda del nord.

    D. Pensi che in futuro sia possibile convivere pacificamente tra cattolici e protestanti in Irlanda?
    Si, sono convinta che vivere insieme sia possibile anche perché cattolici e protestanti convivono pacificamente dovunque nel mondo. Mi chiedo piuttosto se in Irlanda sia possibile creare una società democratica, dove la religione che uno professa non sia così determinante per la politica. Penso sia necessario programmare alcune scadenze per il futuro. Innanzitutto elaborare una Costituzione che dovrà essere ratificata dal popolo irlandese con il voto. Per arrivare a questo non c’è che lo strumento del dialogo. Inoltre deve essere ben chiara la questione dei Diritti Umani che qui sono stati violati sistematicamente. Per questo c’è bisogno di un controllo dell’ONU, di garanti non direttamente coinvolti, di un arbitro internazionale super partes: né inglesi, né irlandesi e, a mio avviso, neanche americani. Bisogna poi darsi un termine preciso. Io propongo 5 anni. Se iniziamo adesso, tra 5 anni dovremmo aver completato il dialogo politico e permettere quindi alla gente di esprimere la sua opinione con il voto. La questione centrale resta comunque la solita: il governo inglese ha intenzione di continuare a governare l’Irlanda del Nord o intende andarsene? Nella prima ipotesi dovranno render conto del loro operato e delle conseguenze agli organi di Diritto Internazionale e alle organizzazioni per i Diritti Umani. Se invece vanno via, le questioni da affrontare saranno diverse. Per esempio come garantire l’identità degli unionisti all’interno del nuovo Stato. In questo caso sarà responsabilità nostra dare risposte adeguate.

    Gianni Sartori (1995)

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