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Libri. “Sottomissione” di Houel­le­becq, racconto di un intelligente provocatore

Pubblicato il 20 gennaio 2015 da Gianfranco Franchi
Categorie : Cultura Libri

CSottomissioneCopertinaon­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq un autore pie­na­mente acqui­sito: e con ciò intendo dire, chia­ra­mente, “ter­mi­nato”, “finito”, già parte del baga­glio cul­tu­rale mio, e della mia gene­ra­zione; un outsi­der di lusso, chi­mico di for­ma­zione, poeta di ori­gi­na­ria voca­zione, roman­ziere ere­tico, pole­mi­sta ed esi­sten­zia­li­sta ero­to­mane, osses­sio­nato dal sesso e dall’islam, malato d’eternità. Con­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq uno scrit­tore che ha avuto qual­che anno di sfa­vil­lante e incen­dia­ria potenza espres­siva, soprat­tutto tra “L’estensione del domi­nio della lotta” [1994] e le “Par­ti­celle ele­men­tari” [1998], poi una discreta e ripe­ti­tiva discesa (“Lan­za­rote”, 2000; “Piat­ta­forma”, 2002] e infine un romanzo da stanco epi­gono di se stesso, cioè “La pos­si­bi­lità di un’isola” [2005]. Con­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq come un arti­sta fran­cese che ha gio­cato un ruolo deter­mi­nante per l’ispirazione della parte migliore della mia gene­ra­zione, qui in Ita­lia, pro­prio a ridosso degli anni Zero. Quando nel 2008 Bom­piani ha pub­bli­cato la sua vec­chia “Ricerca della feli­cità”, parte del periodo di mas­sima ispi­ra­zione dell’artista [1998], ho accolto il sag­gio con­clu­sivo del nostro let­te­rato rina­sci­men­tale Simone Baril­lari, “La con­qui­sta della soli­tu­dine”, come un sigillo – se pre­fe­rite, una pie­tra tom­bale. Houel­le­becq a quel punto sem­brava esau­sto: disperso, tra impro­ba­bili esili irlan­desi e scia­gu­rate incur­sioni cine­ma­to­gra­fi­che, tra­scu­ra­bili ritorni alla nar­ra­tiva (“La carta e il ter­ri­to­rio”, 2010) e favo­loso mini­ma­li­smo sul web.

Con­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq una maschera: una maschera let­te­ra­ria fran­cese, come il mezzo rumeno Cio­ran, come Camus, come Céline, come Rim­baud. Uno che forse era stato degno del Nobel, a un certo punto, a dif­fe­renza dell’improbabile e molto tra­scu­ra­bile Modiano, ma uno che ormai era andato: finito. Due o tre volte ne avevo par­lato con gli amici con cui ero gio­vane, a fine anni Novanta, primi anni Zero: ci chie­de­vamo “ma per te che fine ha fatto Houel­le­becq?” e la rispo­sta, sostan­zial­mente, era una sola: “Starà sco­pando con una donna con un gran culo in qual­che isola tro­pi­cale, men­tre pensa a Dio e alla deca­denza dell’Occidente”.

Con­si­dero la sua recente “Sot­to­mis­sione” [2015] una pub­bli­ca­zione postuma, espres­sione di un’intelligenza arti­stica che ha già pie­na­mente esau­rito la sua crea­ti­vità e la sua ori­gi­na­lità. L’ormai vec­chio let­tore di Houel­le­becq – siamo tutti almeno qua­ran­tenni, o giù di lì – non si stu­pi­sce leg­gendo che in que­sto nuovo romanzo (dav­vero nuovo, o stiamo barando?) l’Occidente si sta con­su­mando, la social­de­mo­cra­zia è ago­niz­zante, tra­sfor­mata com’è nella spar­ti­zione del potere tra gang rivali, e l’economia fran­cese sta addi­rit­tura spro­fon­dando; la gio­vi­nezza del nar­ra­tore è finita, anzi in fin dei conti lui non è mai stato gio­vane. Troppo pro­fondo e troppo intel­li­gente per essere gio­vane. La sua vita amo­rosa è finita, da un pezzo, ma natu­ral­mente intanto scopa come un assas­sino, per­ché ha capito che il pia­cere è tutto, e che anzi forse l’amore altro non è che gra­ti­tu­dine per il pia­cere dato. Tutto qua. In que­sto sce­na­rio di pro­fonda sof­fe­renza indi­vi­duale, sociale, cul­tu­rale e occi­den­tale, ci pre­pa­riamo (meglio: in Fran­cia si pre­pa­rano) alla disin­te­gra­zione: una disin­te­gra­zione dolo­rosa, umi­liante. Ma ine­vi­ta­bile. Anzi nell’aria c’è una guerra civile. Il vec­chio let­tore di Houel­le­becq non si stu­pi­sce che il pro­ta­go­ni­sta di fronte a sé senta di avere una vita senza gioia, e tut­ta­via non vuota: e anzi che stia comin­ciando a pen­sare a Dio, a con­si­de­rare seria­mente l’idea di una “spe­cie di Crea­tore dell’universo”, di fronte al quale muore di paura. È forse Dio l’argomento ultimo che il vec­chio chi­mico deve avere le palle di affron­tare, e da una vita sta svi­co­lando: è quello il suo ultimo libro, quello che non ha scritto, quello che ha in canna da vent’anni. Invece cosa suc­cede in “Sot­to­mis­sione”? Sem­plice: Houel­le­becq si con­cen­tra un’altra volta sul “peri­colo isla­mico”, dive­nuto ormai ende­mico in Fran­cia: Fran­cia che si tende, come sem­pre nella sua let­te­ra­tura, un po’ troppo gene­ro­sa­mente, a far coin­ci­dere con tutto l’Occidente; con tutto il rispetto, natu­ral­mente, non è così, per niente. Ma nei romanzi di Houel­le­becq la Fran­cia è l’Europa, e l’Europa è l’Occidente. E cosa suc­cede, sta­volta? Si cam­bia visione: se in pas­sato, nei vec­chi libri, l’Islam veniva trat­tata come una reli­gione subu­mana, desti­nata alla spa­ri­zione, estra­nea alla civiltà illu­mi­ni­sta e anzi sua ovvia e natu­rale e retro­grada anta­go­ni­sta e così via, sta­volta si fini­sce per cam­biare simu­la­zione e con­get­tu­rare un’Europa (par­don: una Fran­cia) in cui un par­tito isla­mico, quello dei “Fra­telli Musul­mani”, gua­da­gna il potere, legal­mente, con l’appoggio dei mode­rati di sini­stra; in que­sto sce­na­rio fan­ta­po­li­tico piut­to­sto impro­ba­bile, e natu­ral­mente piut­to­sto inquie­tante, il nostro chimico-poeta si dispera per la mutata este­tica fem­mi­nile (osserva che a quel punto è impos­si­bile guar­dare i culi, con que­gli abiti nuovi e informi: che disgra­zia), per le inde­gne tra­sfor­ma­zioni acca­de­mi­che, per il resti­tuito respiro medi­ter­ra­neo all’Europa, un’Europa tor­nata ad avere bari­cen­tro diverso da quello franco-tedesco, come al prin­ci­pio della sua mil­le­na­ria sto­ria, e così via. La sua ami­chetta (pre­fe­rita) di turno è sta­volta una gio­vane ebrea fran­cese che sim­bo­li­ca­mente sce­glie l’esodo, con la sua fami­glia, e abbrac­cia Israele come nuova e anti­chis­sima patria, per­ché non può accet­tare di vivere sotto regime isla­mico. Pur­troppo a dif­fe­renza di lei il nar­ra­tore non sente di avere un’altra patria cui tor­nare: “Per me non c’è Israele”, pensa. E aggiunge: “Un pen­siero da poco; però un pen­siero esatto”.

L’esito della vicenda è para­dos­sale, e nell’intenzione auto­riale evi­den­te­mente emble­ma­tico; fini­sce tut­ta­via per risul­tare cari­ca­tu­rale, e stanco. Non nascondo che in più di qual­che fran­gente ho sen­tito tanta con­ten­tezza nel rileg­gere un autore che per tanto tempo mi è stato così fami­liare, per­ché è comun­que un intel­li­gente pro­vo­ca­tore, e un luci­dis­simo por­no­grafo, e un poeta spoe­tato, o giù di lì. Ma a livello geo­po­li­tico mi pare molto con­fuso – tanto da aver dimen­ti­cato che nel Mare Medi­ter­ra­neo orien­tale non c’è sol­tanto l’Islam: c’è un’altra e anti­chis­sima reli­gione che può gio­care un ruolo deter­mi­nante, nella cul­tura come nella poli­tica: è l’ortodossia cri­stiana. C’è addi­rit­tura una vec­chia città santa da ricon­qui­stare e resti­tuire alla cri­stia­nità, per rige­ne­rarla. Fan­ta­po­li­tica si può fare anche così, caro Michel, infi­lan­doci in mezzo due o tre avven­ture tra Smirne ed Efeso, e un pel­le­gri­nag­gio nei cimi­teri austra­liani di Gal­li­poli, e una cam­mi­nata meta­fi­sica in Santa Sofia. In mezzo, tutte le scene di sesso che vuoi, con splen­dide donne di mezza età. Magari a paga­mento, magari per gra­ti­tu­dine. E così via.

@barbadilloit

Di Gianfranco Franchi

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