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L’intervento. Addio dicotomia sociali/liberali: la sfida è tra popolo ed élite

Pubblicato il 31 dicembre 2014 da Carlo Fidanza*
Categorie : Parola ai lettori Politica

alpini tricoloreCi fu un tempo in cui la Destra italiana, specificamente quella rappresentata in Alleanza Nazionale, si lacerava in estenuanti dibattiti sul proprio tasso di liberismo o di socialità. Qualche volta questo dibattito era forzato dall’esigenza di un collante “culturale” che giustificasse l’esistenza di correnti interne organizzate. Ciò nonostante, anche persone che avevano nel Dna la matrice sociale che fu del Msi si ritrovarono non di rado in correnti antagoniste a quella della Destra sociale. Ma, al di là delle forzature e degli opportunismi, il tema esisteva davvero.

Eravamo a metà degli anni ’90, il crollo del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica erano avvenuti soltanto pochi anni prima, oltreoceano Bush senior aveva proseguito la dottrina Reagan prima di cedere il passo all’Ulivo planetario di Clinton, la Comunità Economica Europea aveva conosciuto da poco la riunificazione tedesca ma non ancora il suo sciagurato allargamento ad Est e nemmeno l’Euro.

In Italia la fine della Prima Repubblica e l’avvento di Berlusconi con la tanto declamata (e poco realizzata) “rivoluzione liberale” sembrava sdoganare concetti liberisti che la lunga stagione del compromesso storico e del clientelismo democristiano avevano completamente sopito.

Ciò nondimeno, la globalizzazione dei mercati muoveva i primi passi e nuovi grandi Paesi, addirittura continenti, si affacciavano sulla scena internazionale come grandi attori economici e quindi geopolitici.

Era dunque indispensabile che la Destra di allora si interrogasse sulla propria identità, sulla propria proposta di politica economica, sul proprio ruolo in un centrodestra di governo che andava prendendo forma, sulla propria visione di ciò che stava accadendo nel mondo.

Antiche letture ci rendevano attrezzati per contrastare “da destra” le degenerazioni della globalizzazione, nel nome delle identità, della dignità del lavoro, del primato della politica sull’economia; eppure perdemmo quel treno perché qualcuno considerava quella battaglia quasi “di sinistra”. Salvo rarissime eccezioni (penso alle pagine della rivista Area e alla componente giovanile della destra sociale di An), lasciammo il campo totalmente libero alla sinistra antagonista, che divenne “no global” pur incarnando tradizionalmente un’ideologia internazionalista, ugualmente negatrice delle identità.

Questa lunga premessa serve a dire che quello scenario oggi non esiste più.

In parte perché quello che allora vedevamo in potenza si è pienamente realizzato, in parte perché la crisi esplosa nel 2007-2008 ha mutato radicalmente equilibri e blocchi sociali, facendo emergere nuovi paradigmi.

E nel frattempo anche la Destra italiana si è evoluta… e da un bel po’. Al motto del pensiero liberale classico “meno Stato, più mercato”, la Destra sociale italiana, profondamente innervata di dottrina sociale della Chiesa, non risponde ribaltando la frase ma affermando “più società, meno Stato”.

E a ulteriore scanso di equivoci nessun onesto cultore di un’idea sociale della Destra si sognerebbe mai di difendere lo Stato in quanto strumento di oppressione fiscale e burocratica a scapito di chi, artigiano, commerciante, agricoltore, piccolo imprenditore, tenta ancora eroicamente di intraprendere.

Ma questo nulla ha a che fare con la diatriba, per molti versi anacronistica, tra sociali e liberali.

La crisi ci ha sbattuto in faccia alcune realtà incontrovertibili.

La scelta dell’amministrazione Clinton a metà anni Novanta di varare la separazione tra banche d’affari e banche commerciali (Glass-Steagall Act), la creazione in Europa di una moneta senza governo e di una banca centrale senza guida politica (o meglio senza controllo democratico), l’affermazione senza controllo di strumenti finanziari fraudolenti come i derivati e i credit default swaps, il completo sganciamento del capitale finanziario dall’economia reale, l’apertura indiscriminata dei mercati a Paesi in cui non vengono rispettate le più elementari norme sociali e ambientali.

Tutte queste scelte (o non scelte) hanno una comune matrice culturale, an8 ideologica e idolatrica: quella secondo cui il mercato, sia esso quello dei beni o quello finanziario, ha al proprio interno una tendenza naturale a riequilibrare gli assetti sociali e a favorire la redistribuzione (un tempo si sarebbe detto “la mano invisibile”). Insomma, secondo quello che potremmo definire con Giulio Tremonti il mercatismo, le forze del mercato non vanno limitate o orientate perché sono intrinsecamente buone.

In realtà, con maggior evidenza dallo scoppio della crisi, questa deregulation globale non ha fatto altro che acuire le disparità, rendendo i ricchi sempre più ricchi e aumentando il numero dei poveri.

Colpendo chi? Proprio quel ceto medio che certi teorici neo-liberisti vorrebbero giustamente difendere.

Siamo insomma di fronte al fallimento storico dell’ideologia liberista e al cortocircuito delle sue derivazioni monetariste e rigoriste che, per garantire ai capitali apolidi di far danni liberamente a tutte le latitudini, impongono agli Stati di vessare imprese e cittadini con tasse e balzelli e, se si rifiutano di farlo, li commissariano con la Trojka.

Per questo ha ragione Marine Le Pen quando dice che oggi lo scontro vero, più ancora che tra una finta destra e una finta sinistra, é tra alto e basso, tra élite e popolo, tra finanza ed economia reale.

In questo contesto anche la dicotomia sociali-liberali per la Destra suona fuori dal tempo, utile più a giustificare chi è in cerca di nemici o scuse sempre nuovi che a sviluppare una lettura al passo con la crisi epocale che stiamo vivendo.

Difendere un artigiano da una tassazione iniqua, ridurgli le imposte per consentirgli di tornare a pagare i contributi al suo dipendente è insieme sociale e liberale, semplicemente è giusto.

Pretendere un meccanismo, inevitabilmente pubblico, per garantire che i miliardi che la BCE dà alle banche vengano utilizzati per riaprire i rubinetti del credito è sociale o liberale? Chissenefrega, è sacrosanto.

Rimettere in discussione il dogma dell’Euro e i diktat di un’Europa matrigna e negatrice della sovranità popolare e democratica è sociale o liberale? Semplicemente è urgente e indispensabile.

E potremmo fare cento altri esempi. Insomma, ci sono cose giuste che vanno dette (e che Fratelli d’Italia dal primo giorno dice), che non hanno bisogno di vecchie etichette, buone forse per dare dignità politica ai maldipancia di qualcuno, ma di nuove sintesi di pensiero. Perché quelle del secolo scorso non bastano più.

*Ufficio di Presidenza FdI-An

@barbadilloit

Di Carlo Fidanza*

Una risposta a L’intervento. Addio dicotomia sociali/liberali: la sfida è tra popolo ed élite

  1. È sconfortante il livello di qualunquismo e di frasi vuote di un dirigente dell’ultima matrioska inventata, fdi-an, che diabolicamente accoppia il marchio perenne di infamia, cioè an, ad una sigla buona per i patriottardi, fdi.
    Cioè il peggio accoppiato al mediocre, tutto quello che i giovani del msi disprezzavano e che invece massoneria clericali e filosionisti ci hanno regalato a Fiuggi.
    Invece di ripetere fino alla noia frasi liberiste ma in sostanza liberiste: tipo “più società,meno stato” o “più popolo meno elites”, confermando una resa al capitalismo che anche la Le Pen sta facendo, perché non chiedersi perché, in Europa come in Occidente (che dell’Europa è il primo nemico), ogni volta che si manifesta una qualche ribellione o si va in galera, come in Grecia, o si viene comprati dalle banche ebree come in Italia (vedi AN) e in Francia, vedi la svolta della Le Pen.
    Che la Bce sia una succursale della Fed e che la Fed sia un affare privato di qualche famiglia ebrea ci vuole molto per dirlo, visto che tutti lo sappiamo?
    E vogliamo lasciare ai soliti servitori sciocchi del capitale filocomunisti come Tsipras il compito di strumentalizzare e poi far morire la protesta dei popoli?

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