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Il caso. L’inchiesta di Roma e lo spontaneismo nell’arcipelago degli “esuli in patria”

Pubblicato il 9 dicembre 2014 da Nicola Guerra e Johanna Litzen
Categorie : Politica

acca larentiaOltre le semplificazioni giornalistiche. E’ in arrivo dalla Finlandia uno studio scientifico sullo spontaneismo di destra. Lo cureranno due ricercatori, Nicola Guerra e Johanna Litzen, che hanno firmato questo intervento per Barbadillo.it

“Tra noi c´erano spostati e delinquenti”. Lo potrebbe dire probabilmente chiunque di noi ripensando alla propria esperienza scolastica, al gruppo sportivo nel quale ha svolto attività agonistica o, in genere, al circolo di conoscenze maturate in gioventù. “Spostato”, aggettivo singolare maschile, identifica nella lingua italiana una persona che ha gravi difficoltà a inserirsi e a realizzarsi nella società e nei rapporti umani e ha come sinonimo “disadattato”. È un aggettivo che mal si presta ad una analisi storica e politica dei fenomeni. Ma volendo forzare la mano potremmo dire che gli “esuli in patria” neofascisti, proprio in quanto esuli, siano anche definibili con un´iperbole politica come dei “disadattati in patria”, degli “spostati in patria”.

tarchi fattoRecentemente il Professor Marco Tarchi, il massimo politologo nello studio dei fenomeni neofascisti e post-fascisti, con una intervista a Il Fatto Quotidiano, ha analizzato la presenza nel neofascismo italiano di spostati, delinquenti ed estremisti. Probabilmente estremisti è un termine più consono a descrivere fasce più o meno larghe di quell´ambiente umano e politico. Certamente più adeguato a descrivere coloro che intrapresero la via dello spontaneismo armato. Come del resto è appropriato per descrivere i militanti delle numerose formazioni armate sorte a sinistra durante i cosiddetti anni di piombo. Anni che restano ancora poco studiati a livello accademico, tanto che ancora non vi è un consenso su quando tale periodo cominci e finisca. Se includa o meno, ad esempio, il Sessantotto. Ancor meno studiato a livello accademico il fenomeno dello spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari, i NAR.

Da poco più di un anno, assieme ad un’ altra ricercatrice, abbiamo intrapreso un progetto che appare complesso: studiare scientificamente il fenomeno dello spontaneismo armato. Abbiamo realizzato le prime interviste con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gabriele de Francisci, Francesco Bianco e altri protagonisti di quella stagione terribile della lotta armata. Abbiamo iniziato ad esaminare le centinaia di migliaia di pagine degli atti relativi ai processi tenutisi a Roma, Bologna, Milano, Padova e Venezia. Siamo lontani, dunuqe, dal giungere a conclusioni. Abbiamo più domande che risposte. Ma una certezza, c´è. I NAR non nacquero per germinazione spontanea. I NAR vanno inseriti in un chiaro contesto politico rappresentato dal Movimento Sociale Italiano (MSI).

Molti dei NAR, e certamente il nucleo originario di Monteverde a Roma, non provengono da organizzazioni extraparlamentari neofasciste, crescono politicamente nei movimenti giovanili del MSI, nel Fronte della Gioventù e nel Fronte universitario d’azione nazionale (FUAN). Alcuni partecipano ai corsi di formazione politica organizzati dal MSI, altri addirittura tengono delle lezioni per gli altri militanti. Molti di coloro che intraprenderanno la lotta armata sono i giovani più determinati e fanno parte, in diverse occasioni documentate anche da materiale fotografico, del servizio d´ordine ai comizi e cortei del MSI. Alcuni, quando la situazione si fa calda, scortano anche i dirigenti del partito che ben sanno che quei giovani sono armati. Moltissimi dei NAR partecipano ai Campi Hobbit, ed in occasione di uno di essi verrà letto un comunicato di solidarietà e per conto dei detenuti politici, tra i quali Dario Pedretti, spontaneista. A leggere il comunicato è Massimo Morsello, autore del “Paradiso dei Guerrieri”, canzone dedicata a Franco Anselmi, uno dei fondatori dei NAR, rimasto ucciso nel corso di una rapina in armeria.

Sì, gli “spostati” erano tra voi. Ma cosa spinse questi giovani verso la lotta armata? È una domanda complessa. Ma politologicamente la risposta non può essere ridotta alla condizione di “spostati” di quei militanti. Scrive Valerio Fioravanti: “volevo che la gente smettesse di blaterare di “rivoluzione”… non tanto i matti da bar o i sognatori nascosti nelle sezioni, ma i capi e capetti, che attraverso quella parola nobile e magica costruivano i loro interessi”. Si, perché se in parlamento e in televisione il MSI indossava il doppiopetto, in realtá per decenni aveva predicato, e sopratutto ai giovani, la rivoluzione. Una rivoluzione predicata in nome del fascismo, ma tradita costantemente per allearsi, invece, “con la più bieca reazione”. Per far da guardaspalle alla Democrazia Cristiana contro il comunismo. E non meglio avevano agito le organizzazioni neofasciste extraparlamentari. I NAR non si ribellarono solo al MSI, ma volevano anche “rompere col neofascismo stragista e colluso”, dove colluso significa legato ai servizi italiani e occidentali. Perché rompere col MSI? Perché quei giovani si sentivano usati. Perché si accorsero che i caduti, i cosiddetti “cuori neri”, venivano spesi per fini di perseguimento del consenso. Perché ad Acca Larentia un carabiniere spara in testa ad un giovane militante del FdG, ma il MSI non sporgerà alcuna denuncia per non mettere a rischio i voti delle forze dell´ordine. Chi sarà l’unica ad andare a testimoniare in commissariato contro quel carabiniere? Francesca Mambro.

Certo ci furono le rapine. Come ci furono a sinistra per autofinanziamento. Si tratta di delinquenza? Pressoché tutti i movimenti di lotta armata, italiani e stranieri, hanno contatti con la delinquenza comune. Serve riciclare il denaro frutto di rapine, servono armi, auto, moto. Serve un appoggio logistico. Alcuni spontaneisti ebbero contatti più stretti con la criminalità comune, ma certo ciò non può far bollare il fenomeno spontaneista come delinquenziale. Sarebbe una conclusione semplicistica, primitiva e inaccettabile. La domanda più appropriata, alla quale non siamo ancora in grado di dare risposta, sembra piuttosto: perché in seno al MSI sorse un gruppo di giovani che impugnò le armi nella lotta armata e al quale si aggiunsero, poi, anche alcuni giovani di Terza Posizione? E poi, quali furono le responsabilità politiche, culturali e anche umane del MSI? Non basta che questo partito abbia chiesto la doppia pena di morte per i terroristi per cancellare con un colpo di spugna legami e responsabilità che appaiono evidenti e i cui meccanismi meritano maggior approfondimento. Forse, parafrasando, non sarebbe stato politicamente più accettabile definirli “camerati che sbagliano” piuttosto che invocare la pena capitale?

Ma “spostati” è un termine che fa paura, che risulta inaccettabile non solo in una analisi politologica ma anche perché c´è Bologna. C´è quella sentenza di colpevolezza per Valerio Fioravanti, Fracesca Mambro e Luigi Ciavardini che deve indurre chiunque analizzi il fenomeno spontaneista ad una maggior sensibilità e accuratezza. Una sentenza discussa e discutibile con la quale la nostra storia nazionale ha ancora un conto aperto. Una “storia nera” che grazie alla dedizione di molti appare sempre meno nera, ma che richiede massima attenzione nel non offrire vittime sacrificali, degli “spostati”, in nome di un presunto interesse dello Stato. Studiare il fenomeno spontaneista, comprenderne le motivazioni, gli obiettivi, la rabbia politica e generazionale appare sempre più necessario anche per evitare che un acronimo “azzeccato”, NAR, venga usato impropriamente nelle notizie di cronaca.

*Università di Turku

@barbadilloit

Di Nicola Guerra e Johanna Litzen

3 risposte a Il caso. L’inchiesta di Roma e lo spontaneismo nell’arcipelago degli “esuli in patria”

  1. Come al solito in certe analisi si tralasciano dei ” piccoli particolari ” …Quando i ragazzi dei NAR prendono le armi il più grande non raggiunge nemmeno i 23 anni ; la lotta armata a destra non è mai stato un progetto meditato una strategia, ma solo una scelta di umana autodifesa.

    Il peggio del MSI non è neanche stata la doppia campagna sulla pena di morte per gli estremisti di destra , ma la ricerca spasmodica di voti e visibilità nelle campagna elettorali portando in televisione Mamma Mattei, Mamma Zicchieri , ecc. ecc. Questo fu veramente criminale.

    Questo meccanismo venne osservato da molti giovani militanti che già da allora sapevano ampiamente che il MSI era ai suoi vertici solo ” bieca destra nazionale ” ed alla sua base era tutto fuorché di destra; era spontaneismo esistenziale ideologico-antropologico del tutto simile ai patrioti insurrezionalisti e agli insorgenti contro-rivoluzionari del Sud Italia nell’800.

    I Nar a Campo Hobbit III irrompono al Campo, scontrandosi con il servizio d’ordine, ma non perché vi volevano partecipare, Irrompono per leggere un comunicato dei detenuti politici dei bracci G9 e G11 di Rebibbia, perché a differenza della sinistra istituzionale che ha sempre spalleggiato i propri militanti che praticavano la lotta anche in forme illegale, il MSI , la destra forcaiola da cortile, linciava pubblicamente i propri militanti, ed era solita lanciare il sasso e nascondere la mano. Il Campo fu una occasione per dare una voce di dissenso e cercar di far capire, in un contesto come quello neo-destro che forse alcuni strumenti di comprensione li avrebbero dovuti avere , visto che la critica all’apparato gerontocratco del partito era condivisa con le frange armate .

    Il Partito, se succedeva qualcosa, nella migliore delle ipotesi Ti accannava , nella peggiore faceva direttamente rapporto alle forze dell’ordine , con nomi cognomi ed indirizzi, e Ti faceva arrestare. Laddove il MSI non riusciva a chiudere le sezioni , con la propria forza militare , con i picchiatori e pugili pagati ad hoc, faceva ritrovare , voilà, le armi agli inquirenti dentro le sezioni stesse, ed aver così un alibi istituzionale alla chiusura .
    A Monteverde , quella sezione MSI che ha prodotto i vari Fioravanti, Alibrandi, è successo proprio questo.
    Quindi per quei ragazzi ( a volte dei semplici ragazzini ….) non è possibile utilizzare né le categorie sociologiche della criminalità “innata” ( certi ragionamenti lombrosiani sono credo ormai fuori moda) nè tanto meno quelli dei disadattati politci-ambientali, ammalati della nobiltà della sconfitta , legati secondo il Prof. Marco Tarchi al cosidetto Mito Incapacitante, perché a parte che questi ragazzi erano del tutto simili antropologicamente e culturalmente ai loro coetanei di estrema sinistra, figli della cultura della crisi, al contrario avevano capito molto bene “l’abisso” in cui si erano cacciati , il non senso che li circondava , mentre vedevano crepare a 16 17 anni i loro coetanei;

    Certo, molte risposte alla fine sono state profondamente impolitiche , come quelle che poi hanno degenerato in attività di anarco-individualismo vicine a forme di banditismo alla J. James , ma sempre di un prodotto di quei tempi e del contesto anni 70′ stiamo parlando , dell’ultima stagione dannunziana , vitalista e maledetta quindi delle conseguenze di questa stagione.

    Si dovrebbe saper analizzare invece la brutta fine fatta dalle generazioni post-missine e post-frontine, quelle integrate nelle istituzioni per capirci , completamente vendute al modello neo-ciellino che avevano abbracciato e praticato con la stagione berlusconiana, classe dirigente che aveva letto e assimilato molto bene Tarchi, il modello inclusivo del dialogo, la società aperta di Popper, ed infine il Signore degli Anelli, e che sono finiti (come i miglior cortigiani) alla corte di Sauron-Saruman senza batter ciglio .

    I ragazzi della Generazione 78 ‘ hanno vissuto al contrario una stagione incredibile e tragica , una stagione molto molto molto più grande di loro …. subendo le conseguenze delle loro estreme scelte.

  2. A me invece preoccupa che ancora in questo ambiente i termini “destra” e “reazione” abbiano ancora una connotazione negativa, come si può leggere sia nell’articolo che nel commento di Catilina. Eppure lo stesso Rauti riabilito’, come se ce ne fosse bisogno, il pensiero tradizionalista.
    Penso che a quella generazione e soprattutto alle successive mancò la voglia di approfondire e uscire dallo sloganismo, per costruire qualcosa di oggettivo come hanno fatto a sinistra. E non mi dite che era impossible, perché Tarchi e Cardini insegnano all’università

  3. Il termine destra Tarchi e Cardini hanno cercato di superarlo nelle loro elaborazioni , perche’ limitante, fuori tempo e con unai collocazione e ruota da scorta delle destre liberali, conservatrici e borghesi . Dal 1992 invece lo hanno riabilitato come intuizione del nuovo corso liberal-moderato. La battaglia della rifondazione del linguaggio proprio ‘ l uccisone metapolitica di questo avamposto di ambiguita’ politica.

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