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Libri. “Il flauto rovescio” di Cimmino per una controstoria della letteratura italiana

Pubblicato il 29 novembre 2014 da Andrea Scarabelli
Categorie : Cultura Libri

cimmino«Non c’è, nel nostro caro Paese di parvenus, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano, dei piacciconi. Le riviste non bastano – ci vogliono le pedate». Il lavoro da fare è tantissimo, secondo Giovanni Papini, che con le parole appena citate esordì nel suo discorso contro Roma e contro Benedetto Croce, il 21 febbraio 1913 al Teatro Costanzi. A centoun anni dalle invettive dell’uomo selvatico è triste osservare come la situazione nel nostro Paese non sia mutata di una virgola. Basta considerare lo stato della critica cosiddetta “ufficiale”, la quale, in osservanza a tutta una serie di dogmi, opera una fastidiosa selezione, imponendo quali autori possano essere studiati e come.

In questo panorama desolante, è da segnalarsi un novero di “teppisti intellettuali”, per usare le parole del Papini, che hanno il coraggio di rompere il silenzio e denunciare una volta per tutte il clima di provincialismo che avviluppa tuttora ampie parti della cultura«ufficiale». Uno di questi testi è il recentissimo Il flauto rovescio di Marco Cimmino, il cui sottotitolo è assai eloquente: Controstoria della letteratura italiana.

Simili «controstorie» si fanno tanto più necessarie quanto più si palesa la vulnerabilità dei «critici» a giudizi di tipo extraletterario, traducendosi in autentiche messe al bando o a vergognose revisioni e distinguo(«Un ottimo poeta, peccato per certe sue scelte…»). Distinguo, inutile dirlo, che nel Belpaese colpiscono solo alcuni, lasciando a certi altri «redenti», come li ha definiti Mirella Serri, la disinvoltura di passare da Bottai alla casa editrice Einaudi senza la benché minima soluzione di continuità. Aveva proprio ragione Papini, molto rimane ancora da fare…

D’altra parte, la centralità assunta dai critici non mancò di impensierire molti (in testa, solo per far riferimento all’epoca modernissima, Friedrich Nietzsche), i quali videro in loro le vestali di un’arte privadi valenza estetica e vassalla di contenuti extra-artistici (vedasi lo psicologismo imperante, o la politicizzazione dell’arte stessa). Immanuel Kant definì la categoria del bello come «senza concetto», vale a dire: nel momento in cui un’opera cessa di possedere un valore intrinseco ma abbisogna di qualcuno che «la spieghi», semplicemente, cessa di essere arte. Non per questo è un prodotto da ignorare. Ma, semplicemente, non è arte.

Qui le riflessioni di Cimmino colgono il segno: in questo momento di aridità estetica ogni pseudo-artista ha bisogno di un «intellettuale» che possa supportare con costruzioni teoriche spesso artificiose e conformiste nel loro anticonformismo il nulla della propria arte. Ed ecco emergere i «principali protagonisti di quest’epoca di mezzo, a cavallo tra baroccherie intollerabili, sperimentazioni vuote e autocitazione presuntuosa, maestri pensatori dell’Italia di oggi, modelli culturali della correttezza politica e del pensiero unico» (p. 701).

A fronte di questa ortodossia ecco emergere il valore della «controstoria»:Il flauto rovesciopercorre gli ultimi due secoli della letteratura italiana, usando chiavi di lettura diverse da quelle «ufficiali», ridimensionando e mettendo a punto, ma, al contempo,scoprendo valorizzando tutti quegli «orbi veggenti» che seppero prevedere lo sfacelo che avviluppa la situazione artistica e letteraria che stiamo vivendo, fino agli «eretici» del pensiero moderno, spesso ignorati e snobbati, tra cui Massimo Bontempelli, Curzio Malaparte, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini. A partire da Foscolo, passando per Manzoni, Pascoli e Verga, transitando per le avanguardie del primo Novecento (tra cui il futurismo, fenomeno italiano divenuto mondiale) e figure come D’Annunzio (il cui respiro internazionale, storicamente accertato, mal si coniuga con la sua pretesa «provincialità», ribadita pappagallescamente), si giunge ai nostri giorni, fino al “neorealismo”, ultimo – benché drammatico – sussulto di vitalità prima della sequela delle avanguardie post-Sessanta. Passando infine per il Sessantotto, «l’estrema burla di un secolo nato in tragedia e finito in farsa, un carnevale vestito da rivolta» (p. 704) e giungendo alla «grandezza eretica» di Pasolini (p. 724), scrittore controcorrente ben diverso da come ce lo presenta la vulgata.

Attraversando decenni e generazioni, l’iter compiuto ne Il flauto rovescio diventa ricerca e riscoperta della dimensione estetica, nella convinzione nietzschiana che non dalla verità ma dalla bellezza giunga la salvezza. «Diveniamone sacerdoti» (p. 680) esorta l’autore, a che l’arte possa tornare a formare gli uomini, al di fuori di ogni ortodossia e di ogni conformismo.

*Marco Cimmino, Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana, Edizioni Bietti, Milano 2014, pp. 767, € 18,00.

Di Andrea Scarabelli

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