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Cultura. “Meditazioni del Chisciotte”: l’esordio di Josè Ortega y Gasset

Pubblicato il 16 novembre 2014 da Sandro Marano
Categorie : Cultura

Jose_Ortega_y_GassetCurata dallo studioso Armando Savignano è stata recentemente riedita per le edizioni Mimesis la prima opera filosofica di Josè Ortega y Gasset pubblicata nel 1914, intitolata “Meditazioni del Chisciotte”.  In essa si trova la famosa formula che riassume la sua filosofia : “Io sono io e la mia circostanza, e se salvo questa salvo anche me stesso”. Quest’opera, che alterna lirismo a considerazioni filosofiche in senso stretto e letterarie/estetiche contiene in nuce tutto il suo pensiero come si svilupperà successivamente in Il tema del nostro tempo (1923), Che cos’è filosofia (1929) e Intorno a Galileo (1933). Le Meditazioni sono un vero e proprio capolavoro di letteratura oltre che di filosofia, al punto che uno scrittore di razza come Albert Camus non esitò ad affermare che Ortega era il più grande scrittore del secolo. Accogliendo l’appello di Nietzsche a ridiventare buoni amici delle cose prossime e comunque ”facendo molta attenzione a non confondere ciò che è grande con ciò che è piccolo, affermando sempre la necessità della gerarchia, senza la quale il cosmo ritorna al caos”, Ortega sostiene una posizione che possiamo definire vitalismo, a patto di non escludere la ragione, che della vita è uno strumento indispensabile. Al razionalismo e allo scientismo Ortega oppone, infatti, la “ragione vitale” che si manifesta essenzialmente nel cercare di dare una soluzione ai problemi che la vita pone, muovendo non da astratte categorie gnoseologiche, ma dalle situazioni storiche concrete. “Ogni impresa culturale è un’interpretazione – chiarimento, spiegazione o esegesi – della vita. La vita è il testo… la cultura  – arte o scienza o politica – è il commento… Per dominare l’indocile torrente della vita, il saggio medita, trema il poeta e l’eroe politico erige la muraglia della sua volontà… l’uomo deve svolgere sulla terra una missione di chiarezza… La chiarezza non è la vita, ma è la pienezza della vita. Come conquistarla senza l’aiuto del concetto?” Ed ancora: “La missione del concetto non consiste, quindi, nel prendere il posto dell’intuizione, dell’impressione. La ragione non può, non deve aspirare a sostituire la vita… Il concetto trattiene solamente lo schema della cosa. In uno schema possediamo solo i limiti della cosa, la sostanza reale della cosa. E questi limiti non significano altro che la relazione in cui un oggetto si trova rispetto agli altri”. Ortega, pertanto, propone un’integrazione tra le due culture, quella germanica e quella mediterranea: la prima è la cultura delle realtà profonde, la seconda è la cultura delle superfici: “Il mediterraneo è un’ardente e perpetua giustificazione della sensualità, dell’apparenza, delle superfici, delle impressioni fugaci che le cose lasciano nei nostri nervi… per un mediterraneo  l’essenza di una cosa è meno importante della sua presenza, della sua attualità: alle cose preferiamo la sensazione viva delle cose.”

La grande importanza di questo saggio, a mio avviso, è data dal superamento definitivo dell’idealismo, dal momento che l’uomo viene considerato non un essere ontologicamente indipendente, bensì un essere legato alla sua circostanza. In tal senso Ortega non solo fu uno degli anticipatori dell’esistenzialismo, ma anche del pensiero ecologista, che muove dai limiti dello sviluppo e dall’interdipendenza di tutte le cose. Nella terza ed ultima parte del suo breve ed agile saggio Ortega affronta i temi estetici e più squisitamente letterari, in linea con la sua considerazione della filosofia come “scienza generale dell’amore”.

A proposito del rapporto tra opera d’arte e critica, in consonanza con alcune tesi di Giovanni Gentile, Ortega dichiara senza ambagi: “preferisco sempre più essere amante delle cose, piuttosto che giudice… il critico deve introdurre nel suo lavoro tutti quegli strumenti sentimentali e ideologici grazie ai quali il lettore possa ricevere dell’opera l’impressione più intensa e chiara possibile.” “Uno stile poetico porta con sé una filosofia e una morale, una scienza e una politica.” Ed ancora: “Non meno delle restanti forme dello spirito, l’opera d’arte possiede questa missione rischiaratrice… attraverso i suoi ritmi, le sue armonie di colori e di linee, le sue percezioni e i suoi sentimenti, scopriamo in lui (nell’artista) un forte potere di riflessione, di meditazione. Sotto le più diverse forme, ogni grande stile racchiude uno splendore come quello del sole a mezzogiorno, è serenità che vince la tempesta.”. Per finire ecco un suo giudizio sulla Divina Commedia, che da parte nostra condividiamo pienamente:  “Se smontiamo la complicata impalcatura concettuale di allegoria filosofica e teologica che forma l’architettura della Divina Commedia, ci restano tra le mani, sfolgoranti come pietre preziose, poche rapide immagini, a volte imprigionate nell’angusto spazio di un endecasillabo, per le quali rinunceremmo al resto del poema.”

@barbadilloit

Di Sandro Marano

Una risposta a Cultura. “Meditazioni del Chisciotte”: l’esordio di Josè Ortega y Gasset

  1. Benedetto Croce, invece, anteponeva le “pietre preziose”, le “gemme”, agli aspetti speculativi, che riuniva sotto il termine “allotri”.

    A proposito di ecologia: l’importante è che non diventi una “religione”. Sarebbe meglio adoperare in luogo una perifrasi del tipo: “rispetto per ciò che ci circonda perché opera del Creatore”. La natura (noi compresi) dovrebbe essere considerata un segno dell’esistenza del grande Architetto; di quella grande incognita verso cui tendiamo. Un luogo prettamente cementificato o pregno di sporcizie non potrebbe che offuscare tale rapporto: tra l’uomo e la sua Fonte. Lo stesso valga a proposito delle nuove edificazione, anche “sacre” (se così si possono definire). La “circostanza” deve, dunque, contribuire a far percepire il rapporto con Dio; altrimenti finiamo per essere schiavi delle ideologie. La nostra libertà risiede nella presa di coscienza del nostro legame con Dio (il nostro tendere verso la grande incognita).

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