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Libri. “Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento” di Franco Cassano

Pubblicato il 16 novembre 2014 da Franco Cassano
Categorie : Libri

cassano_collage_home_371x228Pubblichiamo un estratto del nuovo saggio di Franco Cassano, sociologo e deputato del Pd, “Senza il vento della storia”, edito da Laterza

A lungo la sinistra ha pensato che nelle sue vele soffiasse il vento della storia. Oggi che tutto è cambiato, che quel vento non le ha riconosciuto alcuna primazia,che anche il suo popolo non è più lo stesso, la sinistra sembra essersi ritratta in una posizione difensiva e risponde con sdegno all’accusa di conservatorismo. In verità le sue ragioni sono tutt’altro che scomparse, ma per farle rientrare nella partita del mondo è necessario che smetta di sentirsi ospite innocente in un universo cattivo e abbandoni ogni nostalgia. Perché la globalizzazione non è solo una banale restaurazione, non è solo espropriazione e sradicamento, ma un gioco di dimensioni planetarie nel quale nuovi protagonisti si affacciano sulla scena della storia. E a questo gioco largo e imprevedibile, pieno di pericoli e di opportunità, non ci si può sottrarre.

George: Quanti anni hai, Mary?

Mary: Diciotto.

George: Diciotto? Ma se l’anno scorso

ne avevi diciassette!

 (Frank Capra, La vita è meravigliosa, 1946)

Secondo l’opinione comune è coerente chi rifiuta di adattarsi opportunisticamente al nuovo e decide di non cambiare. Per chi la pensa in questo modo la coerenza è sinonimo di coraggio e di resistenza. Ma c’è anche chi la chiama la “virtù degli imbecilli”, ossia l’incapacità di apprendere dalle situazioni e la chiusura di fronte a qualsiasi mutamento. Insomma, c’è chi sceglie il riccio, l’animale che resiste oppure muore, e chi la volpe, l’animale che sa adattarsi alle situazioni.

Tra queste due opposte scuole di pensiero esiste però anche una più modesta forma di coerenza, che si può ricavare dal breve dialogo del film di Capra, La vita è meravigliosa. A George, che le ha chiesto l’età, Mary dà una risposta diversa da quella che aveva dato l’anno prima, ma continua a dire la verità. E può dirla proprio perché non dà la stessa risposta.

Al fondo, è la stessa scelta che sta alla base di questo piccolo libro: anche per la sinistra essere fedele ai propri valori in un mondo profondamente cambiato significa avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, perché accettare la sfida che essa propone, anche quando è spiacevole, è la condizione necessaria per continuare ad essere dentro la partita del mondo con qualche possibilità di vincere.

Ma per capire la profondità del cambiamento di cui parliamo bisogna fissare un punto di partenza. E per noi il punto di partenza è quell’”età dell’oro” che si aprì con la fine della seconda guerra mondiale e con la carta sottoscritta dai due vincitori, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Su quella carta tutte le rivalità e i conflitti che avevano segnato la storia prima della guerra erano stati cancellati o messi al margine, ad eccezione di quello che diventava il vero e proprio architrave dell’epoca: lo scontro tra il capitalismo nella sua forma liberale e il socialismo nella sua forma sovietica.

In tal modo il conflitto tra destra e sinistra, che era nato molto prima con la Rivoluzione francese, pagava il costo di essere compresso in quest’unica forma ma al tempo stesso diventava l’asse intorno al quale ruotava la storia e non era più costretto a coabitare, come fino ad allora era accaduto, con altri conflitti. Chi si affacciava nel mondo iniziava a guardarlo dall’interno di questa contrapposizione, anche se la complessità rimossa riemergeva subito dopo, perché su quell’asse ci si schierava con mille sfumature, obiezioni e distinzioni.

Lo straordinario sviluppo economico dei decenni successivi parve confortare questa visione dicotomica e capace di emanciparla dalla cornice storico-politica internazionale che l’aveva imposta, perché proponeva l’immagine di un’epoca nella quale i conflitti religiosi e quelli nazionali sembravano cedere progressivamente spazio all’unico conflitto “autenticamente” moderno, quello tra capitalismo e socialismo. La religione appariva “consumata” dalla secolarizzazione, mentre i conflitti nazionali non riuscivano a superare il ruolo di comparse in un dramma in cui sulla scena c’era posto solo per due protagonisti che si battevano in nome di principi universali. E quando questi conflitti non contemplati nell’epistème dell’epoca si affacciavano in primo piano nella cronaca, venivano rapidamente riassorbiti dal flusso della narrazione principale, assegnati all’uno o all’altro campo, semplici pioli di una scala che portava altrove.

Anche se non sono pochi quelli che usano ancora questa segnaletica teorica, quel quadro è scomparso da tempo con il crollo dell’Urss e con l’estendersi tumultuoso dei processi di globalizzazione. Questa profonda trasformazione non significa che la linea di divisione tra destra e sinistra e tra libertà e uguaglianza abbia perso significato, ma solo che essa, riacquistando la sua libertà rispetto a quella forma obbligata, ha dovuto prendere atto, proprio come accade al protagonista di Flatlandia, che il mondo è più largo e complesso di quanto non aveva finora supposto e che la storia non le ha riconosciuto nessuna primazia.

Certo, quella linea di divisione è tutt’altro che estinta e “vive e lotta insieme a noi”, ma non gode più di uno status privilegiato: accanto ad essa, o ad essa intrecciate, esistono altre linee di divisione, dei cleavages che in molte aree del mondo sono più rilevanti, perché capaci di mobilitare con più forza e con più costanza i popoli. Insomma, quella linea di divisione deve prendere atto non solo di non essere l’unica, ma di non essere più egemonica sulle altre, deve riconoscere la propria finitezza e parzialità all’interno del quadro assai più mosso che il mondo in cui viviamo ci offre.

Questa auto-relativizzazione è una mossa insieme facile e complicatissima, perché non significa rinunciare ai propri principi, ma, al contrario, collocarli nel mondo reale, guardare i conflitti diversi da quello a cui si è legati come dimensioni non transitorie dell’esperienza degli uomini. Non c’è nessuna onda verde della storia, ma una successione di incroci da attraversare e la strada per arrivare a destinazione è piena di curve e di lavori in corso.

Ma soprattutto, di fronte ad un mondo in profondo movimento, la sinistra deve prendere atto della limitatezza del proprio insediamento sociale nei paesi sviluppati, dove cresce non solo l’area delle figure sociali escluse dalle garanzie conquistate nei “trenta gloriosi”, ma anche la pressione che su quelle conquiste viene esercitata dall’ingresso nel regno di un relativo benessere di nuove aree del pianeta.

La sinistra europea e occidentale, sia quella radicale sia quella moderata, quando racconta la storia recente ne racconta solo un lato. In altri termini, se è vero che la globalizzazione ha prodotto un drammatico ridimensionamento delle conquiste del trentennio del dopoguerra, è anche vero che non è stata e non è solo questo. Il capitalismo finanziario, infatti, è sì il portatore di tutto il male che si dice, ma anche di altri mutamenti che Marx era capace di vedere e che la sinistra di oggi sembra ignorare.

Seguendo il profondo cinismo esaltato dalla sua forma finanziaria, il capitale ama, infatti, tutte le occasioni di profitto e quindi non solo i torbidi giochi degli squali di Wall Street, che moltiplicano la ricchezza fittizia senza alcuna relazione con quella reale, ma anche i salari offerti dai paesi “emergenti”, nei quali il basso costo della vita e l’assenza di garanzie diventano potenti magneti di investimenti. Il cinismo è sempre lo stesso, ma in questo modo ha messo in movimento, specialmente quando si è imbattuto in classi dirigenti politicamente sapienti e capaci di autonomia, aree del mondo che a lungo erano rimaste al palo, in una condizione di disuguaglianza rispetto all’Occidente affluente.

La relativizzazione di cui abbiamo parlato investe quindi non solo il tempo, ma anche lo spazio. Non solo è venuto meno l’impianto geopolitico ed epistemologico dell’“età dell’oro”, ma una parte dei popoli “arretrati” si è messa in marcia, contendendo spazi che i paesi sviluppati pensavano di poter occupare per sempre, e che adesso sono invece costretti, in primo luogo i più incerti e malmessi tra loro, a riconoscere che potrebbero anche scomparire. Siamo di fronte ad una nuova situazione di scarsità a cui bisogna rispondere in modo positivo, e la risposta richiede un gioco complesso e la costruzione di solidarietà ed alleanze capaci di conciliare la difesa dei diritti con la disponibilità delle risorse necessarie a garantirli.

La sinistra occidentale scopre di non rappresentare più gli ultimi, i quali, per parte loro, sono ben lungi dall’essere uniti, perché mentre a milioni premono alle frontiere, altre centinaia di milioni competono da lontano. Tutto questo non significa la fine della corsa della sinistra, ma solo l’inizio di un tragitto più laico e impegnativo non assistito dall’esistenza di classi generali: lavorare senza corsie preferenziali per l’uguaglianza, la fraternità e la dignità di tutti gli esseri umani richiede più speranza, più tempo, più curiosità intellettuale e meno presunzione.

Si tratta di una modestia che è il contrario della rassegnazione, e che vuol dire soprattutto lucidità nel perseguire le proprie ragioni, tenendole lontane dalle abbreviazioni intellettuali e dai bigottismi che spesso le hanno accompagnate. Una sinistra che, non potendo più fare affidamento sulla protezione di imperi o venti provvidenziali, è forse più debole ma sicuramente più libera.

Ma che cosa vuol dire vivere in un mondo come quello che abbiamo descritto, attraversato da linee di conflitto che dimostrano di avere più fiato di quanto era stato previsto da un Illuminismo abbreviato e dai frettolosi apologeti della modernizzazione? Tale persistenza non può essere considerata come un fastidioso ostacolo, ma deve spingerci un po’ più in là nel capire la costitutiva fragilità che attraversa la condizione umana, il bisogno che essa genera di solidarietà corte e sicure e di protezioni dall’alto. Chi mira a costruire forme di protezione più larghe e aperte deve proseguire nel suo percorso, ma non può respingere o scavalcare con sufficienza questi atteggiamenti. Quando lo fa, il rimosso, come sempre, ritorna.

In un mondo che nega ogni stabilità, proteggersi diventa un’esigenza diffusa e innegabile, ma è decisiva la forma di risposta che si dà a questa invasione liquida: non la guerra delle terre tra loro, ma un’impresa comune, una terra di tutti. È necessario quindi attraversare quei territori proprio per evitare che si chiudano su se stessi e provare a farli confluire almeno in parte nella stessa direzione.

Non si tratta di un atteggiamento strumentale, ma di molto di più. Bisogna lasciare all’ingresso ogni boria e fermarsi per un attimo a capire, provare ad avvertire dentro di sé quel bisogno di solidarietà e quella richiesta di attenzione rivolta al cielo. Chi pensa di avere obiettivi di maggior respiro ha ottime ragioni, ma dovunque stia andando corre il rischio di lasciare per strada persone che lo avrebbero affiancato se si fosse fermato a capire.

C’è chi di questa condizione di decisa avanguardia è orgoglioso e si può ben comprendere: è gratificante sentirsi più avanti, capaci di mostrare agli altri la strada, anche se quasi sempre è accaduto che quegli altri non arrivassero mai. Si pensa che il futuro renderà visibili a tutti quelle buone ragioni. Ma la storia ha altro per la testa che dar ragione a qualcuno.

Invece di confidare che, spinti da qualche provvidenziale mutamento, gli altri raggiungano le avanguardie, è bene che queste ultime decidano di andare dove gli altri già sono: farlo non significa tradire le proprie ragioni, ma l’esatto contrario. Almeno per chi scrive sinistra vuol dire “molti”, e capaci di stare insieme, di far vedere che le differenze non sono necessariamente un ostacolo alla coesistenza e alla collaborazione.

Al fondo ci s’imbatte qui in una delle dimensioni più alte della politica: la parola greca polis, città, da cui la politica deriva il suo etimo, ha la stessa radice dipolloi, molti. La politica è il luogo dei molti. Per questo essa è il luogo del conflitto e lo scontro la attraversa costantemente, e le anime belle che la disprezzano dipingendo armonie immaginarie non meritano considerazione. Ma politica è anche lo sforzo di tenere insieme un popolo, di far derivare dai molti la città, dai polloi la polis.

Se vuole sbarcare nel nuovo secolo la sinistra deve scendere dalla cattedra e cessare di sentirsi ospite innocente in un mondo cattivo. Di sinistra c’è ancora un grande bisogno, ma solo a condizione che essa abbia imparato la lezione.

@barbadilloit

 

Di Franco Cassano

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