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La storia (di P. Sansonetti). La caduta del Muro di Berlino nella redazione dell’Unità

Pubblicato il 10 novembre 2014 da Piero Sansonetti
Categorie : Cultura

unitàIntorno alle otto di sera arrivò la prima telefonata dalla Germania. Il corrispondente da Berlino disse al capo del servizio esteri che c’era stata una strana conferenza stampa nel corso della quale le autorità della Rdt avevano annunciato che finiva il divieto di espatrio. Non si capiva bene cosa volesse dire. Il capo del servizio esteri, che era Nuccio Ciconte, venne nella mia stanza e mi disse che bisognava rimettere le mani sulla prima pagina.

Già. Una noia a quell’ora rifare la prima, però era anche il bello del nostro lavoro. Si smonta tutto, fretta, adrenalina. Mettiamo un po’ d’ordine in questo racconto, tutto sul filo della memoria: siamo nella sede storica dell’Unità, a via dei Taurini, Roma, quartiere San Lorenzo, due passi dall’Università. È la sera del nove novembre 1989. Il direttore del giornale è Massimo D’Alema, ma quel giorno non è in sede. Il vice è Renzo Foa. Io ero il capo redattore. Il corrispondente da Berlino era Paolo Soldini.

Alle otto e mezzo Soldini telefona ancora e fornisce nuovi particolari. Nuccio torna nella mia stanza e mi dice che secondo lui è caduto il muro di Berlino. Ci si consulta con Foa e decidiamo di aprire il giornale con un titolone a tutta pagina. Il titolo diceva: “Si è aperto il muro di Berlino”. E il sottotitolo parlava di clamorosa svolta in Rdt e di città in festa. Nel titolo c’era ancora, forse, un filo di prudenza. “Si è aperto” è diverso da “Cade” o “Crolla”. Non so se in quel filo di prudenza ci fosse un modo pudico per evitare di dare subito per morto il muro, e dunque la storia di settant’anni di comunismo. Forse sì.

Non mi ricordo se telefonammo a D’Alema. Non credo. Sono sicuro che non parlammo con nessuno del partito. Non volevamo che qualcuno ci frenasse e non volevamo neppure andare ad una rottura immediata col partito, che ci avrebbe messo in difficoltà nei rapporti con D’Alema. Venivamo da mesi, anzi da due anni, di scontro con il partito. Il giornale aveva preso una linea “liberal” contestando non solo il sovietismo, ma persino Togliatti, e s’era creato un clima di asprezza con Botteghe Oscure. Noi dirigenti dell’Unità eravamo stati processati già un paio di volte.

Verso le nove di sera venne nella mia stanza l’editorialista principale dell’Unità. Un signore sui sessanta, molto più saggio di noi, molto più comunista. Gli piaceva proteggerci, “capirci” ma c’era un limite a tutto. Mi disse: «Pierino, non fare imprudenze. Noi non sappiamo cosa è successo a Berlino. Probabilmente le cose sono molto più complicate di quanto possiamo capire da qui. Non ci aprire il giornale…». Gli dissi che io potevo non capire la complessità, ma capivo che era caduto il muro e dunque che eravamo dentro la storia. Il muro era stato innalzato nell’agosto del 1961 e aveva tagliato a metà la città, su quel muro erano caduti centinaia di tedeschi dell’Est che cercavano di fuggire all’Ovest , finiti sotto la mitraglia.

Era il simbolo della dittatura comunista. Sarebbe stata una follia non aprire il giornale. Mi ricordo che lui mi replicò con dolcezza: «Mica ti dico di non dare la notizia, lo so che sono passati i tempi della censura. Diamola in modo sobrio, magari anche in prima, a due colonne, ma senza esagerare. Poi domani abbiamo tutto il tempo per riprendere la cosa». Il clima nel 1989, nel Pci e dintorni, era ancora questo. In settembre s’era aperta l’ira di Dio perché l’Unità aveva intitolato un articolo di Biagio De Giovanni “C’era una volta Togliatti”. Alla festa nazionale di Firenze noi dell’Unità venivamo trattati da socialtraditori. E ci sparavano addosso tutti, compresi quelli che qualche mese dopo dichiararono di non essere mai stati comunisti. Veltroni, Mussi, tanti altri. Il dieci dicembre però nessuno ci criticò. Che era caduto il muro era evidente, stavolta neppure Pajetta protestò. E da quel giorno iniziò rapidissimo il processo di revisione che in poco più di dieci giorni portò alla Bolognina e alla svolta di Occhetto.

La Bolognina – cioè la riunione in una sezione dell’Anpi di Bologna, durante la quale fu annunciata la decisione del segretario del Pci di levare la parola comunista dal nome del partito – avviene una domenica. Al giornale ci sono poche persone. Marco De Marco ha in mano la macchina. E capisce benissimo cosa è successo.Fa solo un errore: telefona a Petruccioli per chiedere conferma. Petruccioli smentisce, dice che Occhetto non ha detto quello, che è una forzatura. De Marco decide di mettere lo stesso la cosa in prima pagina, ben evidente, solo con qualche accorgimento nel titolo non troppo esplicito. Del resto neanche gli altri giornali capiscono bene il discorso di Occhetto. Il finimondo stavolta avviene il giorno dopo, lunedì, quando Occhetto conferma tutto e convoca la Direzione del partito per avviare il processo di trasformazionedel Pci. D’Alema lunedì è al giornale e si scaglia contro Occhetto. Dice che è una follia. È contrario alla svolta. La sua opposizione però non dura molto. Il giorno dopo si convince. Soffre ma si convince. E il giorno dopo ancora arriva a via dei Taurini stremato, dice di avere passato la notte in bianco perché ha tentato di convincere sua moglie, Linda Giuva, della bontà della scelta di Occhetto ma non c’è riuscito.

Da quel momento inizia in tutto il partito la discussione. Credo che sia stata l’ultima volta che un partito di massa ha affrontato una discussione – come dire? – di popolo,nella quale ha messo in questione tutto. Il Pci mise in discussione tutto, e all’Unità successe la stessa cosa. Occhetto raccolse le nuove generazioni e i “miglioristi” di Napolitano e Chiaromonte e Lama. E poi unpezzo del vecchio gruppo berlingueriano (ma solo un pezzo, guidato da Reichlin e da Tonino Tatò). I vecchi mostri sacri, in gran parte, erano contro di lui: era contro Ingrao, soprattutto, ma poi anche Pajetta, e poi Natta, ex segretario, e poi erano contro gran parte degli intellettuali, a partire dal filosofo, stimatissimo e amatissimo, Cesare Luporini. Il quale si prese anche le insolenze del suo allievo, e cioè del quarantenne Fabio Mussi che gli disse che per lui il comunismo era come un bambolotto di pezza. Disse proprio così: vedete, lo stile giovanil-aggressivo renziano non è una novità assoluta nella politica italiana. Luporini ci restò male ma non si fece mica intimidire.

Il confronto tra il sì e il no alla svolta di Occhetto fu asperrimo.Più di un terzo del partito stava con Ingrao e con Aldo Tortorella, anche lui molto prestigioso. Pure all’Unità fu uno scontro duro. Letizia Paolozzi e Franca Chiaromonte guidavano il no. Un gruppetto di noi – tra cui Foa ed io – tentammo una via d’uscita presentando al congresso di sezione una specie di mozione intermedia, che prese un sacco di voti ma che – francamente – era una presa in giro: non era né carne né pesce. Circa un milione di persone parteciparono al dibattito di massa. Allora era così. Non c’era un leader che diceva si fa così e così.

Diciamo pure che al tempo del comunismo c’era democrazia nei partiti… Alla fine Occhetto la spuntò. Ma spese talmente tanto – in autorità, in credibilità, anche in generosità – in quella battaglia, che poi non ebbe più energie per tenere all’assalto successivo, che arrivò nel 1994 da parte di D’Alema. Poi però un pezzo di Pci è sempre sopravvissuto. Fino a qualche mese fa. Fino a quando Matteo, uscendo dalla direzione del Pd, ha sussurrato ai suoi: «Li ho spianati». (da Il Garantista)

@barbadilloit

Di Piero Sansonetti

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