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9 novembre. Oltre il muro di Berlino e oltre la linea tra identità e globalismo

Pubblicato il 9 novembre 2014 da Marcello Veneziani
Categorie : Cultura
La porta di Brandeburgo venticinque anni fa

La porta di Brandeburgo venticinque anni fa

Quando cadde il Muro di Berlino, quel 9 novembre di venticinque anni fa, ci accorgemmo che non divideva solo due Stati, due regimi, due mondi, ma perfino due epoche diverse: era come se il tempo nella Germania Est fosse andato più lentamente, ridotto a una marcia forzata.

Poco tempo prima dell’edificazione del Muro di Berlino, Ernst Jünger aveva scritto Al muro del tempo – tradotto in Italia da Julius Evola con lo pseudonimo Carlo d’Altavilla, per l’editore Volpe – un saggio che distingueva fra tempo misurabile e tempo del destino. Unificandosi, le due Germanie abbatterono il muro del tempo, perché il tempo vissuto nella Germania Est non era lo stesso della sorella occidentale. La Germania orientale era anacronistica rispetto a quella occidentale, il comunismo aveva come imbalsamato tracce di Prussia e di Terzo Reich, il militarismo era il più vistoso filo di continuità col passato; mentre la Germania Ovest si era alienata, americanizzata e modernizzata più velocemente; si era denazificata più radicalmente, ma si era pure degermanizzata più rapidamente. La sua crescita economica in rapporto alla sua decrescita politico-militare aveva fatto parlare di una Germania gigante economico e nano politico-militare, come il Giappone. Le nazioni sconfitte in guerra non potevano crescere che in economia. Sembrava quasi un cappone all’ingrasso, la Germania Ovest; la sua castrazione coincideva con la sua crescita economica, il benessere e i consumi, un’opulenza accompagnata da una vena di tristezza, poi scomparsa nella Berlino globale e giovanile degli ultimi vent’anni. Ma la riduzione della Germania a colosso economico fu l’antefatto dell’Europa unita dalla moneta e dal mercato (ma si legga a proposito Il Quarto Reich – Mondadori – di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano per capire come la Germania ha sottomesso l’Europa).

La caduta del Muro segnava non solo l’unificarsi di una città e di una nazione, ma anche l’unificarsi del tempo delle due Germanie, finalmente sincronizzate. Unificazione spazio-temporale.

Quando cadde il Muro i pronipoti di Jünger telefonarono allo scrittore ormai vicino ai cent’anni, facendogli ascoltare in diretta l’esultanza sulle rovine del Muro. Jünger, che da scrittore e soldato aveva vissuto e descritto nei suoi diari il crollo della Germania con ammutolita sofferenza, ascoltò quelle voci festose e quella danza liberatrice sull’orlo disfatto della storia. Il suo fiero carattere di antico prussiano non seppe trattenere in quell’occasione la commossa euforia perché una tragedia finiva e la linea finalmente era attraversata, per dirla col suo linguaggio di militare e sismografo del nichilismo. Aveva visto la morte della Germania e ora assisteva alla sua rinascita o quantomeno al suo ricomporsi. Anzi, Jünger aveva visto morire e rinascere la Germania già tre volte.

La vide sconfitta nella prima guerra mondiale, da eroe di guerra e scrittore di guerra; poi la vide sconfitta nella seconda guerra mondiale, ancora da scrittore e ufficiale; e la vide per la terza volta smembrata con la guerra fredda dall’elevazione del Muro. Riuscì infine a vederla di nuovo risorta; ma caduto il Muro, la Germania e la nostra epoca caddero fuori dalla storia? Nell’era globale, il tempo si riduce al presente. La storia si ritira, il futuro si ritrae, non resta che l’Attimo fulgente.

Il Muro ha due versanti, due punti di osservazione, uno al di qua e l’altro al di là del muro medesimo. Un Muro abbattuto dovrebbe al contrario unificare le vedute, una volta sgombrate le macerie.

La caduta del Muro di Berlino ha invece generato, al di là del senso comune, due punti di osservazione divergenti. Quando è crollato è stato possibile affermare due cose opposte: non ci sono più barriere, si va verso la società globale e l’ordine mondiale a una dimensione. Trionfa il nuovo ordine mondiale e gli Stati Uniti diventano i leader della terra.

Ma si è detto anche il suo contrario: rinasce la Germania, riprendono quota le identità nazionali e territoriali, finiscono i blocchi ideologici e artificiali e risorgono gli Stati nazionali, figli della storia, della lingua, delle tradizioni. La caduta del Muro galvanizzò entrambi i processi. Da allora in poi si è parlato sia di globalizzazione che di identità.

E si parlò pure di egemonia tedesca o al più franco-tedesca sull’Europa e di nuovi nazionalismi rinati all’Est sulle rovine del comunismo; risorsero le piccole patrie, rifiorirono le patrie dell’Est coartate dall’Unione Sovietica, anche in Italia sorse il localismo con la Lega.

L’Occidente sconfinò, caddero poi le dogane, ma nuove e antiche soglie balenavano all’orizzonte, frontiere invisibili. Dopo lo spaesamento venne pure la territorializzazione.

Con la delocalizzazione sorse la rilocalizzazione. Su quell’ambiguità fu fondato il processo di unificazione europea che prese le mosse dalla caduta del Muro. Infatti l’Europa unita può essere intesa come la dis-integrazione degli Stati nazionali e il gradino verso la società globale, uno stadio di passaggio verso lo Stato mondiale.

Ma poteva essere intesa all’opposto come integrazione delle patrie, come la concepì De Gaulle, ovvero come argine e risposta alla globalizzazione e rinascita della civiltà europea.

La caduta del Muro di Berlino fu comunque un crollo benefico, a differenza dell’altro crollo di dodici anni dopo, le due Torri Gemelle a New York. I due eventi non hanno all’apparenza alcun nesso, ma alludono a due mutamenti di paesaggio collegati: con il muro di Berlino cadde il bipolarismo tra Est e Ovest, ovvero tra Urss e Usa; il crollo delle due Torri sancisce il nuovo bipolarismo tra Nord e Sud, ovvero tra Occidente e Islam o, se si preferisce, tra nord-sviluppato e sud-terzo mondo. Su quel duplice crollo regge e vacilla al tempo stesso il nuovo ordine mondiale. Entrambi gli eventi rafforzarono l’egemonia planetaria dell’America ma al tempo stesso ne mostrarono la vulnerabilità.

Prospettiva ora riduttiva perché non si può parlare di scenari mondiali ed egemonie planetarie prescindendo dalla Cina, dall’India e dalla stessa Russia risorta. Dopo il bipolarismo, passato l’unipolarismo, verrà il multipolarismo? Comunque il terzo millennio non è nato su atti di fondazione ma su due distruzioni. Gli eventi simbolici spiegano i movimenti profondi della storia e le loro abissali ragioni più di ogni complessa analisi.

Un muro invisibile divide ora la Berlino della Merkel dall’Europa mediterranea: si chiama spread , debito pubblico, fiscal compact .

La Germania è la locomotiva d’Europa ma i Paesi membri possono ridursi al ruolo di vagoni, magari piombati? I nuovi vopos sparano su chi cerca di evadere le procedure d’infrazione, minacciano sanzioni e punizioni; le agenzie di rating erigono nuovi fili spinati sul muro della contabilità. Lo stress colpisce anche le banche. A volte l’economia edifica prigioni senza muri. Quanto pesa quel Muro etereo di Berlino sul resto dell’Europa?

@barbadilloit

Di Marcello Veneziani

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